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L'infranto sogno americano

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Creato Giovedì, 07 Ottobre 2010 Scritto da Sergio Tavcar
Eccomi qua di nuovo. Sono molto curioso di vedere se ci sara' qualcuno che si sara' accorto che e' arrivato un post nuovo dopo tanto tempo che non mi faccio vivo. Se c'e' allora vuol dire che veramente eravate interessati.

 

E' cominciata la fase precampionato – a dire il vero sono gia' cominciati i campionati minori, cosa che a me, ma certamente non a voi, interessa infinitamente di piu', visto il mio coinvolgimento nelle vicende della Falconstar di B-2 e dello Jadran in C-1 – che come gia' da qualche anno a questa parte vede le squadre dell'NBA in Tour turistico promozionale in Europa con la gente che si svena per andare a vedere insulse esibizioni che col vero basket proprio nulla hanno a che fare. Pero' non saro' certo io, di professione giornalista, a minimizzare l' impatto, appunto, promozionale, che comunque serve sempre, anzi e' piu' che ben accetto. Quando parla pero' il coach che mi sento ancora di essere, allora chiaramente la situazione e' da voltastomaco puro.

La qual cosa mi porta inevitabilmente a ripensare alla mia attitudine attuale nei confronti del basket americano e di fare un ampio esame di coscienza per tentare di capire le ragioni, e quanto possano essere tanto comprensibili che giustificate, del mio totale rigetto nei confronti di tutto quanto sa di NBA. Alla fine, gira e rigira, arrivo all'inevitabile conclusione che si tratta della classica  reazione dell'amante tradito. Per uno come me che, come dicono poeticamente in Slovenia, ha gia' appeso sei croci all'albero della vita, quando ho iniziato ad amare il basket gli Stati Uniti erano il Paradiso irraggiungibile, il posto dove abitavano i marziani, dove il mio sport raggiungeva vette di quasi platonica perfezione. Ed in effetti era cosi': non dimentichero' mai, quando ancora giocavo, le due partite che giocammo contro l'equipaggio della portaerei Forrestal ormeggiata nel porto di Trieste. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Subimmo una lezione vergognosa da gente qualsiasi (marinai, in poche parole) che, per quanto piu' o meno alti come noi, con abilita' atletiche piu' o meno uguali alle nostre, ci fecero vedere come si giocasse veramente a basket. Erano i tempi in cui guardavamo i filmati storici di Bob Cousy, di Nate Archibald, gia' piu' contemporaneo, nei quali ammiravamo la straordinaria pulizia del gesto tecnico del tiro di Jerry West, l'immensa sapienza cestistica di Bill Russell, la devastante concretezza di Oscar Robertson. E poi vennero Dr.J, Bird e Magic, insomma vennero campioni che erano degli esempi viventi delle massime vette tecniche, anche atletiche nel caso di Dr.J (che pero', credetemi, era un giocatore anche di straordinarie capacita' tecniche ed intellettuali e se avesse avuto anche il tiro sarebbe stato sicuramente di gran lunga il miglior giocatore di tutti i tempi) nonche' di leadership di squadra che il basket potesse mai pretendere di ottenere.

Qualche tempo fa ho rivisto la famosa gara sei della finale dell'NBA dell'85 (o '86?) vinta dai Lakers a Boston col famosissimo gancetto di Magic a due secondi dalla fine. Mi sono venute le lacrime agli occhi per come giocavano bene.

E poi... agli inizi degli anni '90 il Direttore dei Giganti Pietro Colnago mi propose una rubrica dal titolo "Ce l'ho con...". Il primissimo pezzo si intitolava: "Ce l'ho con Shaquille O'Neal". In esso paventavo il fatto che la campagna mediatica che lanciava Shaq come nuovo personaggio dell'NBA sottintendesse una sterzata verso gli aspetti piu' deteriori del basket quali lo spettacolo ad ogni costo a scapito della vera essenza tecnica del gioco piu' intelligente del mondo.

Quanto avevo ragione...non avrei potuto pero' mai immaginare che raggiungessimo baratri cosi' profondi. Ormai, a parte qualche partita dei playoff tutto somiglia alla plastificata realta' virtuale del wrestling, farsa ignobile dove tutti fanno finta di fare sul serio, dove il pubblico fa finta di credere che sia tutto vero, mentre in cuor suo ognuno sa che sta assistendo ad uno spettacolo ben confezionato ma palesemente fasullo.

Chiaro, poi nasce anche Kevin Durant, come e' solo normale che succeda negli Stati Uniti che sono comunque il serbatoio cestistico di gran lunga piu' poderoso che il mondo possa offrire. Ed e' solo logico che anche gli altri, per quanto carente possa essere la loro tecnica, per quanto analfabeti possano essere per quanto riguarda la comprensione del gioco di squadra, per quanto imbecilli cestisticamente possano essere, essendo atleticamente tutti dei mostri, possano, anzi debbano, vincere lo stesso. Il problema pero' non e' quello: il problema e' che se questi stessi mostri atletici sapessero giocare come quelli di una volta, la differenza col resto del mondo rimarrebbe probabilmente abissale e non servirebbe loro mandare squadre di stelle NBA per vincere i campionati FIBA. Certo, anche il resto del mondo ormai sa giocare, ma la differenza atletica rimane. Ripeto: il dolore massimo che si prova e' dovuto al fatto che ci si rende conto di come talenti incredibili che, se educati come quelli di volta, sarebbero giocatori spaziali, vincano solo perche' schiacciano in testa o segnano da nove metri. Il rammarico dell'appassionato e' proprio questo: che si sente defraudato di un'estasi cestistica che sa benissimo che potrebbe esserci, ma non c'e'.

Controprova di quanto dico e' il basket femminile. Qui gli Stati Uniti continuano nei college ed anche nella WNBA a giocare a basket. Ed infatti agli ultimi Mondiali le americane erano rispetto al resto del mondo, come anche dovevano essere, di un altro pianeta, erano cioe' di quel pianeta tutto loro che noi appassionati tanto vorremmo fosse ancora frequentato dai maschi, per poter nuovamente godere dello spettacolo totale che solo il basket puo' offrire.