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Prima e doping

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Creato Venerdì, 27 Maggio 2011 Scritto da Sergio Tavčar

Leggendo i vostri commenti devo dire che mi viene molta malinconia vedendo quanto siate capaci di sondare ogni minuscolo pertugio della rete per trovare partite, siti, notizie, curiosità, cosa che io non sono neanche lontanamente capace di fare per la semplice ragione che praticamente non so neanche da dove cominciare. La malinconia mi passa un po' pensando a cosa me ne farei di tutte queste informazioni delle quali, sarà sicuramente l'età, per la stragrande maggioranza non mi interessa un tubo. Per esempio che in finale dell'NBA giochino Dallas e Miami lo so esclusivamente perché devo fare i turni TG per Capodistria e perciò sono costretto ad informarmi. Esatto: pensavo che con l'arrivo del playoff sarei riuscito a vedere qualche partita per intero, ma purtroppo sono ormai tanto condizionato che ormai il dito sul telecomando scatta per riflesso quasi pavloviano. Dell'NBA perciò non parlerò più (tanto è praticamente l'argomento esclusivo dei vostri rimpalli nei commenti, dunque è inutile che ne parli anch'io), visto che ne sapete tutti voi indiscutibilmente molto, ma molto più di me. Solo una piccola postilla: Montejunas è veramente forte e, come avete giustamente rimarcato voi, ha la fortuna (assieme a Gentile jr.) di essere allenato da un allenatore di scuola jugoslava che i giocatori bravi li fa giocare soprattutto nei momenti che contano. In quanto allo stesso Gentile jr. è un talento indiscutibile che però, ho paura, farà la fine di tutti i talenti italiani di quest'ultimo periodo: strombazzatura ignobile dei media e degli addetti ai lavori mentre è ancora in fase di sviluppo tecnico e di comprensione del gioco, per cui rimarrà a metà strada facendo la fine degli altri. Spero di sbagliarmi, speranza corroborata dalla fiducia che il padre dimenticherà, appunto, di esserlo e si ricorderà di come trattava lui un cocciuto giovane coach montenegrin-bosniaco (pardon, jugoslavo, come Boša vuole essere chiamato). (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

 

Rileggendo quanto ho scritto sul tennis l'altra volta mi sembra assurdo aver dimenticato di citare Edberg e Becker che, guarda caso, sono quelli che hanno monopolizzato Wimbledon negli ultimi anni '80. Faccio ammenda, e la cosa fra l'altro cambia un po' la prospettiva di giudizio, perché con la messe di campioni che c'erano all'epoca, è stata forse quella l'epoca d'oro del tennis. Voi avete citato Korda. E Kafeljnikov, per esempio? Ed altri che sicuramente ci sono? (Nel suo piccolo anche Chang era un grande riuscendo a trarre il massimo da un fisico totalmente non adeguato a quanto richiede il tennis di vertice). Giusto poi il discorso sui materiali con i giocatori che si trovano in mano adesso dei veri e propri bazooka. Ed è proprio per ciò che quanto vanno facendo i grandi di quest'epoca toglie letteralmente il fiato. Tutti noi sappiamo quanto sia difficile controllare un pallone di calcio o basket in piena corsa, per cui giocare il tennis di una volta (con attacchi, volèe, slice, passanti in corsa, righe pescate da fondo campo in accelerazione e chi più ne ha più ne metta) a velocità doppia rispetto a quanto si faceva non tanti anni fa è impresa nella quale possono riuscire solamente i fenomeni. Nadal, avete ragione, sembra tecnicamente un boscaiolo. Ma sembra solamente, visto che tira bordate tali che solo con un gesto da boscaiolo possono arrivare tanto forti, arrotate e lontano. Ed è inoltre atleticamente una bestia: mai visto uno che arriva sulla smorzata dell'avversario mentre questi sta ancora facendo il gesto del taglio con la racchetta. Non ha tocco, non ha gioco di volo. Ed intanto ha vinto a Wimbledon. Proprio sprovvisto non può essere. E attenzione, sta scrivendo uno che soffre fisicamente quando Federer perde contro di lui, essendo un tifoso senza se e senza ma dello svizzero. Però bisogna riconoscere quel che è vero. L'unico problema sembra la sua tenuta fisica, essendo palesemente sovrapompato (come, non chiedetemelo, perché i miei sospetti potrebbero incriminarmi), per cui una spaccatura è possibile in qualsiasi momento.

