Premessa: mi sono preso un lungo periodo di riposo dopo la prima ondata di presentazioni del nuovo libro con annesse comparsate in varie altre occasioni. E tutto ciò anche per anticipare le sfide che mi attendono a breve, come bene sanno Andriz e Martina. Ragion per cui mi scuso per il prolungato silenzio a cui provo ora a rimediare in qualche modo.

Prima di tutto, a serie finale ancora in corso, l’ennesima (e ogni volta purtroppo male interpretata) precisazione sulla mia opinione su Wembanyama. Non mi stancherò mai di ribadire, e lo farò fino a che finalmente non riuscirò a farvela ficcare in testa, la cosa fondamentale che penso su di lui. Si tratta indiscutibilmente del più grande, in tutti i sensi, potenzialmente più forte giocatore che mai sia apparso su questo pianeta, un vero e proprio alieno che secondo tutti i crismi statistici mai sarebbe dovuto nascere. Quando si presenta alla ribalta un fenomeno del genere io mi aspetto che, nel rispetto del gioco del basket, gioco di squadra se ce ne è uno, il soggetto in questione esprima in campo tutto il suo smisurato potenziale facendo le cose che sono necessarie per fare vincere la sua squadra, tenendo sempre in conto che assieme a lui in campo ci sono altri quattro giocatori che sicuramente sono lontani da quanto lui più dare, e dunque da lui mi attendo che li faccia rendere al massimo sempre con l’obiettivo finale di vincere partite, serie e titoli. Sono dunque totalmente refrattario a qualsiasi discorso che parta dal presupposto che quanto lui da in campo sia comunque straordinario sempre e comunque. Come ho detto più volte, e come continuo a dirlo fino alla nausea, è tanto forte che, anche se gioca male, la sua squadra può comunque vincere (e sicuramente, visto il panorama che c’è in giro, lo farà), io però voglio che lui giochi bene semplicemente per darmi la soddisfazione estetica di vedere fino in fondo cosa può fare un talento del genere se fa tutte le cose che in ogni momento dovrebbe fare. Sono sincero: in questa stagione e soprattutto nei playoff ha giocato comunque meglio di quanto mi sarei atteso solo ancora un anno fa. Rispetto alla prima impressione che mi aveva lasciato ha dimostrato, nel solco delle leggendarie “tre C” di coach Diaz Miguel, di avere più cuore di quanto pensavo avesse, di avere anche una testa che comunque qualcosa recepisce di quanto gli vanno dicendo, sull’ultima C invece sorvolo, perché onestamente non mi sembra che abbia fatto progressi (del resto si tratta di una cosa che, o ce l’hai o non ce l’hai, nessuno può farti trapianti).

Questo dovrebbe essere un blog che parla di basket. Purtroppo però questo una volta magnifico sport sta sempre più uscendo dalle mie zone di interesse e la cosa mi rende sempre più preoccupato, quasi incredulo. Quando accendo la TV per guardare un po’ di sport l’ultima cosa a cui penso è di sintonizzarmi su qualche partita di basket, e, quando mi sforzo di farlo, dopo un paio di minuti cambio inevitabilmente canale per la semplice ragione che non riesco più a capire quanto vedo, ma soprattutto non riesco a capire quanto vanno dicendo i commentatori che ai miei occhi stanno commentando qualcosa che esula completamente da quanto i miei occhi stanno riferendo al mio cervello. Mi sembra di assistere a un evento distopico, quasi si trattasse di un universo parallelo nel quale sono stato paracadutato a mia totale insaputa. Per spiegare meglio le ragioni di questo mio estraniamento vorrei riportare quanto scrissi nella mia rubrica sul Primorski dnevnik due settimane fa agganciandomi alla magnifica esperienza che ho vissuto nella mia due giorni bergamasca, per la quale ancora una volta ringrazio di cuore gli ex ragazzi di Zagabria 1989 che mi hanno fatto vivere una rimpatriata dal sapore quasi struggente. Di sfuggita anche un enorme grazie all’amico Leo che mi ha fatto da anfitrione nell’escursione su Bergamo alta, anche se la scarpinata mi ha letteralmente tagliato le gambe mandandomi in crisi per un paio di giorni. Ecco quanto ho scritto.

Ultime sulla sconvenscion. Premessa. Un paio di settimane fa un ristoratore del rione di Servola, grande appassionato di basket e mio estimatore, ha organizzato nella taverna della sua “trattoria” (ripeto, in realtà è un eccellente ristorante) una cena nella quale ero il fulcro della serata con presentazione del libro per una nutrita platea di avventori, tutti vecchi cestisti che non vedevo da tantissimo tempo. Alla fine della bellissima serata gli ho buttato la proposta, se non gli dava fastidio, di ospitare la prossima sconvenscion. È stato subito entusiasta, per cui abbiamo deciso che, sì, l’idea di organizzare la sconvenscion nella sua taverna che ha davanti un ampio giardino molto sotto la strada principale, per cui sembra di stare in campagna, e dunque se il tempo lo permette si può stare benissimo all’aperto, era una buona idea. E dunque ecco l’annuncio. Per una volta tanto andiamo a fare la sconvenscion in città, a Trieste, nel rione di Servola, vecchio paese sloveno poi inglobato nella città quando si è espansa alla fine del 18esimo secolo. L’indirizzo della “Trattoria da Gigi” (anche se il nome del gestore è in realtà Andrea Druscovich, di ovvie origini istro-dalmate) è il seguente: Via di Servola 117, per cui per quelli che avete il navigatore basta impostare questo indirizzo per arrivarci.

