Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

L'accento su Lebron

Stampa
Creato Giovedì, 11 Giugno 2015 Scritto da Sergio Tavčar

Mi è successa una cosa incredibile: nella scelta del basket da guardare in TV stavolta, con mia colpevole angoscia, ho scelto di guardare l’NBA, tanto che del campionato italiano ho saputo solo guardando il sito della Gazzetta che Milano è stata uccisa in casa con ciò suggellando una stagione che era abbastanza prevedibile che sarebbe stata di dubbio successo, visto il roster che si era confezionata, onestamente che fosse senza capo né coda penso di averlo detto in tempi non sospetti.

Ho guardato addirittura lo spareggio del campionato di A2 con la vittoria della corazzata di vecchie glorie di Torino, squadra che avevo visto quando era ancora in B2 contro Monfalcone e che già allora si diceva che era partita con grossissime ambizioni non essendo i soldi un problema. Sono contentissimo che una grande piazza come Torino sia tornata in A1, ho paura però che se non costruiranno basi solide potrà sparire con la stessa velocità con la quale è apparsa, spero vivamente di no, sono altrettanto contento di aver visto il mio vecchio amico Ciani, che conosco da quando faceva il segnapunti nelle serie inferiori della nostra regione, fare tanto bene a Agrigento, lui che è una persona assolutamente straordinaria anche per gli ovvi motivi legati alla sua malformazione fisica che ha fatto sì che per emergere dovesse essere infinitamente più bravo dei concorrenti. Quando vedo storie di successo del genere e vedo persone dotate di forze sovrumane che solo per il loro granitico carattere e le loro grandi capacità riescono a ottenere risultati impensabili, allora, inutile, mi commuovo, pensando anche con rabbia a quali potenzialità abbia il nostro animo che per la maggior parte vengono buttate nel cesso dalla stragrande maggioranza dei nostri consimili.

 

Milano no, mi dispiace, non l’ho guardata. Non ci riesco. Ho guardato, quando ho potuto, Venezia e Reggio Emilia, due squadre sane che giocano un basket umano, anche se per me rimane “il” mistero quale sia il ruolo e cosa si voglia da Stone, giocatore che si usa in questi casi definire “atipico” per non dire che non è ne carne né pesce e la cui utilità non si riesce proprio a capire dove possa essere espressa. E se non ci riesce Recalcati, allora sembra onestamente impossibile. Altrettanto mi dispiace per Reggio Emilia a causa dell’infortunio di Lavrinovic e che è la squadra, non me ne vogliano i veneziani, per la quale faccio il tifo visto che è basata su un nucleo importante di italiani con il meraviglioso Kaukenas a fare da capo e da tutore di questa pattuglia, mostrando addirittura di anno in anno grossi progressi tecnici, oltre al carattere e allo spirito vincente che ha sempre avuto. L’unica cosa che mi dà un po’ fastidio di Reggio è che secondo me sfrutta al massimo al 40% le straordinarie potenzialità di Polonara che potrebbe tranquillamente essere il Nemanja Bjelica italiano, come mi dà anche un po’ fastidio che vengano incensati al di là di ogni possibile comprensione legata alla necessità di fare propaganda, due giocatori tutto sommato molto limitati quali Mussini e Della Valle, il primo per ovvie ragioni fisiche, ma anche perché in lui non vedo nessuna scintilla mentale di vero talento, il secondo per ragioni tecniche, avendo un repertorio troppo scarso per le cose che si chiedono da lui. E’ comunque molto perfettibile, basterebbe che lavorasse come un disperato sui fondamentali individuali con un istruttore valido. Lo farà? Vista la mentalità dei giovani virgulti non solo italiani, ho i miei serissimi dubbi.

