Domenica pomeriggio ho preso un'importante decisione dopo aver visto la finale dei Mondiali, ma soprattutto dopo la premiazione, e cioè quella di smettere con il basket. Semplicemente questo sport, per come si gioca ora, ma soprattutto per come viene percepito, non fa più per me. E’ qualcosa di completamente diverso dalla cosa della quale mi sono innamorato nei miei anni più teneri e che ha poi, volente o nolente, dettato tutto il percorso della mia vita. Basta. Fermate il mondo, voglio scendere.

Per farmi vivo più spesso in questi giorni cruciali dei Mondiali c’è un grosso problema. Il mio administrator è in ferie in Marocco, per cui, come avrete notato, già il pezzo precedente è stato postato in modo fortunoso, e in realtà non sono riuscito a capire come possa averlo fatto da qualche tenda beduina nel deserto (a lui piacciono i viaggi alternativi), dove dubito che ci sia una grande connessione Internet. Eppure ci sarebbe molto da dire. Per adesso, sperando che riesca prima o poi a produrre un altro miracolo, mi attengo alla falsariga del pezzo scorso, semplicemente traducendo i miei due pezzi usciti sul Primorski mercoledì (sconfitta della Serbia) e giovedì (tracollo USA).

Come sapete sono pigro e una delle conseguenze di ciò è che mi secca ripetermi, per cui così, giusto per dare qualche spunto alle vostre discussioni, vi propongo traduzioni di alcuni passi delle mie quotidiane colonne sul Primorski uscite nei giorni scorsi. Per esempio proprio il secondo giorno, dopo le prime partite, scrivevo:

Mi rifaccio vivo un po’ in ritardo, vista l’attualità incombente, ma ho una flebile scusa, nel senso che ogni giorno scrivo un commento per il Primorski Dnevnik, dunque di mattina devo guardare le partite e poi scrivere il pezzo nel pomeriggio, per cui mi rimarrebbe un po’ di tempo la sera, nella quale però la mia voglia di lavorare, già scarsa di per sé, normalmente sparisce del tutto.

È ormai finita la prima fase e ora si comincia a fare sul serio. Com’era prevedibile dopo la prima fase sono sparite dal mappamondo cestistico le squadre asiatiche e quelle africane. Forse non era prevedibile che sparisse la Cina che pure si era preparata un sorteggio di tipo balcanico mettendosi nel girone due squadre come Polonia e Venezuela che avrebbero avuto pochissime chance di andare avanti in qualsiasi altro girone fossero capitate, ma evidentemente i cinesi, e le prove di questo si accumulano di anno in anno, sembrano negati a recepire i segreti del gioco del basket e già questa cosa dovrebbe stimolare un interessante dibattito antropologico-culturale che permetterebbe anche di sviscerare un po’ meglio quali siano le vere caratteristiche di una persona, e in senso lato di un popolo, che permettono di giocare a basket con cognizione di causa facendone sicuramente il gioco di squadra più affascinante che ci sia. Nel quale la statistica, i numeri, sono quello che sono, la massima bugia, per non dire frode, concepibile, mentre le vere doti che permettono di giocarlo e che poi fanno risultato sono a volte al limite, se non oltre, del metafisico.

Come tutti ben sapete la mia considerazione per il basket italiano, anche perché rispetto a voi sono molto meno coinvolto emotivamente, non è certamente elevata, soprattutto in questi ultimi tempi. Però devo dire onestamente che quello che ho visto in TV per il torneo di Atene mi ha letteralmente stravolto, tanto che, forse per la prima volta nella mia vita, ho provato pena per quei poveretti che sono stati letteralmente sbriciolati dalla Serbia. Anche perché conosco molto bene la mentalità serba dopo aver avuto a che fare per più di 40 anni con il basket jugoslavo, e il loro linguaggio del corpo durante tutta la partita è stato il linguaggio serbo più umiliante che ci sia, quello cioè di chi si rende conto di aver a che fare con un avversario talmente più scarso da non avere neanche il più piccolo stimolo di prenderlo un po’ in giro (ricordate? – i serbi prendono in giro solo quelli che stimano e temono), un po’ della serie: “poveracci, ci vergogniamo di rubare caramelle ai bambini”. 

Riprendo a scrivere qualcosa dopo un periodo di ferie dalla pensione. Nel senso che sono stato un paio di giorni da mia nipote in Germania (con foto allegata del sottoscritto davanti al gigantesco Euro dell’Eurotower di Francoforte – messaggio politico…), poi sono stato ospite del mio amico Sergio Costantini a Vittorio Veneto per l’inaugurazione del primo club ufficiale in Italia di appassionati del biathlon al quale faccio da promotore affinché vi si iscriva il maggior numero possibile di appassionati che so che ci sono anche in questo blog (Walter, Roda?) con conseguenti facilitazioni che ogni club riconosciuto dall’IBU dà per la partecipazione agli eventi dal vivo, poi ancora sono stato ad una cena con amici a Lubiana…come vedete non mi annoio di certo.

Ormai mi sembra che siamo diventati tutti filosofi-sociologi-antropologi-politologi e che forse ci stiamo allargando un tantino. Quando però si discute dei massimi sistemi, “count me always in”, per cui, a rischio e sprezzo del pericolo e della vergogna, sono ovviamente nella mischia.

Giustamente neanche io voglio parlare di politica, primo perché le mie idee le conoscete tutti ed è totalmente inutile che le stia a ripetere e poi perché è un argomento delicatissimo che tocca corde molto sensibili e scoperte, nel senso che in definitiva chiunque abbia un’idea politica è abbastanza normale che scivoli nello strisciante fondamentalismo, che pensi cioè di essere lui nel giusto e gli altri nello sbagliato, per cui bisogna redimerli e riportarli sulla retta via. Un po’ come avviene nella religione. E, se ci pensate bene, è anche giusto e ovvio che sia così. Quando uno ha un’idea, una convinzione, chiamiamola pure un’ideologia, l’ha perché evidentemente ci ha riflettuto, si è fatto prima un’idea e poi una convinzione, e, visto il lavoro intellettuale (quello per la maggioranza della gente più difficile) che ha dovuto fare, gli ripugna il pensiero che in definitiva possa aver sbagliato.