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Lingua dominante

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Creato Martedì, 05 Febbraio 2019 Scritto da Sergio Tavčar

Un invito a nozze del genere non l’avevo mai ricevuto. L’avete voluto voi e dunque non lamentatevi se adesso dalla mia tastiera erutterà un vulcano di parole. L’argomento è ovviamente quello delle lingue, sulla facilità o meno che hanno alcune genti di impararle meglio e prima (e alcune di essere proprio negate) e da ciò anche la presenza o molto più spesso assenza totale di cultura generale che dovrebbe permettere a chi parla in un microfono di essere perlomeno credibile quando pronuncia cognomi (o parole) straniere.

 

Prima però una piccola chiosa sull’argomento tiro sul quale, Llandre scusami, ma continuo a essere convinto che tu stia “missing the point”. In breve: il mio assunto è che giocatori quali Steph Curry siano tiratori palesemente naturali e che siano dunque anche “particolari”. Ne discende che analizzare e tentare di copiare la sua meccanica di tiro è la classica operazione di risveglio sessuale di un defunto, un’operazione totalmente inutile e senza senso. Lui tira così perché è lui, punto e basta. Tentare di copiarlo è, oltre che inutile, totalmente stupido. Il che vale esattamente per tutti gli altri tiratori naturali. La meccanica di tiro la più corretta possibile è quella che ho tentato più volte di spiegare, e quella va insegnata a chi tiratore naturale non è. Tutto qua. Sono due argomenti totalmente distinti.

Tornando all’argomento principale devo innanzitutto subito dire che sono d’accordo più o meno con tutto quanto ha scritto Boki che in effetti, essendo uno che lo fa per istruzione e mestiere, è anche molto più qualificato di me per parlarne. E’ molto vero che le popolazioni slave, e segnatamente soprattutto gli slavi del nord (cechi e ovviamente polacchi – gli slovacchi sono un po’ a parte, in quanto per esempio io personalmente leggo capendo quasi tutto un giornale slovacco, molto, ma molto di più che se leggo un giornale ceco, mentre se li sento parlare praticamente non riesco a distinguere fra le due lingue, il che mi lascia supporre che siano di base molto simili a noi sloveni, ma che la storica vicinanza con i cechi abbia portato la loro lingua ad essere soprattutto pronunciata come quella ceca e dunque risulti per noi slavi del sud incomprensibile), abbiano nella loro lingua quasi la totalità dei suoni usati nelle lingue di ceppo indo-ariano (l’unica eccezione, almeno a una prima analisi, e la “theta”, sia nella versione dura – thing - che in quella più liquida – though, usata tanto nell’inglese che nel greco e parzialmente nello spagnolo – cabeza, letto cabetha) con in più una straordinaria varietà di suoni delle vocali (per esempio nello sloveno ci sono quattro tipi di “e” diverse), il che permette a quelle genti di non aver problemi a pronunciare qualsiasi tipo di lingua straniera avendo già nella propria il suono da usare. 

Però secondo me questo è solo un aspetto della questione che nella mia opinione è abbastanza secondario, se non praticamente irrilevante. Tanto per rimanere nei Balcani, accanto agli slavi del sud ci sono anche romeni, dunque latini, greci e albanesi, con questi ultimi che parlano una lingua (in realtà due, ma per ora lasciamo stare) arcaica di ceppo addirittura illirico parente abbastanza stretta del celtico. Loro non sono slavi, però proprio tutti hanno grandissima facilità di imparare le lingue straniere, cosa che gli italiani sanno benissimo, in quanto sia romeni che albanesi che greci, quando si trasferiscono in Italia imparano l’italiano molto in fretta e soprattutto lo parlano praticamente senza accento, o per meglio dire a tradirli è proprio l’assenza di un accento riconducibile a una qualsiasi delle miriadi di lingue neolatine che si parlano in Italia e il cui accento viene inesorabilmente a galla quando uno che parla una di queste lingue si esprime in italiano letterario, cioè ufficiale. Ne sappiamo qualcosa noi triestini che non riusciamo proprio a perdere il nostro accento neanche sotto tortura, cosa che ci riesce comunque molto piacevole quando incontriamo in giro per il mondo qualche persona e dopo qualche secondo di conversazione in italiano sbottiamo nel classico: “ma lei la xe triestin come mi!”.  Non solo, ma proprio i non slavi dei Balcani non si tradiscono dimenticando per strada l’articolo determinativo, visto che nelle loro lingue ce l’hanno, per cui non devono fare sforzi di alcun genere. Di sfuggita, proprio la vicinanza con i romeni ha fatto sì che il bulgaro e quello che a tutti gli effetti linguistici è un suo dialetto, il macedone, siano le uniche due lingue slave che possiedono l’articolo determinativo che viene usato proprio come nel romeno aggiungendolo in fondo alla parola. Se in romeno “il lago” diventa “lacul” con lac lago e-ul articolo, così ad esempio in macedone “la squadra” diventa “ekipata” con ekipa squadra e -ta articolo. E dunque in definitiva tutti i popoli dei Balcani, slavi e non, hanno una grandissima facilità nell’apprendere le lingue straniere.

