Pare che per un po’ di tempo almeno non ci dovrebbero più essere problemi con il sito e questa è una buona notizia, sempre sperando che nel frattempo non vi siate abituati ad andare altrove, perché mi dispiacerebbe tantissimo perdere anche solo uno degli amici che in questi anni hanno fatto sì che questo spazio di discussione sia diventato, almeno per me, così interessante e istruttivo.

Sono passati quasi due mesi da quando siamo agli arresti domiciliari (aver sperato solo per un istante che le “autorità” repressive mostrassero almeno un po’ di buon senso e di semplice sale in zucca è stata ovviamente un’utopia – dire polizia dotata di buon senso è un perfetto ossimoro) e non credo ci possa essere qualcuno che osi dire che dopo tutto questo tempo siamo rimasti gli stessi. Non può essere vero, per tutta la serie di palesi motivi oggettivi che tutti noi siamo vivendo e che ci hanno totalmente cambiato la prospettiva sotto la quale vediamo le cose. Personalmente la cosa che mi ha sconvolto e alla quale penso in continuazione è lo sconvolgimento totale della mia prospettiva sullo sport di vertice.

L’altra sera, chiacchierando con Claudio Pea (tagliando completamente fuori, e me ne scuso profondamente, il povero Simo Salvador, ma ci siamo lasciati prendere la mano), mi sono molto divertito (e a volte commosso, travolto dai bellissimi ricordi di quando eravamo ancora giovani, entusiasti e molto attivi), ma appena finita la diretta ho provato molto imbarazzo pensando ai poveri ascoltatori che si erano sorbiti una confessione fiume e mi chiedevo fino a quando avevano resistito, poverini. E sono rimasto scioccato quando mi avete scritto che certi eravate arrivati fino alla fine. Non posso credere. Io mi sarei fermato molto prima e proprio non riesco a capire con quali attributi al titanio siate riusciti in questa impresa. Vi ringrazio comunque di cuore, perché evidentemente abbiamo detto anche cose che la maggioranza di voi reputa giuste. A proposito, Cicciobruttino: il discorso sul rugby non l’ho cominciato io (mio padre avrebbe commentato questa scusa: “trova ti una mejo!”), ma poi non potevo certamente abdicare alle mie convinzioni in merito che tutti voi ben conoscete e spero che per questo non ce l’abbiate troppo con me. Inutile: sono nato e cresciuto con una mentalità prettamente balcanica. Come detto: per me lo sport è divertimento, presa in giro e creatività e non è certamente un’operazione militare di commandos. E infine, Franz: il nome del giocatore di Rieti mi è tornato in mente ovviamente nel momento stesso in cui mi sono scollegato: si chiamava Blasetti.

Mi ha colpito il commento, che non so di chi sia, postato da Gabriele sul fatto che prima del Covid eravamo in un altro mondo rispetto a quello nel quale stiamo vivendo ora. E’ esattamente quello che provo anch’io se mi rivolgo allo spettro di interessi che ho maturato in questo ultimo periodo rispetto a quelli che avevo prima. E penso che la stessa cosa stia succedendo a tutti voi, almeno a giudicare dalla profondità dei commenti che postate e dalla discussione sui massimi problemi dell’umanità che state producendo. A proposito, prima di continuare, suppongo che in fatto di discussione sui massimi sistemi della religione siamo arrivati alla fase finale della saturazione, quella cioè nella quale sta cominciando a suonare sempre lo stesso disco rotto che da parte di ognuno ripete sempre le stesse cose, per cui, non so se siete d’accordo, penso che sia ora di darci un taglio. Anche se, pensando a quanto stanno perpetrando nel nome della “religione” (virgolette d’obbligo) i pazzi fanatici predicatori del sud degli Stati Uniti che a costo di morire vogliono a tutti i costi i fedeli in chiesa, penso che ci sarebbe ancora molto da dire sull’asimmetria stridente fra come stanno al mondo i fanatici e quelli che non lo sono. E si può essere fanatici solo se si ha fede in cose che non si possono provare… Però, ripeto, prego, diamoci un taglio.

