Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Un grande futuro alle spalle

Stampa
Creato Mercoledì, 25 Agosto 2010 Scritto da Sergio Tavčar

Nel 2004 la nazionale italiana di basket conquisto' l'argento olimpico, nel 2006 gioco' un' ottima prima parte ai Mondiali, agli Europei del 2007 fini' fuori dai primi 8 posti, per cui dovette giocare le qualificazioni per gli Europei successivi, persi contro la Francia nel gruppone degli sfigati dell'ultima chiamata, stesso gruppone a cui, salvo miracoli, sara' relegata anche per i prossimi Europei in quanto terza in un girone dove davanti ci sono due straordinarie potenze demografiche e sportive quali Montenegro ed Israele.

Ora con dati oggettivi del genere negare che il basket italiano si trovi nella melma fino al collo sarebbe quanto meno arduo. Perche' e' potuto accadere? Cosa diavolo sta succedendo al basket italiano?

Non ci sono piu' i campioni di una volta? Per sfizio ho tirato fuori il tabellino di Italia-Lituania, semifinale delle Olimpiadi di Atene. Italia: Radulović 2, Basile 31, Galanda 16, Soragna 12, Marconato 6, Pozzecco 17, Righetti, Rombaldoni n.e., Bulleri 12, Mian n.e., Chiacig 4, Garri. Campionissimi? Ed allora Marzorati e Meneghin e prima ancora Vianello, Masini, Vittori, Recalcati, e prima ancora Lombardi e Riminucci cos'erano?

L'Italia non ha talenti fisici? Ridicolo: basta vederli in riscaldamento, dove sembrano tutti draghi volanti, ed i vari Mancinelli, Belinelli, Bargnani, Gigli lo sono sicuramente, per rendersi conto che forse, anzi sicuramente, mai prima nella storia l'Italia ha avuto tali e tanti talenti fisici tutti insieme.

E allora cosa succede? Sono su un sito privato, scrivo quello che mi pare e piace, visti i commenti sui pezzi precedenti me le dico e me le faccio da solo, come diciamo a Trieste, per cui voglio essere sincero e dirla come la penso veramente. (per proseguire clicca sotto su "leggi tutto")

 

La prima constatazione da fare e' che in Italia non si gioca piu' a basket. Punto e a capo. Si gioca un paragioco scimmiottato dall'America in cui le priorita' sono stravolte, per cui clamorosi ed esiziali difetti tecnici e caratteriali vengono sottovalutati, mentre vengono esaltate doti che col basket e soprattutto con il successo nel basket nulla hanno a che fare. Qui gli stranieri non c'entrano per nulla. Anche ai miei tempi, per non dire dei tempi della medaglia olimpica, il campionato proliferava di stranieri, ma cio' nonostante gli italiani forti venivano sempre fuori. Il problema secondo me risiede altrove: oggigiorno, abbagliati dai lustrini dell' NBA, si pensa che basti volare, schiacciare col sedere, fare un canestro in triplo avvitamento carpiato rovesciato per essere dei fenomeni. Mentre, come detto tempo fa, lo stesso canestro fatto in sottomano dopo finta vale infinitamente volte di piu' proprio perche' molto piu' facile, dunque ripetibile all'infinito. Non solo, ma qui entra in ballo un altro punto che so benissimo creera' non pochi disaccordi e polemiche. Sono fermamente convinto che a dare una grossa mano alla decadenza del basket italiano sia la stampa sia scritta che soprattutto parlata, anzi gridata (perche' deve vendere il prodotto per stimolare l'acquisto di abbonamenti), che fa una stella di chiunque mostri di avere un briciolo di talento esaltandone le presunte doti senza mai, neanche per sbaglio, parlare delle sue manchevolezze nel senso di una critica costruttiva per stimolarlo a lavorare e progredire, per fargli capire insomma la verita' piu' semplice, cioe' che uno e' arrivato solo quando appende le scarpe al chiodo, nel senso che si migliora per tutta la carriera. Per non parlare del fatto che questa stessa stampa, a mio avviso, punta i fari sulle cose superflue ed ininfluenti che fanno tanto spettacolo, ma assai poche vittorie.

Questo e' un aspetto, secondo me, quello di fondo, che fara' si' che per anni ancora a venire, fino a che non si imporra' una generazione di tecnici piu' equilibrata e meno americanofila, ancorata con i piedi per terra, che comincera' ad educare i giocatori pretendendo lavoro ("fundamental fundamentals", come diceva il padre degli allenatori italiani Van Zandt), disciplina, dedizione al basket, ma nel contempo la necessita' di divertirsi con esso per essere creativi e dunque goderne nel praticarlo, e che releghera' i genitori ad anni luce dalle palestre, fino a quel momento, ripeto, la vera via del risanamento non potra' mai iniziare.

Poi c'e' l'aspetto contingente della nazionale attuale. In jugoslavia (uso apposta la minuscola per indicare un mero spazio geografico) hanno un bellissimo modo di dire: in ogni compagnia bisogna prima di tutto sapere chi beve e chi paga. Tradotto: in ogni gruppo si deve sapere chi comanda, sia in campo che fuori, chi obbedisce, a chi va la palla quando il momento e' importante eccetera. Le famose gerarchie insomma. Che proprio non vedo, se non stravolte. Quando un giocatore tira a capocchia quando gli pare e piace (segnando ogni tanto – ma va' – anch'io a 60 anni se tiro 80 tiri a partita il ventello lo segno ancora), quando con due playmaker in campo chiama lui lo schema per se stesso ed invece di essere cacciato sotto la doccia viene descritto quale miglior giocatore della partita, allora o io sono imbecille, o il mondo e' alla rovescia. Tanto piu' che la Nazionale e' tutt'altra cosa che una squadra di club. Se nel club uno, in cambio di una lauta paga, e' pronto ad ingoiare tutto lo sterco che gli propinano, in nazionale no. In Nazionale ci va con ben altre motivazioni e per quanto bene sia pagato, non lo e' mai tanto quanto lo e' nel club. In Nazionale uno gioca per il suo Paese, per sentire l'inno, per essere piu' vicino alla gente. Chi va in Nazionale per mettersi in mostra e far lievitare il suo ingaggio in Nazionale non deve andarci. Deve rimanere a casa. Per cui la squadra nazionale e' la squadra dove tutti devono giocare per tutti, dove l'importante, per parafrasare il famoso detto americano, e' quanto e' scritto sul petto e non sulla schiena, dove insomma si vince o si perde tutti assieme. Chi non lo capisce deve, ripeto deve, rimanere a casa. Proprio perche' uno che gioca da solo demotiva gli altri e dunque il suo apporto e' semplicemente distruttivo.

Considerazione questa che non e' certamente estranea ai minuti di blackout della nazionale in determinati minuti della partita: anche contro la Finlandia di due soli giocatori e mezzo, Rannikko, Salin e Kotti, l'Italia e' riuscita a dilapidare 18 punti di vantaggio con una condotta di gara presuntuosa, con tiri affrettati e mancati ritorni in difesa. Lui (attenzione, non uno solo) tira quando vuole ed io dovrei correre in difesa per tamponare le sue cagate? Tie', col piffero. Per non parlare dei finali nei quali si dovrebbe benissimo sapere che beve e chi paga, mentre in realta' tutti vorrebbero essere protagonisti senza averne la stoffa. E quando non si ha la stoffa dei protagonisti, o vince il collettivo o si perde.