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È Stato il doping

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Creato Domenica, 31 Luglio 2016 Scritto da Sergio Tavčar

Prima di tutto due risposte a domande che mi avete posto negli ultimi commenti. A Luca67: Bruno Petrali ha compiuto l’anno scorso i 90 anni, giubileo che è stato celebrato con un articolo a tutta pagina dal quotidiano della minoranza italiana nell’ex Jugoslavia, La Voce del Popolo. Bruno (all’anagrafe Dante, poi per sempre Bruno per via della sua capigliatura corvina) è stato infatti, mentre faceva per hobby le telecronache per Capodistria, per lunghi anni Presidente del Teatro stabile italiano di Fiume. Aveva infatti un passato da notissimo attore-cantante, e infatti nei primi tempi a Capodistria veniva spesso a fare le telecronache direttamente da Abbazia dove si esibiva d’estate con il suo complesso (con clamorosi inattesi, ma forse neanche tanto, visto il suo regime di vita all’epoca, abbiocchi durante la trasmissione). Subito dopo la guerra era uno dei due cantanti confidenziali (una specie di Teddy Reno) più famosi di tutta Jugoslavia. Attualmente è ovviamente da tantissimi anni in pensione, vispo e arzillo, tanto che per esempio un giorno mi ha chiamato per telefono per vedere se funzionava lo Skype che gli aveva installato il figlio. “Bruno, auguri, come la sta?” ”Mah, cos’ te vol che te digo, se tira avanti, fazzo qualcosa, ogni tanto vado a pescar, qualche cossa se trova sempre”. Grandissima persona. Eravamo veramente una bella compagnia, a Capodistria, modestia a parte.

 

Per Llandre: quanto a te riferito dal ragazzo croato è pura verità. Cosa che ci ha creato problemi non da poco le prime volte che con la mia squadra siamo andati a giocare amichevoli in Jugoslavia. E, di converso, lasciava basiti i coach jugoslavi che operavano da noi quando gli arbitri non fischiavano quelli che loro consideravano passi giganteschi. Tutto quello che concedevano era il passo laterale con stacco contemporaneo dei piedi per il tiro in sospensione (classico movimento Dražen). Se i piedi non si alzavano contemporaneamente il fischio era automatico. Non sai quante ore ho passato in accese discussioni con i miei amici jugoslavi tentando di far capire loro che fra lo stacco contemporaneo e il passo e tiro la differenza, regolamento alla mano, non c’era. “E allora il terzo tempo è passi per definizione?” “No, ma quella è un’altra cosa”. A questa risposta mi cadevano le braccia e smettevo di discutere. Incredibile, assurdo, ma era ed è ancora così.

E ora a quello che volevo dire. Vorrei dire la mia sul doping, visto che siamo sotto Olimpiadi, c’è lo scandalo russo, c’è la bombetta che hanno piazzato a Schwazer, insomma c’è di che parlare.

Intanto una premessa, partendo alla larga, anche per inquadrare le cose come le vedo io, e penso di vederle abbastanza giuste, visto che la illuminante lettura del libro “Lo sport del doping” di Alessandro Donati ha praticamente confermato in pieno quanto sospettavo da tempo. Lo sport moderno di vertice fa girare una montagna inimmaginabile di soldi, per cui è interesse di tutti di ritagliarsi la fetta più grande possibile di questo denaro. Per farlo bisogna vincere, per poi avere iniezioni dirette da parte dell’Ente supremo, sia esso CIO, FIFA, UEFA (a proposito, giorni fa è apparso sul Delo di Lubiana uno studio da cui si evince che l’UEFA, con l’Europeo a 24, ha superato in incassi il CIO: riecheggiando un mio pezzo di qualche tempo fa, altro che NBA!), che per avere sponsor sempre più importanti e generosi. E per vincere il doping è un mezzo come un altro. Tutto qua. Il problema del doping è che fa male e che in teoria dovrebbe essere bandito, anche per non dare il cattivo esempio a tutta la moltitudine di sportivi dilettanti che vogliono sempre copiare quelli “veri”. E allora bisogna fare finta di combatterlo. Non troppa però, esagerare non si deve. La cosa che bisogna secondo me avere sempre chiara in mente è che per tutti i Comitati olimpici nazionali di tutto il mondo, dagli Stati Uniti e Cina fino a Palau e Nauru, la preoccupazione principale è che il doping dei loro atleti non venga scoperto e che ogni tanto possano beccare qualche pesce piccolo per dire che loro sì, il doping lo combattono, con ciò, stampa compiacente al fianco, sollevando un grande polverone ogni qualvolta serve e abbindolando i gonzi, leggi opinione pubblica. Come dice giustamente Donati le Commissioni antidoping di ogni nazione sono direttamente alle dipendenze dei Comitati Olimpici, per cui si assiste al fescennino che sono i controllati stessi a controllarsi. Su questo argomento è illuminante il passaggio di Donati quando racconta che a inizio secolo, Ministro dello sport la Melandri, si riuscì finalmente a far passare in Italia una legge per cui gli atleti sarebbero stati controllati da un Ente indipendente dal CONI. Salvo che poi, evidentemente su pressioni del CONI stesso, fu variata nel senso che la Commissione indipendente avrebbe operato sì, ma non sugli atleti di interesse nazionale. Per quelli valeva la Commissione antidoping del CONI. Vero, leggete. Ridicolo, se non fosse triste.