Subito a ruota un altro post anche per far passare in secondo piano quello precedente che spero pochi abbiano letto. Mettere in piazza cose personali che interessano lo scrivente e praticamente nessun altro è stata un’operazione sbagliata e infatti in un primo momento volevo tenermela per me per rileggermela magari fra qualche anno e vedere cosa pensavo nei momenti bui dell’isolamento. Poi c’è stato l’intoppo con il sito che ha un po’ rivoluzionato i piani. È successo infatti una mattina che, aprendo il sito, ho trovato le indicazioni in inglese, ma soprattutto ho notato con raccapriccio che non riuscivo ad aprire la sezione dei commenti. Ho subito telefonato al mio braccio (destro e sinistro insieme) “the administrator” Tommaso che, vista la mala parata, ha detto subito “Sergio, saranno c….!” Si è messo al lavoro e dopo ore di tentativi e di improperi, chiamiamoli così, molto succosi è riuscito, lui dice che neanche lui sa come, a rimettere le cose a posto che per ora funzionano. Fino a quando non si sa, per cui, se volete commentare, fatelo presto prima che tutto vada a ramengo. E la pubblicazione delle mie riflessioni personali è stata un po’ la cartina di tornasole per vedere se le cose erano andate veramente a posto. Posso aggiungere che i primi commenti che avete postato mi hanno rincuorato, perché avete scritto esattamente quello che mi attendevo che persone per bene con opinioni diverse dalle mie scrivessero. Direi non solo rincuorato, ma francamente ne ho gioito pensando alle persone veramente come Dio comanda (è un modo di dire…) che con il tempo hanno cominciato a frequentare questo blog. Non sapete quanto ve ne sono grato e vi ringrazio di cuore.

Più passa il tempo che sto rinchiuso in casa e più mi preoccupo. Il motivo della mia preoccupazione è però diametralmente opposto a quello che presumo sia il motivo che rende agitato e insofferente il resto dell’umanità. Mi sto seriamente chiedendo quale sia il mio vero carattere e chi io in realtà sia. Fin da piccolo ho avuto il sospetto di essere fondamentalmente una persona solitaria che per qualche strano motivo vive benissimo con se stessa. Ho sempre sofferto in modo quasi fisico la ressa, la confusione e il mio sogno è sempre stato quello di poter finire un giorno su una spiaggia solitaria di qualche isola tropicale ad ammirare i tramonti ed a pensare al senso della nostra esistenza senza dover ascoltare il bercio di persone che per la maggior parte di esse non avesse niente da dirmi. Addirittura non mi ha generato mai alcun tipo di ripulsa il pensiero di finire magari in cima ad una montagna a fare l’eremita o di vivere in una caverna fra gli orsi ed i lupi. Poi nella mia vita, anche per il mestiere che ho svolto e per la mia lunga attività di educatore ed istruttore di basket, questo pensiero e questo lato oscuro del mio carattere sembrava fosse stato riposto in qualche remoto cassetto della mia psiche fino a che non è emerso prepotentemente alla luce in questi tempi così strani, peculiari e mai vissuti prima dalla mia generazione di baby boomers dell’immediato secondo dopoguerra.   

Purtroppo più passano i giorni, più la mia sindrome di Duclos-Lassalle (vinse anche una Roubaix, se non sbaglio) – perché non chiamarla così, visto che esiste, ma solo per me? – si aggrava, nel senso che la mia ignavia sta aumentando di giorno in giorno. Oggi volevo scrivere come un forsennato, solo che ho perso un’ora e mezza per fare la spesa e sono tornato a casa distrutto, per cui le mie buone intenzioni hanno subito un duro colpo. Da noi a Opicina abbiamo un solo supermercato, quello della Conad e, ogni volta che ci vado, se ne inventano una nuova. L’idea di base è buona: entra solo chi ha un carrello della spesa. I quali carrelli della spesa sono contingentati, per cui entri solo quando te lo consegna uno che ha finito ed è appena uscito. L’altra settimana ne avevano messi un bel numero, per cui tutto sommato la fila era abbastanza veloce, per quanto la gente pensi di essere in guerra atomica e praticamente svaligia tutto quello che trova. Oggi ne hanno messo una decina e, con circa 15 persone davanti, per entrare ci ho messo un’ora e 5 minuti di orologio. Con tre gradi e bora.

Come state? Se c’è un momento buono per fare questo tipo di domanda, classico stereotipo da convenevole, è proprio questo. Io bene, onestamente, anche troppo. Nel senso che, essendo il classico tipo che è l’esatto contrario di quello che vive per lavorare (“workaholic”), più sto in panciolle, più godo innescando un circolo che per la stragrande maggioranza dell’umanità è vizioso, ma per me è l’esatto contrario nel senso che meno faccio, più mi convinco che il non far niente è una specie di nirvana.