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Il tempo del Re

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Creato Mercoledì, 16 Agosto 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Oggi mio fratello mi ha dato una bellissima notizia. Grazie all'apparecchiatura di un vicino di casa amante del modernariato (fra l’altro è il figlio del mio professore di Analisi 2 nonché nipote del famoso giornalista Demetrio Volcich) è riuscito a ripristinare il suono dei miei antichissimi nastrini che registravo da giovane sul mio Geloso. Ora proverà a inventariare tutto il materiale, che è tanto, e a trasportarlo su qualche supporto più moderno. Fra questo materiale, a parte registrazioni importanti dal punto di vista privato con le voci di cari che da tanto tempo non ci sono più, ma mi mancano ancora come se fossero scomparsi ieri, c’è anche un nastrino per me preziosissimo etichettato semplicemente come “6-3-1971, hockey Jugoslavia-Austria” sul quale dovrebbe esserci la mia primissima telecronaca che proprio mio fratello ebbe l’accortezza di registrare dal televisore appoggiando il microfono del Gelosino all’altoparlante. Se riuscirà a trovarlo e a ripristinarne il suono penso che sarà interessante per molti ascoltare come iniziò praticamente lo sport su Telecapodistria e dunque lo posterò.

 

Per ora mi ha fatto ascoltare, e devo dire che il suono è ancora ottimo per le circostanze, la prima cosa che ha “decodificato”. Guarda caso (…) si tratta di un nastro con canzoni di Elvis Presley che all’epoca era ancora sulla breccia, anzi proprio ai tempi della mia prima telecronaca uscì quello che fu il suo ultimo singolo che salì al primo posto delle classifiche di Billboard, e cioè “Suspicious Minds” (l’anno dopo “Burning Love” arrivò al posto numero due). La cosa, unita al fatto che in questi giorni si celebra il 40-ennale della sua morte, per cui si leggono molte cose sulla sua vita e soprattutto sui suoi inizi, cose a volte totalmente inesatte o trattate in modo superficiale che ovviamente mandano “leggermente” in bestia un appassionato della prim’ora come il sottoscritto, mi ha dato lo spunto per dire qualcosa di mio sulla cosa. E dunque appassionati di basket vi avverto che il pezzo che segue è sulla falsariga di quello dedicato a Chuck Berry, per cui se non vi interessano gli inizi di quell’epocale fenomeno musicale e soprattutto culturale che fu il rock-and-roll potete tranquillamente smettere di leggere.

Di tutto quello che ho letto di gran lunga il pezzo migliore è quello di Gino Castaldo per Repubblica che inquadra in modo eccellente il contesto con una sola inesattezza fattuale, quando cioè dice che Sam Phillips vendette il suo contratto alla RCA per un pugno di dollari. Alla faccia! Furono 35000, cifra enorme per l’epoca, la cifra più alta mai sborsata da una Major per il contratto di uno sconosciuto giovanotto del Sud (attenzione al contesto storico: per la RCA con sede a New York quelli del Sud all’epoca erano zoticoni, bifolchi che cantavano melodie primitive con un accento praticamente incomprensibile per le educate orecchie del New England).

Elvis Aron Presley, unico sopravvissuto di un parto gemellare con il gemello Jessie Garon nato senza vita, cosa che impedì alla madre Gladys di avere altri figli, per cui rimase sempre figlio unico morbosamente legato alla madre da un legame fortissimo a doppio senso, si trasferì seguendo il padre Vernon in cerca di lavoro da Tupelo nel Mississippi, dov’era nato, a Memphis all’età di 14 anni nel ’49.  La famiglia trovò una sistemazione dopo un po’ di tempo a Fort Lauderdale Courts, case costruite dal governo locale sulla falsariga della nostra Ater, per cui il nostro ragazzo poté far conoscenza con altri ragazzi, fra i quali i fratelli Johnny e Dorsey Burnette che si fecero ambedue poi un nome nel r’n’r, che lo introdussero alla musica popolare. Del resto a casa sua si cantava volentieri e c’è il famoso episodio che dice che il piccolo Elvis avesse vinto un premio ancora a Tupelo a un concorso canoro, episodio che però sembra sia stato gonfiato ad arte tanto che si dubita addirittura che sia realmente successo. Imparò a suonare la chitarra da puro autodidatta senza che praticamente nessuno lo sapesse, tanto che c’è un aneddoto che risale al suo periodo alla High School, la Humes High, che narra che un suo compagno di classe si lamentasse di aver rotto una corda della sua chitarra, al che il timidissimo e taciturno Elvis gli si rivolse dicendo timidamente che, se voleva, gliela avrebbe riparata lui. Il compagno rimase letteralmente folgorato non avendo mai immaginato che quell’essere insignificante sapesse addirittura suonare la chitarra, figurarsi cantare.