Mi faccio vivo dopo moltissimo tempo e chiedo scusa proprio perché non ho scuse. Ormai sono partito con le presentazioni del mio libro nelle quali sono costretto a parlare sempre e solo di basket, per cui mi capirete se in questo intervento di basket proprio non voglio più parlare semplicemente perché ne sono stufo.

Devo però dirvi che avremo tutto il tempo per farlo nella prossima sconvenscion. Il board of directors degli sconvenscioners si è consultato via social ed è uscita la proposta di farla sabato 11 aprile. In realtà venerdì 10 ho una presentazione pomeridiana alla Libreria Moderna di Udine, ma ritorno a casa in serata (a meno che come l’altra volta non cada per strada tagliandomi il mento e rintronandomi in testa), per cui si può comodamente fare. Con l’avvertenza però che la farò vicino a casa mia, per cui dovrete ancora una volta venire sul Carso. Luogo e data saranno comunicati in seguito.

Spero che qualcuno mi legga ancora, visto che la colonna dei commenti piange e che sembra che le discussioni culinarie su piatti locali siano più importanti delle discussioni sportive che, pure, soprattutto in questi tempi di tensioni geopolitiche epocali che si intrecciano alle Olimpiadi invernali in Italia, dovrebbero essere molto importanti, toccando argomenti di straordinario impatto tanto politico che sociale. Detto che sui piatti locali potete dire qualsiasi cosa, basta che lasciate stare le mie “luganighe de Cragno coi capuzi garbi (acidi in italiano) e patate in tecia” e la mia “iota de rave (rape)”, e detto che in questo periodo di basket non potrebbe importarmi di meno, per cui di qualsiasi cosa scriviate non l’ho vista e dunque non posso commentarla, quello che veramente vorrei leggere nei commenti sarebbero le vostre riflessioni su tutto quanto succede nel campo politico-sportivo che si impernia sulle Olimpiadi. Secondo me i punti di vista sulla questione sono vari e molti assolutamente legittimi, per cui mi interesserebbe sapere che ne pensate voi, che siete più o meno all’estremo opposto rispetto agli ultimi scemi del villaggio che imperversano sui social.

Grazie a tutti per gli auguri che ho apprezzato tantissimo, anche se essere diventato un ’76-er non è proprio la più bella notizia che ci sia. E, come mi ha detto l’amico Sandro alla festa di compleanno: “Aspetta, questo non è ancora niente! L’anno prossimo entrerai, come me adesso, nel numero di Dončić e allora sì che si divertiranno a prenderti in giro!”.

La notizia del momento è ovviamente l’inizio delle Olimpiadi invernali con la cerimonia di apertura che si è svolta ieri a San Siro. Ovviamente l’ho guardata, per cui delle partite di basket di Milano e Bologna non so niente, se non per aver visto di notte le immagini dell’ultimo minuto di Milano che, per le nefandezze allucinanti perpetrate, avrebbe meritato di perdere contro una squadra molto debole che non per niente è ultima in classifica.

Scusatemi se mi faccio vivo con tanto ritardo, ma è stato un periodo nel quale ho avuto molti impegni e a un dato momento mi sono proprio svuotato. Non solo, ma onestamente non avevo niente di cui parlare. Dopo aver terminato il libro che sancirà definitivamente la mia esclusione da tutti i canali mainstream del basket italiano con il mio smontaggio totale di quell’inverecondo circo di highlights, spettacolo circense di bassa lega, tiro a segno interminabile in un contesto di galline impazzite senza testa che corrono a vanvera per il campo e di ostinate giocate in 1 contro 5 che è l’NBA di oggi, mi sono semplicemente riposato, ma soprattutto, ancora sotto l’influsso di quanto ho scritto (autoconvincendomi?), ho sviluppato una specie di rigetto del basket tout court. In particolare, quando guardo il basket italiano, dopo pochi minuti cambio inevitabilmente canale non riuscendo più a sopportare le cose assurde che vedo. Certo, in tutto ciò aiuta anche l’insopportabile piega che ha preso oggi l’idea di cosa sia il commento di una partita di basket con urla belluine ogniqualvolta un giocatore esegue una non-cazzata e di converso le scuse più assurde che vengono trovate per giustificare, appunto, le continue cazzate che si vedono. “Era un tiro complicato…” per una conclusione in arresto e tiro da un metro con le braccia libere (l’unica cosa che conta, se soffri i contatti va a giocare a cricket), tiro che, per ogni persona normodotata che gioca a basket per professione e dunque si allena con costanza in questo tipo di esecuzioni tecniche, dovrebbe essere di assoluta routine e causa di depressione prolungata quando ogni tanto (succede) magari esce. E certamente non meravigliarsi quando entra.