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Sottrarsi alla pugna

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Creato Venerdì, 04 Agosto 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Stavolta voglio raccontarvi un aneddoto. Quanto sia pertinente agli ultimi fatti sta a voi decidere. Tempo fa, durante i playoff sloveni, la telecamera ha inquadrato in tribuna un bel quadretto familiare. A vedere la partita c’era infatti Peter Vilfan, forse il miglior giocatore sloveno di sempre, almeno finora (l’immenso Daneu a parte, ma lui era di un’altra epoca), che chiacchierava con il genero Vlatko Ilievski (il play macedone, arrivato a Lubiana poco più che ventenne, vi si è poi stabilito permanentemente, ovviamente anche e soprattutto per affari di cuore) e con il nipotino di una decina di anni. A proposito sembra che la figlia di qualche anno più grande sia una specie di Dončić in gonnella. E allora mi sono ricordato di quando Vilfan giocava e di un aneddoto che ha raccontato nella sua autobiografia e che ora riporto. Avvertenza: metto il virgolettato per semplicità, ma la mia assolutamente non è una traduzione di quanto scritto nel libro, ma un sunto a memoria. E dunque se c’è qualche errore mi scuso in anticipo con Vilfan e con tutti i suoi lettori.

 

“Quando giocavo io tutte le squadre, soprattutto quelle che lottavano per le posizioni basse della classifica, avevano in squadra come dodicesimo uomo uno specialista. Il suo precipuo compito era quello di entrare e di andare a marcare il più forte giocatore avversario con il preciso intento di fargli il maggior male possibile o in subordine di provocarlo per poi farsi espellere in coppia.”

Intermezzo: non succedeva solamente in Jugoslavia. Chiedete per esempio a qualche giocatore dell’Ignis che vinse la sua prima Coppa dei Campioni a Sarajevo nel 1970 dell’episodio del dodicesimo uomo della panchina del CSKA che entrò verso la fine del primo tempo, uno totalmente sconosciuto che per esempio Aldo Giordani mai aveva visto prima in vita sua, che andò a “marcare” lo straniero di Coppa dell’Ignis, un’ala nera riccioluta di nome Ricky Jones. Com’è, come non è, i due si accapigliarono, si scambiarono dei pugni, furono espulsi entrambi e il russo ritornò in panchina da trionfatore ricevendo pacche da tutti. Mission accomplished.

Riprendo. “Tutti noi che eravamo fra i migliori delle nostre squadre temevamo come la peste questi killer, ovviamente. Quando ero alla Jugoplastika ed ero il terminale designato in attacco, durante una partita in un luogo sperduto, dimenticato, in uno di quei luoghi che si presentavano per una stagione, massimo due, alla massima ribalta del basket jugoslavo, e poi sparivano, a un dato momento entrò in campo il famoso dodicesimo uomo loro e ovviamente si appiccicò immediatamente a me picchiandomi a man bassa facendola sempre franca, in quanto sfruttava tutti i momenti nei quali gli arbitri non guardavano. Non per nulla era uno specialista. A un certo punto rubai un pallone e mi fiondai in contropiede con il mio “marcatore” alle calcagna. Nel momento stesso in cui staccai per andare a canestro ricevetti una violenta spinta che mi scaraventò sul supporto e di lì a terra. Come mai non mi uccisi, non solo, ma in realtà non mi feci nulla di grave, tanto che potei continuare a giocare, ancora adesso non lo so. Evidentemente anche l’uomo si rese conto di averla fatta grossa e infatti, mentre mi alzavo e mi dirigevo verso di lui con il preciso intento di ammazzarlo, fece una faccia contrita e mi disse: “scusa, lo dovevo fare”.

Lasciai stare per il momento, in quanto per fortuna anche noi avevamo frecce al nostro arco e avevamo escogitato alcuni sistemi per neutralizzare questi killer. Il più crudele di tutti riuscii a metterlo in pratica proprio in quella partita. Visto che questi “giocatori” erano in campo per far del male e basta, è solo ovvio che non fossero dei grandi giocatori, per cui noi avevamo su di loro un enorme vantaggio tecnico che andava messo a frutto. In una delle azioni successive palleggiai e poi feci un arresto molto lento per dar tempo al mio avversario di seguirmi. Dopo di ché feci una finta di tiro, anch’essa molto lenta, perché potesse abboccare, e infatti abboccò saltando in aria. Era arrivato il momento della vendetta: mentre ricadeva il mio gomito puntò in alto direttamente nella direzione del suo mento che infatti puntualmente vi si sfracellò. E mentre lo portavano via in barella ebbi anche il tempo di andare da lui e di dirgli: ”scusa, ma anche io lo dovevo fare.””