Finita la scuola il giovane Elvis cercò un lavoro, trovandolo quale conducente di camion di una ditta di componenti elettrici, contemporaneamente sviluppando una strana attitudine ad addobbarsi in modo contro corrente e soprattutto lasciando i capelli lunghi dietro alla nuca nel poi diventato famoso “ducktail”. In più compiva ardite scorribande sconfinando a Beale Street, l’arteria principale della zona “nera” di Memphis, che come tutte le città del Sud era (era?) allora rigidamente segregata fra quartieri bianchi e quartieri neri. Il suo interesse era dedicato principalmente alla musica dei suoi concittadini di pelle scura, tanto che spesso di domenica andava addirittura nelle loro chiese ad ascoltare i loro gospel.

Il giovane Elvis, però, per quanto timido, taciturno e introverso, aveva comunque una sua idea, che era quella di fare il cantante. Ragion per cui, un fatidico giorno nell’estate del 1953, di sabato pomeriggio finito il lavoro, fece il fatidico passo: varcò la soglia degli uffici della Sun Records.  

La Sun Records era una minuscola casa discografica situata in 706 Union Avenue fondata da un tale Sam Phillips che aveva cominciato come tecnico del suono a cui affidavano la registrazione di concerti dal vivo soprattutto di artisti neri. Fatti un po’ di soldi fondò la sua compagnia ritenendo un grosso peccato che la musica che lui registrava nessuno la sentisse, in quanto era straordinaria. E all’inizio infatti si premurò di pubblicare dischi di baldi giovanotti di pelle scura che rispondevano ai nomi, fra gli altri, di B.B.King, Rufus Thomas o Ike Turner. La sua ambizione era però evidentemente quella di trovare un bianco che suonasse quel tipo di musica per sfondare sul ben più ampio e remunerativo mercato bianco. Per sbarcare il lunario comunque aveva messo in piedi un servizio di registrazione istantanea, per cui uno entrava in studio, cantava la sua canzone dietro un modico compenso di un paio di dollari, e poi se ne andava a casa con il suo acetato.

Quando Elvis entrò per registrare la sua canzone (anzi due, perché c’era anche il lato B) Sam Phillips non c’era. C’era però la sua segretaria tuttofare, Marion Keisker, che ebbe pena per quel povero ragazzo sporco e vestito in modo strano che se ne stava in disparte aggrappato alla sua chitarra in attesa del suo turno. Per fare conversazione gli chiese che tipo di musica suonasse e la risposta lapidaria fu: “Tutta” e alla successiva domanda, su cioè a chi si ispirasse, la risposta fu altrettanto laconica: “A nessuno”. A posteriori, quant’era vero, quant’era vero…

Elvis entrò, cantò “My Happiness”, una mielosa ballata di qualche anno prima che lui dedicò alla madre, e “That’s When Your Heartaches Begin”, un pezzo cantato 15 prima da un gruppo di nome Ink Spots. La Keisker, sentito il disco, pensò che il ragazzo avesse una bella voce, si fece dare il nome e lasciò un biglietto per Sam con su scritto “Da prendere in considerazione”.

Malgrado questa raccomandazione però non successe niente di niente per molto tempo, per quanto Elvis avesse tentato di farsi avanti un’altra volta registrando un altro acetato con le canzoni “It Wouldn’t Be The Same Without You” e “I’ll Never Stand In Your Way” due altre mielose ballate che fra l’altro cantò in modo abbastanza incerto (gli acetati si sono conservati e ognuno, se vuole, può ascoltare queste rarità). 

Poi nella primavera successiva successe che Sam Phillips venisse in possesso, tramite un suo amico che gli aveva l’anno prima presentato un complesso, The Prisonaires (nome perfetto, perché erano veri galeotti del Penitenziario Statale del Tennessee), che con la canzone “Just Walking In The Rain” avevano dato a Phillips il suo primo e fino a quel momento unico disco di successo, di una canzone di nome “Without You” che lui vedeva come perfetta per un cantante “naif” che sapesse però rendere un’atmosfera quasi di struggente dolore, che avesse insomma un’anima, un soul, come dicono loro, per cui fece chiamare Elvis per vedere se magari lui poteva inciderla.

Per affiancarlo chiamò due musicisti che lavoravano per lui, il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black dando loro il compito di far sentire il ragazzo a suo agio e di vedere di mettere insieme una specie di amalgama sonoro.

