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Non è uno sport per signorini

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Creato Martedì, 13 Marzo 2018 Scritto da Sergio Tavčar

Devo dire che le Olimpiadi mi hanno divertito e appassionato. Oltre alle due cerimonie ho commentato i salti e il fondo. E se i salti sono stati in perfetta sintonia con i pronostici  della vigilia fino al minimo particolare, soprattutto in campo femminile con sul podio nello stesso ordine la prima, la seconda e la terza di Coppa del mondo e nel concorso a squadre con facile prima la Norvegia e Germania e Polonia a lottare per l’argento fino all’ultimissimo salto con le altre debitamente staccate, e se in tutto ciò si considera che gli sloveni hanno fatto mesta tappezzeria, e dunque mi hanno divertito molto poco, il fondo è stato spettacolare. Le piste erano bellissime, il tempo per la maggior parte è stato buono, e ogni gara è stata meravigliosa. Penso che si potrebbero raccontare tantissime storie, ognuna densa di significato e per qualche verso storica o commovente.

Lascio stare la Bjoergen, perché ne hanno parlato tutti, ma per esempio la storia di Kikkan Randall, coetanea della Bjoergen e protagonista nonché vincitrice della Coppa del mondo di sprint più di un lustro fa e poi praticamente sparita dalle scene che all’ultima gara importante in carriera vince la staffetta sprint grazie alla magnifica volata con la quale Jessica Diggins stronca la dominatrice dello sprint Stina Nilsson (l’aveva già fatto per il bronzo l’anno scorso a Falun) per poi qualche giorno dopo essere ammessa alla Commissione atleti del CIO. O la stessa Nilsson, capace di dominare la sprint e poi andare a bronzo anche nella 30 km (alla faccia della specializzazione!). O ancora Charlotte Kalla che domina lo skiathlon e poi vince altri tre argenti. Con in tutto questo anche l’intermezzo tragicomico della povera Stadlober che, seconda nella 30 km a meno di 10 km dall’arrivo, sbaglia strada e si trova a fare una salita in piena solitudine. La sua faccia, quando si accorge di essere sola nel deserto, fa il paio con quella della Ledecka all’arrivo del SuperG, che sarà, come avete anche voi giustamente detto, l’immagine iconica e storica di queste Olimpiadi per i secoli a venire.

I maschi non sono stati da meno. Anche qui lascio da parte la prodezza di Pellegrino che ha ottenuto il massimissimo teorico possibile in una tecnica non sua. E’ stata magnifica la storia di Simen Hegstad Krueger, il quarto della pattuglia norvegese nello skiathlon di apertura, lepre designata per mandare poi all’attacco nel finale i grossi calibri, soprattutto Sundby e Klaebo. Il quale all’inizio si arrota con due russi (che saranno poi a loro volta grandi protagonisti), perde una quarantina di secondi, rimonta, dopo il cambio di tecnica raggiunge i primi e secondo i piani di tipo ciclistico, caratteristici per le gare con partenza in linea, parte in fuga per far fare il lavoro sporco ai pretendenti delle altre nazioni tenendo al coperto i grossi calibri della sua squadra. E infatti i vari Cologna, Manificat e Harvey provano a chiudere il buco, ma non ci riescono. E allora nel finale partono i norvegesi, solo che davanti la vittima designata sta volando e vince la gara. Che fosse in forma esagerata l’ha dimostrato qualche giorno dopo quando è stato argento nella 15 km vinta dalla leggenda svizzera Dario Cologna, altro gigante del fondo attuale: 4 ori olimpici, ma soprattutto tre ori olimpici di fila nella 15 km. Peccato che per il titolo di sportivo dell’anno in Svizzera abbia una concorrenza sleale da parte di un tennista veterano che non vuole accorgersi di essere già avanti con l’età e continua a vincere. Anche qui, alla faccia della specializzazione, c’è la prodezza di un 21-enne russo dalla faccia sempre funerea che dapprima perde per meno di uno scarpone di differenza l’argento nella sprint e poi, dopo aver fatto una frazione di staffetta allucinante portando i russi all’argento ed aver vinto un bellissimo argento nella staffetta sprint assieme ad uno dei caduti della prima gara, lotta fino in fondo nella 50 km finale venendo  battuto in volata solamente dall’unica medaglia d’oro coreana dei finlandesi, uno molto forte già campione olimpico a sorpresa a Soči, che aveva preparato per queste Olimpiadi solamente questa gara, avendo gareggiato solamente il primo giorno nello skiathlon andando subito all’inizio in una fuga che tutti ci chiedevamo perché l’avesse fatta, salvo poi capire che stava semplicemente facendo le prove generali. Sto parlando ovviamente di Iivo Niskanen, il fratellino piccolo di Kerttu, una poverina abbonata ai quarti posti che a PyeongChang era in lotta per una medaglia nella 30km, ma un calo nel finale non le ha permesso neanche di sfruttare la gita per i campi deserti e innevati della Stadlober. Il russo è ovviamente Aleksandr Bolšunov che assieme all’altro 21-enne Denis Spicov (scusate, ma scrivo alla mia, per voi sia Spitsov), uno dei due arrotati della prima gara che poi è stato terzo nella 15 km e argento in staffetta e staffetta sprint, è stato una vera e propria ventata di aria fresca che ha lasciato capire che il tempo del definitivo cambio di generazione è alle porte. Ovviamente il 21-enne di riferimento rimane Johannes Hoesflot Klaebo che ha vinto tre ori. Non so se avete visto “come” li ha vinti. Poche volte in vita mia mi è capitato di percepire una tale schiacciante superiorità di un atleta su tutta la concorrenza da instillare (in modo frustrante e quasi umiliante per gli avversari) un inevitabile sentimento di un fato totalmente ineluttabile. Se arrivate allo sprint con lui lasciate ogni speranza voi che gli vi opponete. La staffetta è stata  meravigliosa: dopo che all’inizio in classico sia Dyrhaug che Sundby avevano patito distacchi abbastanza importanti soprattutto dai russi e dai sorprendenti francesi (e anche da Rastelli e De Fabiani che avevano fatto due straordinarie prime frazioni) c’è voluta una frazione monstre di Krueger per riportar sotto i norvegesi lasciando così a Klaebo il compito designato di matador del povero Spicov (per non parlare del povero francese Backscheider, comunque felice come una pasqua per aver riportato i francesi a medaglia) che ci ha provato, ma è stato abbandonato in tromba prima ancora dell’ultima salita, arrivando al traguardo stravolto con Klaebo che si stava già inchinando a destra e manca. Imbarazzante. 

