Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Segnare (in) un'epoca

Stampa
Creato Venerdì, 31 Gennaio 2020 Scritto da Sergio Tavčar

In questi ultimi giorni ho letto con molto interesse i vostri commenti che si sono scatenati su tutta una serie di argomenti tutti molto interessanti e soprattutto altamente stimolanti, per cui ho deciso di dire anche la mia. Spero che mi sia consentito.

Intanto grazie per gli auguri, anche se vedere il numero 7 davanti alla propria età è inquietante. A proposito ero a cena con parenti, amici e colleghi festeggiando appunto il genetliaco quando uno degli amici che intanto smanettava sul telefonino per vedere come andasse la Juve (maluccio, per dire così, fra l’altro) si è alzato dalla sedia per venirmi a dire che le agenzie stavano dando la ferale notizia che Kobe era morto. Non è stata una bella notizia e ha condizionato un po’ il resto di tutta la serata. Su questa cosa avete detto tutto voi e a me resta poco da aggiungere se non che sono più o meno d’accordo con tutto quanto avete detto, compreso l’accenno sempre problematico sulla gestione mediatica della faccenda con l’NBA che l’ha cavalcata in modo sublime dal punto di vista dell’immagine, ma secondo me con una buona dose di ipocrisia, nel senso che ha detto tutto quello che la gente, sull’onda dell’emozione del momento, voleva sentirsi dire.

 

Per me comunque, non sarò certamente politicamente corretto (e quando poi lo sono stato?), l’emozione è stata semplicemente quella di una grande ondata di pietà nei confronti della morte in stessa, soprattutto della figlia che con un’amica andava a giocare una partita di basket. E secondo me su queste cose bisognerebbe andare cauti e soprattutto parlare a sproposito il meno possibile lasciando che la famiglia metabolizzi in pace la terribile notizia. Dal punto di vista del basket Kobe aveva dato già tutto quello che aveva da dare, per cui ci manca come uomo, ma certamente non più come giocatore, per cui il fatto che sia morto non dovrebbe cambiare nulla nello stilare il bilancio di quanto abbia dato al basket. Che è stato moltissimo, è stato sicuramente un’icona che rimarrà nel tempo, in campo è stato sempre uno straordinario vincente, ha avuto sempre il merito di trasmettere con il linguaggio del corpo il messaggio che il basket era la sua vita, è stato un grande personaggio, ha saputo gestire in modo perfetto la sua carriera, anche dopo essersi fatto abbindolare in quella storia di presunto stupro (roba in realtà di routine per tutti gli sportivi di vertice che pensano di essere dei in terra e che le femmine non pensino ad altro che ad andare con loro perché sono irresistibili e non certamente perché sono facilmente spennabili avendo tantissimi soldi – senza essere vecchi bavosi, fra l’altro), ha saputo gestire in modo mirabile il declino della carriera mischiando in modo magistrale impatti mediatici e emotivi, insomma ha marcato sicuramente un’epoca. Ma da questo a innalzarlo ad eroe solo perché non c’è più secondo me ce ne corre. Per dire, quando è morto Dražen lui aveva solo 29 anni non ancora compiuti ed aveva appena iniziato il periodo più significativo della sua carriera, per cui il destino ci ha tolto un atleta che avrebbe potuto regalarci fortissime emozioni ancora per tantissime stagioni. Quella sì che è stata una perdita straziante. Almeno per me. Scusate se sono stato crudo, almeno penso di esserlo stato dopo aver appena riletto quanto appena scritto. 

Visto che siamo quasi in tema, un breve intermezzo. Durante la cena sunnominata ho ricevuto il solito biglietto di accompagnamento al regalo (se vi interessa quale fosse, ebbene era un puzzle, dei quali sono uno sfegatato appassionato, di 1500 pezzi) con una citazione di Einstein che, gli amici mi conoscono benissimo, sapevano mi avrebbe divertito. Di più, sono giorni che ci penso di continuo e anche rido amaramente di continuo. Recita: “Essendo la velocità della luce superiore a quella del suono alcune persone possono apparire brillanti, prima di sentire le stronzate che dicono”. E poi ho ricevuto una cartolina di auguri di mia nipote dalla Germania, cartolina che avevo visto durante la mia visita estiva in una libreria, e che mi ero rammaricato di non aver comprato, che recita in tedesco: “La causa principale dello stress è il contatto quotidiano con gli idioti”. Ecco, ora forse conoscerete meglio il mio carattere, in quanto mi riconosco pienamente in ambedue le affermazioni. 