E qui entra prepotentemente in ballo quella che è per me la vera ragione di questa facilità, ragione che avete menzionato anche voi e che è per me assolutamente dirimente, cioè in breve la storia di queste genti. I Balcani hanno avuto una storia tanto tormentata che, è mia esperienza personale, è impossibile da spiegare e da far capire a uno che nei Balcani non ci sia nato o vissuto. I padroni sono cambiati milioni di volte, ma soprattutto, spostando freneticamente le frontiere un po’ di qua, un po’ di là, la gente che viveva nello stesso posto magari per generazioni si trovava di punto in bianco a dover parlare tutta un’altra lingua rispetto a quella che parlava la generazione precedente solamente per farsi capire dai nuovi padroni. E dai e dai alla fine l’abitudine a parlare magari da giovani in un modo e da adulti in tutt’altro pur rimanendo sempre lì dove si è nati passa in modo quasi genetico di generazione in generazione. 

E allora perché non in Italia, si chiede qualcuno. Per noi triestini la risposta è facile e ce l’abbiamo davanti agli occhi. Trieste è stata austriaca fino al 1918, italiana poi. Quando era sotto l’Austria il nucleo cittadino era comunque formato da famiglie patrizie italofone, abituate da sempre a parlare la variante triestina del dialetto veneto, per cui se volevi diventare qualcuno dovevi per forza parlare italiano, da dovunque tu venissi, dall’Austria, dalla Dalmazia, dalla Serbia o dalla Grecia, e non per caso cito queste nazioni, perché in realtà sono state quelle che hanno resa grande Trieste ai tempi dell’Impero. In questo senso Trieste città è stata un gigantesco “melting pot” linguistico e culturale, patrimonio culturale incommensurabile che per fortuna neanche il fascismo con le sue dementi politiche nazionalistiche è riuscito a estirpare del tutto, tanto che adesso, pian piano, finalmente Trieste comincia nuovamente a rendersi conto di questa sua incredibile ricchezza. Le cose cambiano in modo radicale se esci da Trieste città e arrivi nel contado, abitato in modo compatto da genti slave, nel nostro caso sloveni. Le quali, se volevano parlare con i “signori”, se andavano a Trieste dovevano per forza parlare in italiano, se andavano invece verso il centro dell’Impero, a Lubiana per non parlare di Vienna, dovevano parlare per forza in tedesco, fra di loro parlavano in sloveno, se poi magari si imbattevano in qualche croato dovevano per forza masticare anche qualcosa di quella lingua per farsi capire, insomma essere capaci di parlare molte lingue era l’unico modo di sopravvivere. In definitiva per gli slavi parlare molte lingue era obbligatorio, per gli italiani invece assolutamente no, in quanto erano gli altri che dovevano imparare l’italiano se volevano vivere a Trieste. Attitudine mentale che ha creato sempre grosse frizioni (“cio’, cos’ te parli s’ciavo, parla talian che te capisso!”), in quanto per un italofono di Trieste è stato sempre impensabile di imparare la lingua del vicino, in quanto era stato sempre il vicino che si era dovuto adeguare. Aggiungo subito che per enorme fortuna, adesso che molte cose si sono stemperate, che sono cadute le frontiere, che Trieste sta ricominciando ad avere anche un contatto fisico con il suo entroterra, le cose stanno rapidamente cambiando e le nuove generazioni cominciano ad avere tutto un altro tipo di rapporto con i vicini, tanto che c’è per esempio tantissima gente di lingua italiana che manda i figli nelle scuole slovene secondo il sanissimo principio che “comunque saver due lingue xe sempre mejo che saver una sola”. Inciso: tutto questo non ci sarebbe se non ci fosse l’Europa unita. Che non è solo euro o migranti, o burocrati belgi. La vera Europa è questa e queste cose sono senza prezzo.