Vorrei dire ancora qualcosa sul bilancio dell’Italia, non tanto in termini numerici, ma quasi filosofici. Deve esserci una spiegazione storica, culturale, antropologica, fate voi, per cui in Italia il genere umano che ha palle al titanio sono le donne. Se pensiamo alle grandi sportive che ha avuto l’Italia mi sembra che questa premessa, ipotesi, assunto, fate voi, trovi costanti conferme. Dai tempi di Ondina Valla (non so se avete visto il documentario di Buffa su Berlino ’36, ma la storia della Valla è meravigliosa) per arrivare a tempi recenti a Sara Simeoni, Deborah Compagnoni, Valentina Vezzali, o guardando nello mio sport individuale preferito, cioè il nuoto, a Novella Calligaris o Federica Pellegrini, e chissà quante ne dimentico, le ragazze italiane, rispetto ai maschi, hanno sempre avuto una feroce determinazione nel voler vincere, nel non accontentarsi di piazzamenti, e per far ciò si sono sempre superate nelle competizioni che contavano raggiungendo proprio in quell’appuntamento il massimo delle loro prestazioni e, se ciò bastava per vincere, ottimo, se no comunque non potevo fare di più. Un paio di anni fa a LeggerMente, una bellissima serie di appuntamenti con personaggi della cultura in primis, ma anche dello sport e di altri campi, che Paolo Patui organizza da anni a San Daniele del Friuli, era ospite proprio Sara Simeoni e io ero presente. Sentirla raccontare le sue sensazioni a Mosca quando scese in pedana per la finale del salto in alto contro la Witschas (o Ackermann, non mi ricordo mai quale fosse il cognome da nubile e quello da sposata), la sua grande avversaria DDR, e di come affrontò l’appuntamento della sua vita, sostanzialmente dicendo fra sé e sé che era solo una gara come tutte le altre e che comunque lei era venuta fino a lì per dare il massimo e che non lo si sarebbe mai perdonato se non lo avesse fatto, e proprio per non avere rimpianti postumi si sentì in dovere di dare il massimo possibile, fu per me nettare per le mie orecchie, perché sciorinò praticamente tutto il processo mentale che io supponevo un atleta vincente dovesse vivere internamente per poter poi tirare fuori da sé il massimo. Sei tu contro te stesso e basta. Gli avversari, le condizioni esterne, il pubblico, nulla conta. Conti solo tu e quello che senti di essere capace di fare. Poi andammo assieme a cena e devo dire solo che chiacchierando con quella magnifica persona riuscii a capire anche tante altre cose e che cioè, per poter arrivare a quel punto in cui ti giochi cose estremamente importanti nell’attività a cui ti sei dedicato anima e corpo, ci devono essere a monte altre cose fondamentali, essenzialmente un’educazione culturale e di coltivazione dei valori veri della vita che solo genitori come si deve e un ambiente come si deve possono darti.