Passando in breve al tema tennistico che avete introdotto e che trovo molto interessante (quando si parla di psicologia e attitudini mentali sapete bene che mi si drizzano subito le antenne) dico che mi trovo al 100% d’accordo con Pado che su Kirgios ha scritto esattamente quello che avrei scritto io al suo posto. A mo’ di completamento del ragionamento aggiungo che uno degli assiomi che regolano la mia comprensione del prossimo è che, facendo un paragone meccanico, solo una macchina fuori giri può grippare. Il che tradotto vuol dire che chi ha qualche rotella fuori posto non può essere una persona stupida. Uno stupido ha la macchina del cervello che lavora al minimo, se lavora, per cui un motore fermo non può andare fuori giri e rovinarsi. Ora Kirgios è uno che ha più di qualche rotella fuori asse e quindi è una persona fondamentalmente intelligente che però, appunto, per come funziona in modo anomalo, bisogna prendere per quello che è. Per cui, essendo sicuramente intelligente e capace, sa rendere in campo in modo mirabile quando le cose casualmente funzionano pur con tutti i limiti tecnici così ben esposti e che condivido in pieno, ma quando le rotelle escono dal loro asse sbraca e va in tilt. Per cui lui potrebbe dedicarsi anima e corpo al tennis per 25 ore al giorno, ma questo difetto di fondo farà sì che sarà sempre un giocatore limitato. Inutile che uno sia un virtuoso della racchetta se poi a un dato momento impazzisce e comincia a tirare in  tribuna o sui giudici mandando tutti a quel paese. Questo tipo di persona l’ho vissuta sulla mia pelle in quanto il mio primo play era un vero genio, senza tiro ma con grandissima visione di gioco e soprattutto con una capacità sublime di trattamento di palla (mai perso una palla in palleggio, anzi quando lo raddoppiavano o triplicavano andava in estasi e si rivolgeva a me tutto esaltato: “Sergio, comincia lo show-time!” – peccato poi che i tiri liberi di bonus li sbagliava), ma era, appunto, come Kirgios. A un dato momento impazziva senza che prima avesse dato alcun segno premonitore e affossava la squadra con tecnici, aggressioni anche fisiche all’arbitro (fu squalificato a vita, salvo essere graziato dall’amnistia generale concessa dalla FIP dopo la vittoria dell’Italia all’Europeo dell’ ’83) e palle scaraventate in tribuna perché, a suo avviso, il centro non guardava la palla e allora lui lo “puniva”. Era del resto un ragazzo del tutto normale e molto intelligente. Per fortuna nel finale di carriera riuscì se non altro a capire quando stava per sbracare e mi avvertiva subito, per cui anche a costo di un fallo fatto apposta dovevo fermare immediatamente la partita per cambiarlo. Era assolutamente urgente, questione di secondi. 