I tre si trovarono a casa di Scotty, provarono e riprovarono, ma Scotty rimase ben poco impressionato dalle capacità di Elvis: “uno come tanti altri”, fu il suo giudizio. Ciò nondimeno, come già concordato, i tre si ritrovarono nello studiolo della Sun una domenica, sembra fosse il 7 di luglio del 1954, per vedere cosa si potesse fare. Elvis cominciò con tutta una serie di ballate, ma più si sforzava di fare impressione, meno aveva successo. A un dato momento Sam, che stava nella sala comandi, dette ai ragazzi un momento di sosta per riordinare le idee. Mentre bevevano qualche Coca Cola, di colpo Elvis prese la chitarra e quasi per scherzo cominciò a suonare, contorcendosi e ridendo, un vecchio pezzo di Rhythm and Blues di un cantante nero, Bill “Big Boy” Crudup, che rispondeva al nome di “That’s All Right (Mama)”. Gli altri due, divertiti, lo seguirono, e Sam, sentendo tutto quel frastuono, mise il capo nello studio per sentire cosa facessero. Elvis si scusò, ma in quel momento Sam Phillips pronunciò la frase che cambiò tutta la musica popolare mondiale: “Ragazzi, non so cosa stiate facendo, ma trovate un posto per suonare e rifatela di nuovo!”  

Penso che ognuno di noi abbia in mente un preciso momento storico a cui vorrebbe essere presente se esistesse una macchina del tempo. Ebbene, per me il momento è quello, quello del Big Bang che dette vita a tutto un universo di suoni che ancora oggi caratterizzano la vita di tutti giorni. Per Sam Phillips che il timido camionista interprete di ballate conoscesse la musica per la quale lui si era battuto tutta la vita fu una folgorazione e probabilmente già allora si rese conto di avere per le mani un inestimabile gioiello, un ragazzo bianco che conosceva, cantava e suonava con trasporto la musica nera. Dopo un paio di esecuzioni di prova i tre completarono la versione finale di “That’s All Right” e si misero subito alla ricerca del lato B del disco. Incredibilmente la scelta cadde su un pezzo del bluegrass, dunque la musica country per eccellenza, più bieco, o come si dice in modo fino mainstream, una ballata composta dal violinista Bill Monroe che con il suo complesso andava per la maggiore nel genere, di nome “Blue Moon Of Kentucky”, ballata che però i ragazzi reinterpretarono completamente dandole una forte accelerata e suonandola quasi con cadenze blues. Alla fine quello che ebbero in mano fu un disco totalmente nuovo, assolutamente non catalogabile in alcun genere fino allora noto, o, come disse Scotty Moore: “Era veramente elettrizzante e a noi piaceva tantissimo. Ma cos’era? Avevamo paura che, se l’avessimo suonata in pubblico, ci avrebbero cacciato dalla città.”

Sam era comunque convinto di avere per le mani una bomba e portò subito il disco al più famoso DJ della città, Dewey Phillips (solo omonimo), amico suo, pregandolo di metterlo almeno una volta in onda nel suo programma serale. L’altro Phillips ascoltò il disco, rimase perplesso chiedendo a Sam cosa mai fosse, ma alla fine per amicizia consentì alla richiesta e la sera lo mise in onda. Successe una cosa incredibile: alla stazione radio cominciarono a arrivare telefonate continue di ragazzi che chiedevano se potesse rimettere in onda il disco di quello sconosciuto camionista (“Elvis Presley? Che nome era? Facevo fatica a credere che fosse un nome vero e non un’invenzione da fantascienza” – disse Dewey) che era loro piaciuto un sacco. La cosa fu talmente sorprendente che un impiegato ricevette il compito di rintracciare Elvis e di portarlo subito alla stazione per un’intervista. Alla fine lo trovarono al cinema che guardava l’ultimo film di James Dean (assieme a Tony Curtis e Marlon Brando suo idolo totale) e lo portarono di peso alla stazione. Una delle domande chiave che gli fecero all’inizio fu quale scuola avesse frequentato e alla risposta “Humes High”, liceo per bianchi, tutti poterono capire che non si trattava di un ragazzo di colore. Cosa a quei tempi più che importante, dirimente.