Ora, perché le ragazze si e gli uomini no, o comunque molto pochi? Perché gli uomini, quando perdono, si aggrappano a tutti i possibili alibi, la pedana era scivolosa, c’era troppa umidità, le condizioni di gara non erano adatte alle mie capacità, e invece, di grazia, mai avete sentito dire alla Fontana, alla Moioli o alla Goggia robe del genere? Perché non sentirete mai dire a un uomo quanto ha detto Sofia Goggia dopo il SuperG: “Ho fatto la mia solita goggiata, per questo ho perso, ma le sensazioni in pista erano ottime, per cui io la discesa, se Dio vuole, la vinco”? Me lo sono chiesto spesso. Non ho risposte sicure (e come potrei averle?), ma, visto che mi piace pensare (reputo che nel grande schema della natura, o di Dio per chi crede, noi uomini siamo stati creati per fare qualcosa in più rispetto alle altre specie animali e quel qualcosa in più è ovviamente fare quello che gli altri animali non possono fare, cioè usare il proprio cervello e dunque provare a pensare e a ragionare, dando perfettamente ragione a quello che ha detto che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende uguale alla bestia), un’idea me la sono fatta. Liberissimi di pensare che sia una stupidaggine. Tanto non ci sono né prove né controprove.

La storia, in un Paese che fino a poco più di 50 anni fa era essenzialmente povero e rurale, dunque basato sulla cultura contadina, dovrebbe lasciar supporre che in Italia la condizione femminile fosse comunque molto arretrata, come sempre succede nelle comunità rurali, dove la sopravvivenza è legata a filo doppio alle capacità fisiche di chi coltiva la terra o alleva animali, cioè alle braccia lavorative, cioè agli uomini. E in effetti in altre nazioni che hanno avuto più o meno la stessa storia dell’Italia la condizione femminile, che nell’attività sportiva, tipicamente ludica e di diporto, dunque fondamentalmente secondaria ai fini della sopravvivenza pura e semplice, si palesa in modo inequivocabile, è sostanzialmente e visibilmente subalterna a quella maschile. In Italia le cose sono diverse. Forse perché l’Italia, oltre a essere rurale, è stata anche nella storia una terra turbolenta, con continue scaramucce militari intervallate da guerre vere e proprie contro invasori esterni o città-stato rivali vicine, contro le quali lo stato di guerra era pressoché permanente (che ne so, Firenze contro Pisa, per esempio), cosa che ha fatto sì che gli uomini, oltre che a coltivare la terra e portare avanti la famiglia in condizioni penose in tempi feudali, fossero spesso e volentieri assenti causa guerra, molti di loro addirittura non tornando proprio mai più a casa. Ragion per cui le donne si sono trovate spesso e volentieri in situazioni di assoluto stress dovendo in qualche modo andare avanti e tirare la carretta sperando che nel frattempo la prole non morisse di fame. Cosa che ne ha fatto essenzialmente esseri di acciaio, della serie sopravvivere o perire, per cui alibi, scuse, fattori esterni non c’entravano, ma bisognava trovare una soluzione in tempi brevissimi, bisognava insomma prendersi le proprie responsabilità e darsi immediatamente da fare. Forse è anche questa la ragione per cui il culto della madre di famiglia, della matriarca perno di ogni nucleo familiare, è ancora così viva in ogni parte d’Italia, anche quella culturalmente più arretrata (negli strati bassi della popolazione, perché invece in quelli alti che sono sempre stati divisi dal popolino e dunque hanno potuto dedicarsi senza problemi alle attività intellettuali, tanto c’era qualcuno che zappava la terra per loro, il livello culturale, di sapienza e di istruzione è altissimo). In Italia si usa dire che gli uomini dividono le donne in due categorie: la mamma, cioè fondamentalmente una santa, e per il resto sono tutte, diciamo così, esseri volubili che si offrono al miglior pretendente. In mezzo non c’è niente.

Ripeto, sono ragionamenti a un tanto al chilo che lasciano il tempo che trovano e che non occorre neanche che mi demoliate con citazioni dotte di questo o quello, tanto ognuno che ragiona su queste cose, che sia pur questo o quello, ragiona in effetti sul nulla, e dunque posso farlo anche io. Vorrei solo che ci pensaste e che vi faceste anche voi un’idea. Ripeto: una ragione ci deve essere. Le prove che ci ha offerto lo sport, perfetta cartina di tornasole per analizzare stati d’animo, tendenze e trend sociali, sono inequivocabili. Come è inequivocabile che lo sport italiano, senza le sue fantastiche donne, sarebbe ben misera cosa.