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Tiro dritto

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Creato Martedì, 10 Febbraio 2015 Scritto da Sergio Tavčar

Grazie per gli auguri. Troppo buoni. Anche se, alla somma delle somme, sempre di uno in più si tratta. Di uno in più verso… lasciamo stare.

Qualche risposta ai temi proposti. Intanto sulla meccanica di tiro e sul fatto che nella vecchia Jugoslavia c’erano giocatori dalla meccanica di tiro a volte addirittura ridicola (i più vecchi si ricorderanno il mancino Blaž Kotarac del Beograd) che ben mi guardavo dal rampognare. Sì, ma c’era una piccola differenza rispetto a Pascolo. Segnavano. E quando uno segna ha sempre ragione. Tutti noi sappiamo anche per esperienza, o per esserlo o per averci giocato contro, che  i mancini hanno una loro particolare coordinazione per cui, anche se vedi una loro foto mentre tirano stampata al contrario, il classico effetto specchio, vedi subito che qualcosa non va, che insomma non può trattarsi di un destro. Gli scienziati ci hanno spiegato che questo effetto deriva dal fatto che hanno una specie di corto circuito, per cui gli impulsi che arrivano dal lobo emotivo del loro cervello si scaricano direttamente sulla loro mano forte, quella sinistra, mentre nei destri l’impulso passa prima per il lobo razionale, che lo elabora, prima di scaricarsi sulla mano forte. Sarà come sarà, il fatto è che nella stragrande maggioranza sono i mancini a avere i tiri più strani. Però quando segnano, segnano. E il successo non si discute. Nel caso di Pascolo, destro, fra l’altro, dunque senza scuse, il tiro esce a mo’ di balestra senza tacca d’appoggio per la freccia, per cui va per conto suo su traiettorie casuali, mancando totalmente il classico allineamento spalla-gomito-polso-dita centrali, cioè indice e medio, che sono le due dita con le quali effettuiamo materialmente il tiro, fungendo le altre tre sostanzialmente da rampa d’appoggio, allineamento che in teoria prevede una perfetta perpendicolarità rispetto al terreno

 

Parlavate del mio pezzo su Dražen su Superbasket e l’esempio viene spontaneo ricordando che lui da ragazzo era proprio senza tiro, e se l’è costruito poi con un lavoro massacrante in palestra arrivando alla perfezione tecnica, l’unica che permette a uno senza talento di sperare di centrare il canestro se non altro per avere ripetuto lo stesso gesto un’infinità di volte portandolo a una ripetitività assoluta dell’esecuzione. E infatti, come ho più volte detto, Dražen segnava solo se il canestro era piazzato in modo perfetto. Se avreste voluto fargli uno scherzo e gli avreste messo il canestro a 3 metri e 06 invece che 044 (10 piedi, nel suo caso bisogna essere precisi al millimetro) state pur sicuri che tutti i suoi tiri sarebbero finiti sul primo ferro e non avrebbe segnato mai. In Italia abbiamo l’esempio di Dino Meneghin che da ragazzo aveva una specie di vanga al posto delle mani, ma che con il tempo, grazie al duro lavoro, si è costruito una perfetta meccanica di tiro, artificiale quanto volete, ma che, più passavano gli anni, più dava i suoi frutti, tanto che da vecchio era diventato addirittura un tiratore dalla media. Dunque si può, basta volerlo e avere accanto un vero maestro che ti insegni a tirare rompendoti le scatole (cioè spaccandoti il… ci siamo capiti) fino all’esaurimento psicofisico, finché cioè non riesci a ripetere il gesto corretto almeno per quattro-cinque volte di fila. Pascolo evidentemente non ha mai fatto un lavoro del genere in vita sua. Come non ha mai imparato a palleggiare (un suo contropiede con palla persa per strada contro Reggio Emilia è da antologia). E quando vedo un talento vero, uno che palesemente capisce di basket, che per la sua statura, reattività e velocità, anche di riflessi, potrebbe essere veramente un campione, balbettare nel recitare l’alfabeto o le tabelline, mi viene una rabbia colossale. Non riesco infatti a sopportare il talento sprecato. Già ce n’è di tanto poco in giro… Di sfuggita, penso che un discorso del genere, anche se molto più sfumato e con tantissimi distinguo e premesse, si potrebbe fare per Polonara che, lo ripeto ancora una volta, come dissi, mi pare, circa due anni fa, è uno che avrei voluto tanto veder nascere dall’altra parte dell’Adriatico una ventina di anni prima. Sono sicurissimo che prima la Jugoslavia e poi la Croazia avrebbero avuto un altro di quei campioni che allora il mondo  ammirava e celebrava.