In autunno il trio Elvis, Scotty & Bill si esibì dal vivo in un concerto di glorie locali all’Overton Park, un parco di Memphis dedicato anche a eventi del genere. Il repertorio era sempre quello di due canzoni due e Elvis era terrorizzato, lui tanto timido e introverso. E quando uscì sul palco il terrore si trasformò in un incontrollato movimento di una gamba che mandò letteralmente in visibilio soprattutto il pubblico più giovane, ragazzine in testa. Al rientro dietro le quinte Elvis chiese a Scotty perché facessero tutto quel baccano, al che Scotty gli rispose semplicemente: “Ma ti sei visto?” “No, perché?” “Sembravi indemoniato con una gamba totalmente fuori controllo.” “Non lo farò più” “Scherzi? Sarà il tuo marchio di fabbrica, dovrai continuare a farlo sempre”.

Insomma il cerchio si era chiuso: musica nuova e apparenza carismatica, tutto perfetto per tempi che stavano cambiando tumultuosamente. Elvis alla Sun Records incise altri 4 singoli: “Good Rockin’ Tonight” (nera)/”I Don’t Care If The Sun Don’t Shine” (bianca, addirittura pensata all’inizio per il film Cenerentola della Disney), “Milkcow Blues Boogie”/”You’re a Heartbreaker”, sicuramente il singolo più scarso di tutti, “I’m Left, You’re Right, She’s Gone” (bianca)/”Baby, Let’s Play House” (nera) e infine “Mistery Train”/”I Forgot to Remember to Forget”. Se questa seconda canzone è semplicemente una ballata bianca che come prima caratteristica ha la prima inclusione nel complesso di un batterista (per la cronaca, di nome Tony Bernero) e come seconda caratteristica il fatto che con il tempo divenne una specie di marchio della casa, tanto che più o meno tutti i grandi artisti che passarono poi per la Sun la reincisero, Johnny Cash e Jerry Lee Lewis su tutti, la prima è un pezzo che ancora oggi lascia semplicemente senza fiato. Elvis reinterpretò in modo del tutto originale un pezzo di Little jr. Parker, un autore e cantante nero che incideva per la Sun, in un’esecuzione che ancora oggi rimane sospesa nel tempo e che sfugge a ogni possibile catalogazione cronologica, tanto che il regista Jim Jarmusch ne fece il leit motiv di un suo famoso film che succede proprio a Memphis. Il bello è che nel fade away finale si sente chiaramente Elvis che scoppia a ridere, convinto di aver completamente cannato il pezzo. Sam Phillips ebbe invece a dire: “Lui ride, ma non si rende conto di aver appena finito di eseguire quella che è di gran lunga la fottuta miglior cosa che mai abbia fatto nella sua carriera”.

Poi, mentre stavano preparando il successivo singolo, per il quale avevano già un eccellente pezzo, “Trying To Get To You”, ed erano alla ricerca di un possibile lato B, si fece avanti la RCA, che aveva mandato emissari ai suoi concerti e, vista la reazione del pubblico, si era convinta di aver fra le mani qualcosa di interessante. Elvis firmò il famoso contratto, passò alla Major che aveva ben altri mezzi per promuovere un suo artista, e cominciò la storia che tutti conoscono. La quale storia però non sarebbe mai nata se non ci fosse stato un visionario di nome Sam Phillips con la sua sgangherata casa discografica, visionario a cui il mondo della moderna musica popolare deve praticamente tutto. Per non parlare del fatto che con i soldi ricavati dall’affare Elvis Sam poté lanciare altri talenti che aveva nella sua scuderia. Nomi? Johnny Cash, Carl Perkins (Mr. “Blue Suede Shoes” e idolo assoluto di George Harrison, poi diventato suo grande amico – inciso: l’assolo con cui George Harrison convinse John Lennon a prenderlo nel suo complesso a far compagnia a Paul McCartney, suonato mentre viaggiavano al secondo piano di un tipico bus inglese, era l’assolo di “Raunchy”, un pezzo di Bill Justis edito, guarda caso, proprio dalla Sun Records), Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, e soprattutto Charlie Rich, uno straordinario genio che ottenne in carriera meno dell’1% di quello che si sarebbe meritato causa il suo carattere e l’alcolismo dal quale purtroppo mai riuscì a uscire, e tanti altri, grandissimi interpreti che però pochi conoscono (qualcuno sa chi è Sonny Burgess, o Warren Smith, o Carl Mann? – forse qualcuno conoscerà Harold Jenkins, poi diventato una superstar del country con il nome di Conway Twitty), per cui non vale la pena nominarli. Prima di diventare vecchio un pellegrinaggio al numero 706 di Union Avenue di Memphis devo farlo. In realtà il mausoleo di Graceland non mi interessa più di tanto. La commozione che invece proverò quando mi troverò nel santuario dove tutto nacque già adesso mi riesce difficile immaginarla