L’esempio di Trieste rende molto spiegabile cosa sia successo in Italia e perché, con tutte le dominazioni straniere che ha avuto, pur sempre il popolo italiano è uno dei più negati al mondo per le lingue. Semplicemente l’Italia, quando gli eserciti barbari l’hanno occupata, era il faro del mondo grazie a Roma e alla cultura latina, e tutti gli invasori, più che tentare di imporre la loro lingua, non vedevano l’ora di diventare “nobili” imparando il prima possibile il latino e dunque successivamente l’italiano. L’Italia è sempre stata il centro della Chiesa cattolica, nella quale si parlava ufficialmente il latino, ma se volevi entrare nelle stanze segrete del Vaticano dovevi comunque parlare sempre e solo italiano, insomma per il suo passato storico e culturale l’Italia in definitiva ha sempre parlato in italiano. Se lo straniero lo imparava, bene, se no peggio per lui.

La discriminante decisiva per determinare l’attitudine se un popolo è propenso o meno ad imparare le lingue straniere è dunque il fatto se nel passato quel popolo ha avuto necessità o meno di parlare qualche altra lingua per sopravvivere. Quando gli bastava la sua lingua, come succede adesso ovviamente agli anglofoni, o nel recente passato ai francesi o agli spagnoli, quel popolo di generazione in generazione perdeva qualsiasi capacità, in quanto anche se l’aveva avuta in passato si era atrofizzata per mancato uso, di avere una qualsiasi inclinazione ad imparare una lingua straniera. Un esempio di quanto dico è, per contrasto, il tedesco. Finché i “teteski” (triestino gnochi) dominavano l’Europa col piffero che loro passasse per la testa di parlare qualcos’altro che non fosse “deutsch”. Fatto quel che hanno fatto nelle due guerre mondiali e messi a cuccia con la mutilazione del loro territorio, con la spartizione e l’occupazione, e resisi conto di averla fatta molto grossa e che i tempi del loro dominio politico e culturale sull’Europa erano tramontati (su quello economico, ecco, quello lasciamolo stare -purtroppo sembra abbiano capito che la potenza del marco era di molto superiore a quella di qualsiasi cannone) non hanno avuto problemi nell’imparare le lingue straniere. Dimostrando a gran sorpresa di essere capacissimi di farlo. Tempo fa il saltatore in lungo sloveno Borut Bilač di Postumia, medaglia di bronzo agli europei dell’’89, sposò la saltatrice in alto tedesca orientale Britta Voros e i due si trasferirono in Slovenia. Con l’indipendenza della Slovenia la Britta venne naturalizzata e vinse per la Slovenia con il cognome di Bilač gli Europei del ‘97 (o ’95? – boh, non ha importanza). Ebbene, vivendo in Slovenia imparò lo sloveno, lingua difficilissima, tanto bene che poi fece la presentatrice di programmi sportivi in TV parlando uno sloveno con leggero accento lubianese che definire perfetto era l’unico modo per farlo, senza alcun tipo di accento straniero. E’ stata l’unica persona, a parte Jakov Fak, ma lui è un caso a parte, essendo croato di vicino il confine ed avendo praticamente da sempre vissuto in Slovenia, nata non da madre lingua slovena che in tutti questi anni io abbia sentito parlare uno sloveno così perfetto. Mia nipote (la ricordate? – l’unica Tavčar che avesse talento per il basket…) da quasi due anni lavora in Germania e, per quanto abbia quasi imparato a parlare il tedesco, in realtà non lo fa perché tutti, ma proprio tutti parlano con lei in inglese. Nostri amici di famiglia, due scienziati, lui valtellinese di origini francesi e lei slovena, conosciuti tramite la figlia, compagna di classe di mia nipote, e anche perché casualmente erano venuti ad abitare nello stesso mio condominio, trasferitisi a Vienna 13 anni fa dopo aver mandato in malora la burocrazia dell’Area di ricerca di Padriciano, pur parlando tutte le lingue possibili (la figlia fra l’altro parla dalla nascita francese e sloveno, ha imparato da piccola il tedesco, poi l’italiano vivendo a Opicina, poi a scuola inglese e spagnolo e ora a Vienna lavora – sta facendo il master di economia pur già lavorando in uno studio - e parla in tedesco, fate voi la somma delle lingue che parla – avrà difficoltà a trovare lavoro?) in 13 anni non hanno imparato una sola parola di tedesco, visto che dovunque vanno tutti parlano correntemente in inglese. By the way, avete sentito qualche intervista di Klopp? Che ve ne pare del suo inglese? 

Secondo me i tedeschi sono proprio per contrasto la prova più lampante che è la dominazione politica e culturale di un popolo che fa sì che quello stesso popolo sia in modo direttamente proporzionale all’influenza che ha sui popoli vicini e comunque in generale negato per imparare qualsiasi tipo di lingua straniera. Del resto Dio dà e Dio toglie. Non si può avere tutto dalla vita.

Come previsto sono stato lunghissimo solo per la prima parte di quanto volevo dire. Il resto alla prossima, prometto (o minaccio, fate voi) molto prossima, volta.