Sul fatto che non ho commentato le dichiarazioni di Kobe sul fatto che in Europa si lavora meglio sulla tecnica mi sembra che non ci sia nulla da dire. Per chi mi conosce penso sia apparso semplicemente ovvio che quello che ha detto Kobe per me equivale a una tautologia pura e semplice che non occorre commentare, vista la sua lampante evidenza. Del resto ho parlato con abbastanza gente che ha fatto giri in America e che mi raccontava di avere visto a livello bambini cose incomprensibili, nel senso che lì i ragazzini imparano tutto un po’ come da noi il calcio, cioè vedendo in azione i loro beniamini e tentando di copiarli senza avere a monte una vera e propria istruzione tecnica. Del resto lo si vede. Guarda caso quelli più bravi dal punto di vista tecnico sono tutti più o meno eredi di famiglie di cestisti che hanno avuto esempi migliori in casa. Ripeto fino all’esaurimento psico-fisico: per me il problema principale in America è quello che si è rotta la vecchia catena di produzione, leggi l’asse scolastico liceo-college. A suo tempo i bambini che imparavano per imitazione venivano prima o poi inquadrati in un sistema con un istruttore che limava i loro difetti tecnici, dava loro soprattutto una ferrea disciplina (cioè l’ultimissima cosa che si impara giocando per strada, dove ognuno fa quello che gli pare e vale sempre la legge del più forte) e insegnava loro a mettere le loro qualità al servizio della squadra, come anche vediamo in tutti i film agiografici sul basket – e ovviamente su tutti gli altri sport di squadra – che sono stati prodotti in America. Il college serviva a completare questo percorso. Servirebbe (meno, perché più si diventa interessanti per le Tv, più bisogna vincere e dunque l’uovo oggi è molto più importante della gallina domani) anche oggi se solo i migliori non andassero subito nell’NBA dove, potete dirmi quello che volete, mandarmi a quel paese, dirmi in modo sprezzante che a Sky dicono del tutto altrimenti, che basta seguire i vari giocatori per rendersi conto degli enormi progressi tecnici fatti negli anni e via discorrendo, il progresso tecnico individuale si ferma inevitabilmente. O meglio, il migliorare è a discrezione assoluta del singolo che, se è intelligente e ambizioso e non si accontenta del tutto e subito, prova a migliorare con allenamenti a parte che però non sono certamente nei piani della squadra che ha ben altre priorità. Ora: esistevano e sono sempre esistiti giocatori che nei momenti liberi si allenavano sui fondamentali per migliorare, ma ho il sospetto che siano sempre di meno e questo è un grosso male. Tanto che tu giochi bene o male, basta che tu salti e schiacci e faccia casino sulla stampa con la tua aura di personaggio che prendi comunque sempre gli stessi soldi, per cui perché ti dovresti rompere la schiena per migliorare? Tanto il ritocco al contratto non te lo danno di sicuro. E allora, chi te lo fa fare? Certo, poi entra in gioco la componente dell’esperienza che ti fa fare sempre più le cose giuste, sempre che tu abbia imparato dai tuoi stessi errori (visto come l’intelligenza entri sempre in ballo?), e in più l’infinita ripetitività del gesto tecnico fatto in un numero infinito di partite serve comunque come allenamento. Che però semplicemente ti fa fare con più facilità lo stesso gesto che avevi all’inizio di carriera che è tutt’altro che detto che sia quello giusto.