E finalmente vengo al pezzo forte, al fisso, come diciamo a Trieste. Come sapete sono uno strenuo sostenitore della totale stupidità nel paragonare le prestazioni atletiche fra epoche diverse, per cui mi è venuto un acuto attacco di gonadociclosi leggendo la frase di Llandre che diceva che era incontrovertibile che una volta i nuotatori andavano più piano, per cui oggi sarebbero atleti migliori. Per fortuna le sue teorie sono state fortemente contestate da Edoardo e da Pado con i quali sono ovviamente totalmente d’accordo. Sarebbe come a dire che, visto che la Pellegrini nuota i 100 metri più di 2 secondi più velocemente di quanto facesse Carlo “Bud Spencer” Pedersoli, allora se i due si prendessero a pugni vincerebbe la Pellegrini. Cosa ovviamente ridicola. Si tratta di due cose assolutamente diverse che fra loro non hanno alcun tipo di attinenza. La mia ferma e incrollabile opinione è che l’umanità sia esattamente la stessa da tempo immemorabile, visto che un paio di migliaia di anni sono esattamente un battito di ciglia rispetto ai tempi dell’evoluzione della nostra specie. Ragion per cui l’uomo (inteso come specie animale, cioè uomo e donna) ha da tempo immemorabile le stesse capacità sia fisiche che intellettuali e che quello che cambia è solamente il contorno, in sostanza l’ambiente, l’alimentazione, la scienza e la tecnologia di supporto. Nella cultura e nell’arte, cioè nella massima espressione della creatività intellettuale, i giganti prescindono dai tempi nei quali vivevano, e i vertici raggiunti da Sofocle, Euripide, Shakespeare, Dante, Beethoven, Mozart, Leonardo, Michelangelo e chi più ne ha più ne metta, oggidì sembrano lontani parsec da quanto vediamo o dobbiamo subire quando andiamo in teatro. Non vedo assolutamente perché la stessa cosa non dovrebbe valere nello sport. Il potenziale, ripeto il potenziale, per la prestazione atletica, come per quella intellettuale, è esattamente lo stesso da millenni, per cui dire che oggi gli atleti sono migliori è una solenne e soprattutto miope, per non dire cieca, cazzata che prescinde da qualsiasi obiettiva analisi storica o, se volete, evolutiva. Ripeto, cambiano le condizioni di contorno, per cui le prestazioni cronometriche sono oggi migliori rispetto a quelle di una volta. E allora? Cosa significa? Semplicemente nulla. Nel campo dello sport è semplicemente intervenuto lo sviluppo scientifico, medico e tecnologico a dare un aiuto che spinge a migliorare le prestazioni di vertice, ma anche, e soprattutto, quelle medie. Certo, sarebbe affascinante se si riuscisse, tramite simulazioni al computer immettendo tutti i possibili parametri, a far correre assieme Jessie Owens e Usain Bolt e vedere chi vincerebbe. Per me sarebbero lì e lì, ma, come giustamente detto da Pado, si tratta semplicemente di operazioni mentali operate con l’attrezzo atto a segare.

Sul fatto che Messi e Ronaldo oggi taglierebbero in due le difese di una volta ho anche i miei fierissimi dubbi, per non dire certezze. Come sapete ho compiuto da pochi giorni un numero importante e soprattutto alto di anni vissuti su questa terra, per cui rispetto alla stragrande maggioranza di voi ho anche ricordi diretti di quanto accadeva una volta. Tanto per dire nel calcio una volta, quando un avversario era forte (Maradona lo era abbastanza, o anche lui sarebbe asfaltato da quelli odierni?), gli avversari mettevano su di lui una mignatta assurda che con lui andava anche in bagno se occorreva. La marcatura su di lui di Gentile (che poi riservò lo stesso trattamento a Zico) ai Mondiali dell’ ’82 se la ricordano tutti. Oggi sarebbe espulso subito per due cartellini? Non credetelo neanche per un minuto. Era semplicemente capace, furbo e cattivo (agonisticamente), oltre che allenato specificamente per quel ruolo. Inciso per i calciofili: chi fra i difensori odierni ha questo tipo di impostazione uomo contro uomo? Chi sa marcare ad personam come faceva, appunto Gentile, ma anche Burgnich, Guarneri, Morini, Brio eccetera? Siete sicuri che gente simile oggi non servirebbe? Oppure non servirebbero centrali di somma tecnica e visione di gioco quali Scirea, Picchi o Beckenbauer? E un tuttocampista come Cruyff sarebbe inutile e sovrastato dai fenomeni moderni? Non fatemi ridere per favore. Tornando in tema sono convintissimo che se Messi e Ronaldo fossero teletrasportati nel passato recente avrebbero i loro cavoli più che amari. Se poi tornassero a centrocampo per sfuggire alla caccia all’uomo troverebbero gente come Tagnin, Furino o Nobby Stiles e, credetemi, i loro problemi allora appena inizierebbero.