Chissà come (ma guarda mai) quest'ultima considerazione mi fa andare i pensieri verso il ciclismo e l'eterno dilemma del doping. Io penso che sul problema bisogna partire da lontano, sfrondando il discorso di tutta l'ipocrisia che sull'argomento viene spalmata a piene mani come melassa appiccicosa che nasconde tutto. Allora: cosa vuole il pubblico? Vuole una corsa veramente pulita, nella quale i distacchi si contano con la sveglia e nella quale le tappe di montagna possono essere molte di meno per pure ragioni di fisiologia umana e di tempi di recupero, o vuole vedere una corsa frizzante con arrivi in montagna ogni giorno e medie orarie attorno ai 50 km all'ora? Se vuole vedere quest'ultimo tipo di gare, allora gli aiuti "farmacologici" sono obbligatori. Non si scappa. Il problema è dunque alla fonte e io, onestamente, non posso dare la colpa ai corridori (o agli sciatori di fondo, o agli atleti, o nuotatori o chi volete). Non si parla di vincere o di andare più forte, si parla semplicemente di riuscire a tagliare vivi il traguardo. Tanto più che quando, ciclicamente, la lotta al doping diventa un tantino più seria e si cominciano a vedere corridori che si spengono durante una tappa oppure, peggio, che il giorno dopo per recuperare fanno le salitone a velocità da cicloamatori, tutti si ribellano, stampa in primis, dicendo che la corsa è stata deludente, perché mai nessuno è andato all'attacco e via dicendo. A vacce te', idiota, verrebbe da dire. A lume di naso mi verrebbe da supporre, vedendo il Giro, che il pendolo stia nuovamente ritornando verso le maglie larghe dei controlli, diciamo così. Spero di sbagliarmi. Ripeto: è tutta una questione di cultura. Quella che fa sì che i suddetti cicloamatori facciano una scorpacciata di pillole ed iniezioni prima di qualsiasi palio del rione, quella che costringe i giovani dilettanti a pratiche illecite perché, o fai così, o nessuno ti prende. Tutti sanno che il doping più efficace è quello che permette nell'età dello sviluppo fisico di acquisire parametri di rendimento altrimenti mai ottenibili (o ottenibili solo con sforzi disumani riservati a pochi eletti), e uno che è abituato a prendere porcherie di ogni genere da piccolo è difficile che poi smetta. Ricordate Ricco'? E per finire la considerazione che più mi affligge è quella per cui nell'immaginario del tifoso italiano medio l'eroe di tutti i tempi rimanga Marco Pantani. Uno della cui sorte bisogna avere tutta la pietà e la comprensione possibili, uno che ha pagato nel più crudele dei modi un andazzo del quale lui era un ingranaggio manovrato da altri, ma che pur sempre era uno che, ormai è provato ampiamente, prendeva EPO in quantità industriali, e che poi è finito in un tunnel di droghe pesanti dalle quali non è più riuscito ad uscire. Ripeto: una persona del genere deve rimanere a tutti come un monito di cosa non si deve fare, non di cosa bisogna fare. L'amaro gusto che rimane è: sì, era un dopato ed un drogato, però che emozioni ci ha dato! Dunque per essere eroi dobbiamo tutti fare come lui. Bel messaggio! Come quello di Basso, pescato con le mani nella torta del suo Birillo, che poi si redime e vince il Giro andando però non tanto bene quanto la volta prima. E ti credo! Non c'è stato uno che abbia detto: semplicemente allora andava più forte per le ragioni ampiamente note che gli sono costate la squalifica. Dico Basso per dire uno qualsiasi che ritorna da lunghe squalifiche e chissà perché poi va più piano. Nel senso che quando questi ritornano, tutti, dalla gente alla stampa li accoglie come figliol prodighi inneggiando al campione ritrovato. Scusate, ma per me uno così è finito. Non lo vado a vedere neanche in cartolina. Sono convinto che se tutti quanti i veri tifosi la pensassero come me, il doping si smonterebbe da solo, perché nessuno rischierebbe di vedersi chiudere tutte le porte, di vedersi troncata la carriera nel disinteresse e nei fischi nella folla facendosi beccare magari una volta sola. Chiaro, c'è una grossa comprensione di tutti i problemi di questi straordinari sportivi che si fanno un mazzo disumano guadagnando molti meno soldi di gente che in realtà fa quasi niente per meritarseli. C'è anche la netta consapevolezza che comunque nello sport di vertice di oggigiorno, soprattutto negli sport che portano il corpo al livello estremo di sforzo e sofferenza, l'aiuto della medicina è essenziale e benvenuto. C'è anche la consapevolezza che essere controllati sempre e comunque con tanto di passaporto biologico rompe le scatole, che uno non ne possa più di perquisizioni notturne della polizia, però ogni cosa ha un limite. E quando questo limite viene superato, non dovrebbe esserci ritorno, tanto meno come allenatore o general manager (Riis?) di squadre di vertice.