Vorrei finire prendendo due piccioni con una fava, nel senso che parlo di Dean Smith e contemporaneamente mi intrometto nella diatriba Edoardo-Roluk che mi sembra un altro di quelli che partono in questo sito con intenti di moderatore delle nostre opinioni non certamente mainstream per quanto riguarda l’NBA e che, quando vede che non riesce proprio a convincerci, continua a rilanciare, a alzare la posta, a cominciare a dire cose sempre meno difendibili, finché normalmente smette perché proprio la sua opera di proselitismo non riesce a sfondare a getta la spugna affranto (Roluk, lo farai anche tu?). Allora: le Olimpiadi di Montreal le trasmisi per intero, avevo 26 anni e a quella età si ricorda tutto e soprattutto non lo si dimentica più, per cui vi chiedo di credermi, tutti, che quanto sto per dire è tutto sommato abbastanza vero, se non altro perché vissuto “de visu”. Premessa: quella Jugoslavia fu la più scarsa del decennio, non in quanto a giocatori, ma in fatto di preparazione tecnica e infatti l’anno dopo il coach Novosel fu sostituito nientemeno che dal prof. Aca Nikolić, già sintomatico il fatto che avessero scelto il meglio del meglio perché evidentemente anche in casa Jugo era suonato l'allarme. La Jugoslavia, se lo ricordate, aveva perso le qualificazioni di Edinburgo contro l'Italia, era rientrata alle Olimpiadi grazie a un massacrante torneo di riparazione di Hamilton, aveva stentato per tutta la prima fase, e tutti ricordano la miracolosa (o sciagurata, dipende dai punti di vista) vittoria decisiva contro l'Italia per l'accesso alle semifinali. Nelle quali giocò la partita migliore del torneo contro i sovietici, unica squadra contro la quale non serviva motivare i giocatori.  In finale si trovò di fronte quella che già all’epoca, appena la vidi in azione, definii la miglior squadra olimpica americana mai vista. E ciò non perché avesse i migliori giocatori, ma perché era di gran lunga la meglio allenata. Da Dean Smith. Il quale fece una cosa inedita e secondo me rivoluzionaria. Scelse tutti giocatori praticamente intercambiabili con un solo punto fisso, il play (Dio lo benedica in eterno!), il suo fido NC Phil Ford e poi tutti giocatori che potevano (e sapevano…) giocare in vari ruoli. Come centro titolare prese Mitch Kupchak, giocatore non particolarmente potente, ma troppo veloce e tecnicamente ferrato per i pivot classici avversari che si trovò davanti, in definitiva Dean Smith dimostrò con la selezione e la preparazione di quella squadra di essere almeno 20 anni avanti rispetto agli altri coach mondiali. Per esempio per l’epoca poteva permettersi il cambio sistematico in difesa, tanto di mismatch non se ne creavano, cosa che a tutti noi fece strabuzzare gli occhi (per noi il cambio in difesa era come ammettere una sconfitta). Non ho mai visto veramente in azione una squadra allenata da John Wooden. Fra tutte quelle viste, a quegli USA di Dean Smith possono essere  paragonati solo gli USA di Lute Olsen dell’ ’86.

Paragonare dunque i giocatori giudicando da quella partita è semplicemente idiota. Come dire che quando Milano prende 20 punti da Trento perché si è alzata col piede sbagliato, allora, che so, Pascolo è quattro volte più forte di Gentile. Non ha senso. Fra l’altro in quella partita, con la Jugoslavia che andò subito alla deriva, appagata dalla vittoria contro i sovietici e massacrata all’inizio da Ford che nascose la palla a Slavnić che in quella partita giocò il peggior basket della sua vita, fu proprio Praja a reggere la baracca, non solo, ma Smith se ne accorse e su di lui non solo approntò una difesa ad hoc, ma in attacco gli mise contro il suo uomo migliore, che non era assolutamente Scott May (da dove vi viene quest’idea?), ma Adrian Dantley che lo lavorò ai fianchi (e non solo figurativamente, gli arbitri non gli fischiarono neppure uno sfondamento pur andando ripetutamente a cercare il contatto fisico con Praja – e infatti il telecronista di Capodistria si alterò leggermente…), per cui quella partita fa testo esclusivamente per se stessa e trarre conclusioni sul valore dei singoli giocatori da quella partita è, ripeto, semplicemente idiota.

Comunque per leggere la mia opinione su Praja comprate il prossimo Superbasket (Giampiero e Dan, che ne dite di questa promozione? Merito un aumento di gettone?).