E allora NBA. Ho scoperto intanto come seguirla: visto che sono in ferie e vivo una vita da perfetto recluso, ogni tanto per uno come me è indispensabile rimanere da solo con me stesso per ricaricare le batterie, e infatti capisco perfettamente le profonde ragioni per le quali una persona sceglie a un dato momento di fare l’eremita, non mi informo su come sono finite le singole partite, per cui quando guardo le repliche del giorno dopo per me è come se fosse una diretta. E come seconda cosa metto l’audio sul commento originale americano, che è molto più sobrio e aderente alle cose che succedono in campo, senza gli urli orgiastici del commento italiano che danno sommo fastidio, per non parlare del fatto che, appunto, parlano a raffica mandando in malora ogni possibile attenzione che uno che si picca di conoscere un po’ di pallacanestro vorrebbe rivolgere alle “vere” cose che succedono in campo e soprattutto sul perché succedono. Devo a malincuore ammettere che sì, finalmente, quest’anno nella serie finale vedo dell’ottimo basket che è un grande piacere seguire. La ragione è che è “vero” basket, un basket nel quale soprattutto si difende, e quando si difende seriamente, con logica, tentando di mettere i bastoni fra le ruote all’attacco avversario giocando sugli uomini che quest’attacco compongono, allora le cose vanno a posto e si può avere una reale prospettiva delle situazioni che via via si vanno a creare. E poi, scusatemi, ma c’è un’altra cosa che mi reca indiscusso piacere: il fatto che la serie fra Cleveland e Golden State confermi in pieno le mie più recondite convinzioni, quelle che normalmente sono restio a esporre, in quanto con esse vado totalmente controcorrente rispetto a quelli che sono stereotipi già consolidati. Per esempio quello che per vincere bisogna avere una grandissima profondità di panchina, essendo le partite ravvicinate, essendo il dispendio energetico fisico e mentale esorbitante, eccetera. Ora io vedo Cleveland che per infortunio deve rinunciare a pezzi da 90, che dico, da 180, quali Love e Irving, giocare in otto giocatori otto, i quali otto giocatori otto sono sopravvissuti a tre partite tiratissime con supplementari, uno vinto, sono riusciti in gara tre a finire lucidi e determinati stroncando un’incredibile rimonta avversaria che, a onor del vero, erano stati loro a propiziare calando inevitabilmente di concentrazione una volta raggiunto il più 20 a metà del terzo quarto, insomma che a giocare siano stati solo in otto non ha portato loro alcun tipo di calo finale. Io affermo da quando ho cominciato a allenare che una squadra di basket è di otto uomini, il resto sono giocatori o con compiti specifici, da usare con il contagocce, o juniores che fanno esperienza. E lo dico per la semplice ragione che in campo bisogna avere ordine, cioè gerarchie. Bisogna sempre, in ogni momento, sapere chi è chiamato a fare cosa, e per quanto riguarda Cleveland le cose sono lampanti e, con un allenatore bravo, pragmatico e lucido in panchina che non vuole essere uno che con le sue pensate vince lui la partita, tutto funziona secondo logica. Ovviamente il big boss si sa chi è e gli altri sono i suoi aiutanti che danno il meglio di quello che possono dare per fare in modo che il motivatissimo boss ottenga quello che ritengo per lui sia il successo estremo della sua carriera, quello di vincere un titolo nella sua città, da solo, da assoluto protagonista. La squadra dunque rema tutta nella stessa direzione e il big boss è diventato anche tanto maturo e intelligente da fare le cose nel modo giusto: fa i canestri che deve fare, lascia giocare gli altri quando le cose vanno bene, si prende le sue responsabilità al momento giusto, qualche volta anche forza conclusioni che potrebbe risparmiarsi, ma non gli si può assolutamente fare una colpa, in quanto in questo modo continua mandare importantissimi messaggi agli avversari, nel senso ”state attenti, che comunque io ci sono sempre”. Con questa attitudine mentale del grande capo anche tutti gli altri si sentono responsabilizzati e in difesa danno l’anima mettendo a nudo tutte quelle che sono le magagne di una squadra che è un rullo quando si gioca a ritmi di valzer, ma che mostra grosse crepe quando gli avversari mettono mano al randello. E si sa, quando arrivano i playoff, e ciò vale per ogni lega, anche la più infima, a decidere non sono la bellezza tecnica e la leggerezza del gioco, ma, detto in breve, gli attributi, l’intensità, il fisico, la feroce voglia di vincere.

Secondo me è stato illuminante vedere finalmente Golden State alle prese con una difesa come Dio comanda. Per esempio l’MVP della fase regolare. Sgombro subito possibili equivoci: il buon Steph è un giocatore della Madonna, su questo non ci può essere il minimo dubbio. Però quando uno nella fondamentale gara tre, la prima in trasferta subito dopo aver perso in casa, la classica partita nella quale la squadra favorita deve battere immediatamente un colpo per ristabilire le cose e soprattutto mandare un messaggio fortissimo agli avversari, del tipo “guardate che ci avete preso alla sprovvista, ma vogliamo che capiate subito che è stato un incidente di percorso”, praticamente non esiste fino a che non precipita a meno 20, salvo poi risvegliarsi quando gli avversari un momento rifiatano, qualche perplessità la suscita. Certo, poi ha segnato tiri impossibili, ma sempre quando la squadra era sotto, i classici tiri che cominciano a entrare quando senti che non hai più nulla da perdere. E infatti, una volta arrivato a tiro, ha sfoderato un passaggio no look dietro alla schiena direttamente in out. Chiaro, un errore ci può stare, ma assolutamente non “quel” tipo di errore pretendendo di fare un ricamo in un momento così importante. Quello che voglio dire è che comincio a avere forti dubbi sulle sue intrinseche capacità di vincente “vero”, di quello che segna quando veramente serve per ammazzare psicologicamente gli avversari. Per non parlare di Thompson che è quello che finora è quello che mi ha deluso di più. Bellissimo giocatore, gran tiro, ma quando la pugna infuria dov’è? Ditemelo voi.

Dall’altra parte invece vedo un giocatore fondamentalmente di una bruttezza invereconda, dai movimenti goffi e dal tiro storto, che invece si butta su ogni palla, che quando scavi nel mucchio di giocatori impilati sul pallone tipo football in fondo ci trovi sempre lui, che non ha paura di nulla, che quando è importante segna anche due triple di fila per il famoso più 20 di cui sopra, non solo, ma che nel finale con l’MVP che manca solo che lo placchi riesce da terra a scagliare un missile in canestro di tabella. Tutti quelli che si sono cimentati in un qualsiasi gioco di squadra sanno perfettamente quanta carica dia un giocatore del genere a tutti i compagni. Addirittura quell’essere indecifrabile che è JR Smith sembra impegnarsi! Mi dispiace per gli esegeti del gioco bello e spumeggiante, ma in vita mia farò sempre il tifo per la squadra nella quale milita un giocatore quale Matt Dellavèdova (non riesco mai a capire perché agli italiani sembri figo storpiare il nome dei loro connazionali, per quanto da generazioni emigrati altrove).

Chiaro, scrivo sul 2 a 1 per Cleveland e la serie è ancora lunga. Golden State sulla carta rimane la squadra più forte delle due e tutto può ancora succedere. Le possibilità malgrado tutto rimangono ancora sul fifty-fifty. Per quanto detto comunque devo confessare che il mio tifo va tutto per Cleveland. E che un giorno facessi il tifo per la squadra di Lebron James mai me lo sarei aspettato.