La premessa è dunque che in questo campo di innocenti non ce n’è. Di furbi però tantissimi. Per cui, quando qualcuno esagera, tipo i russi a Soči, l’occasione diventa propizia per prendere tutta una serie di piccioni con una fava. Quanto sta succedendo adesso mi ricorda tantissimo lo scandalo di Calciopoli. Anche lì, in un sistema corrotto comandato dai più furbi, uno aveva esagerato, per cui si era pensato bene di colpirlo sollevando un polverone straordinario al depositarsi del quale tutti si erano convinti che il sistema fosse stato ripulito con la varechina. Ora, la differenza fra Moggi e Galliani, per dirne uno a caso, qualcuno dovrà pur spiegarmela. Io non la vedo. Io ho visto solo che ha pagato una sola Società (giustamente, per l’amor di Dio, non pensate che il mio tifo juventino mi accechi: come detto, quando si esagera si deve pagare), mentre le altre ne sono uscite chiare, limpide e pulite. Per cui le cose sono potute andare avanti esattamente nello stesso modo di prima, lontano da ogni possibile riflettore. Oppure, per rimanere nell’ambito del doping, la mente va al clamoroso scandalo dei Mondiali di sci di fondo di Lahti in Finlandia quando fu squalificata praticamente tutta la Nazionale di casa, con i vari Myllylae, Kirvesniemi e chi più ne ha, più ne metta. Perché proprio loro? Evidentemente perché avevano esagerato dopandosi troppo con ciò alterando l’equità competitiva. Che la squadra di casa possa usufruire di un aiutino in più, va da sé, ma non bisogna mai volere troppo. E poi, punendo la loro voracità, si passa anche il messaggio che si sta facendo sul serio. Mentre in realtà si punisce chi l’ha fatta fuori dal vaso. Ma nessuno lo sa, o per meglio dire, lo sanno tutti, ma nessuno lo dice.

Il caso russo è esattamente lo stesso. Approfittando della loro struttura statale, tradizionalmente per la mentalità di quelle genti estremamente centralizzata e gerarchizzata, hanno potuto fare quello che hanno voluto con i risultati che si sono visti e con i mezzi che sono stati messi in luce dall’inchiesta della WADA. Doping di Stato? Certamente, visto che lo Stato da quelle parti è onnipotente. Come in Cina. Da altre parti, dove lo Stato può molto di meno, tipo per esempio l’Italia, cito un Paese a caso, o, se volete, qualsiasi altro Stato dell’Unione Europea, chiaramente non si può parlare di doping di Stato, ma il principio è lo stesso. Solo che al posto dello Stato c’è il Comitato olimpico nazionale che in questo caso agisce in modo autonomo. Certo, se si ha a fianco l’ex KGB o i servizi segreti cinesi, le cose riescono meglio, ma non si può avere tutto dalla vita. Quello che voglio dire è che doping di Stato suona terrificante, ma lo è solo perché in certe parti del mondo lo Stato agisce in prima persona. Da altre parti, dove lo Stato è visto come fumo negli occhi, tipo gli USA, per dirne uno (non) a caso, le cose sono demandate all’iniziativa privata, per cui ci sono i vari Balco e compagnia bella. Non è doping di Stato, ma doping di multinazionali. Qualcuno sa dirmi la differenza di sostanza? La sostanza è che tutti provano sistematicamente (ripeto, sistematicamente, anche se il sistema, come visto, varia da Paese a Paese) a doparsi senza essere scoperti. Tutti. Anche perché, e qui Donati è ancora illuminante, il doping fa girare una montagna incredibile di soldi, per cui nessuno in effetti ha interesse a combatterlo. Donati fa una semplice domanda: cosa succederebbe dell’EPO e degli steroidi se le Case farmaceutiche che li producono fossero costrette a produrne solamente le quantità necessarie per scopi medici? O, se in subordine, fossero costrette a documentare con esattezza dove e a chi consegnano le enormi quantità prodotte in eccesso?

Il granello di sabbia in questo mostruoso ingranaggio è che si può vincere anche senza doping. Basta avere fra le mani un atleta di straordinarie capacità e allenarlo nel modo giusto perché sia comunque competitivo e possa vincere. Tipo Schwazer che ha avvicinato Donati per dimostrare al mondo che per Londra si era dopato perché sentiva di non essere competitivo, essendosi allenato in modo pessimo rispetto a come si era allenato per Pechino, dove, come ha detto, aveva vinto pulito, ma nessuno gli credeva perché nel frattempo si era sputtanato senza scampo. Ora va da sé che un atleta del genere è un pericolo ambulante, soprattutto se vince, come Schwazer ha fatto in modo irridente a Roma. Uno così semplicemente rovina la piazza, mette in pericolo tutto un sistema, fa correre il rischio che i giganteschi guadagni delle multinazionali del farmaco possano essere in qualche modo intaccati. E allora bisogna fare in modo che un simile elemento di disturbo, appunto, non disturbi più. Per farlo si mette in piedi una gherminella tutto sommato abbastanza trasparente per fare i Silvan di turno e inquinare (sostituire? manomettere?) una provetta che aveva dato risultati negativi tempo prima. Il tutto per fare in modo che l’elemento di disturbo non gareggi alle Olimpiadi, che si riesca già che ci si è a togliere autorità e credibilità al più grande esperto di antidoping al mondo, e se poi dopo molto tempo verrà (come sicuramente verrà) fuori che è stata tutta una montatura, intanto i buoi saranno scappati e nessuno ne parlerà più. Se credo nella teoria del complotto nel caso di Schwazer? Come vedete, assolutamente e incondizionatamente, sì.