Sottolineato che Vilfan non si fece nulla, contrariamente a quanto è successo in un caso abbastanza analogo di questi ultimi tempi (il che secondo me dimostra che l’astuzia balcanica è a volte - per me sempre, ma non voglio generare inutili discussioni - molto più produttiva dell’atteggiamento americano da cowboy solitario), posso anche un po’ parlare della nazionale italiana. Sull’episodio di Gallinari infatti non mi dilungo, tanto l’apologo l’avete già sentito e comunque, avendo visto in diretta il fatto, la mia impressione è che Gallinari sia stato colto da raptus inconsulto e totalmente ingiustificato per un fatterello tutto sommato irrilevante. Che poi si sia fatto male lui mi sa tanto di contrappasso dantesco per un’azione più che folle, molto peggio, sommamente stupida.

Sul Gallinari giocatore sarei quasi d’accordo con quello che si è detto dubbioso sul suo reale impatto sulla squadra. A me era piaciuto tantissimo durante le qualificazioni per gli Europei di quattro anni fa quando giocò in modo superbo per la squadra. Poi però al dunque, fermo restando che nella Nazionale italiana, se voglio uno che mi faccia l’ultimo tiro, voglio lui, ha giocato troppe volte come uno che, detto in soldoni, si sopravvaluta. Sicuramente è forte, ma gli rimane pur sempre il problema che ha piedi lenti, e dunque non può andare via sullo scatto a nessuno, e in più gli manca l’esplosività. Si, lo so, la lingua batte dove il dente duole, ma l’impressione di fondo è che troppa NBA abbia condizionato il suo gioco in modo irreversibile e che si sia ormai calato nella mentalità che impera laggiù dove il giocatore forte deve sempre miracol mostrare. Mentre invece il ragazzo sa di basket, ce l’ha nel sangue, fa sempre le scelte giuste, legge benissimo le situazioni, insomma sarebbe uno straordinario giocatore se non la facesse, e la fa purtroppo sempre più spesso, fuori dal vaso senza che nessuno glielo chieda. Se solo facesse le cose per le quali è tagliato e abbandonasse gli atteggiamenti da superuomo (che non è) sarebbe un giocatore assolutamente imprescindibile. Così come gioca, ma soprattutto come si comporta, adesso ho i miei serissimi dubbi.

E dunque la sua assenza dai prossimi Europei forse non sarà così devastante come sembra. Come mi convinco sempre di più che un’eventuale assenza di Belinelli sarebbe a sua volta forse tutto fuori che una iattura. Vale il discorso di sopra: troppa NBA e conseguente smisurata auto sopravvalutazione. Dovuta al fatto che uno pensa che, giocando nella Lega più importante del mondo e magari vincendo una volta la gara del tiro da tre nel fine settimana delle stelle e magari portando a casa un anello di campione (sorvolando sul fatto di aver portato un apporto, diciamocelo strafrancamente, abbastanza marginale), si debba essere per forza nettamente più forti dei pezzentoni che non ce l’hanno fatta e che sono rimasti in Europa. Cosa del tutto sbagliata e fallace, ovviamente. Ma vaglielo a dire. Ora: Belinelli è una fortissima guardia che tira benissimo (se imbeccato e comunque non sotto pressione) e che sa andare bene in penetrazione avendo gambe al tritolo e che inoltre al momento giusto sa anche scaricare al compagno giusto. E questo è quello che dovrebbe fare. Punto e basta. Mai palleggiare, perché semplicemente non lo sa fare, o per meglio dire lui con il palleggio non è capace di crearsi alcun tipo di vantaggio non possedendo le doti fondamentali di un grande palleggiatore, il cambio repentino di velocità e direzione, per cui i suoi palleggi sono fine a loro stessi e alla fine chi finisce ubriacato scoccando tiri stupidi è normalmente lui stesso. Senza considerare che in tutto questo tempo, che normalmente è più o meno un attacco intero, i compagni, che sono ognuno di loro fior di giocatori, stanno lì a grattarsi gli zebedei e non sono coinvolti in nessun modo. Lo ripeto per la milionesima volta: un Belinelli umile, che si smarcasse sui blocchi, che tentasse di farsi trovare sempre libero sugli scarichi, che al massimo mettesse una, e una sola, volta la palla per terra per penetrare, che fosse insomma il go-to-guy, ma solo nei secondi finali di ogni attacco, sarebbe una vera e propria manna per la squadra. Quello che fa però ora è semplicemente deleterio.

I giocatori imprescindibili a questo punto rimangono tre, e sono sempre più convinto di questo. Trattasi di Datome, Hackett e Melli, tre giocatori che sanno perfettamente cosa significhi giocare per la squadra, cosa significhi salire al proscenio quando serve, ma anche defilarsi quando le situazioni lo richiedono, tre giocatori insomma che è da tempo che vedo come la vera colonna vertebrale della squadra e sono perfettamente convinto che se nello spogliatoio comanderanno loro, l’Italia farà risultati forse addirittura insperati, se invece la leadership sarà dei soliti sedicenti fenomeni il risultato sarà ancora una volta in definitiva deludente per il tasso tecnico e anche atletico che questa squadra possiede.

Per cui, almeno come la vedo io, che in panchina ci sia Messina o Sacchetti o John Wooden o Greg Popovich  cambia molto poco. L’unica cosa importante e decisiva è chi comanda sotto la doccia o a colazione.