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La squadra in testa

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Creato Venerdì, 24 Maggio 2013 Scritto da Sergio Tavčar

Tanti spunti di cronaca, per cui oggi mi è venuta voglia di scrivere, cosa normalmente rarissima. Comincio subito con i nostri playoff e ovviamente con l'eliminazione di Milano. Secondo me, e quanto sto per scrivere sarà una specie di fil rouge di questo intervento, le ragioni per cui Milano da tempo immemorabile non fa risultato è che in tutto questo tempo non è mai stata una squadra. È già da lunghissimo tempo che continuo a insistere sul fatto che, guardando giocare Milano, non riesco mai a capire, alla serba, chi beve e chi paga, chi cioè deve fare cosa, come e quando. Un tipico esempio, detto ora detto alla triestina, di una scarpa ed uno zoccolo. Ci sono dei play che, quando sono in campo, forzano la loro filosofia di gioco, salvo poi cambiare del tutto registro quando subentra l'altro. Ci sono tanti giocatori, il primo che mi viene in mente è ovviamente Gentile, ma non è che Hairston o Langford siano poi tanto diversi, che in campo fanno un po' di tutto senza che mai si sappia perché lo facciano, e proprio in quel momento. Ora uno dei mantra del basket moderno è che l'interscambiabilità dei ruoli sia un valore aggiunto, in quanto proporrebbe sempre nuove sfide alla difesa che in questo modo faticherebbe a adeguarsi. E in teoria è vero, ed è vero anche in pratica quando i giocatori dai ruoli molteplici sono campioni. I primi esempi che mi vengono in mente sono quelli della fantastica squadra di Dean Smith alle Olimpiadi di Montreal (nella quale sia Dantley che May che anche lo stesso Kupchak potevano giocare dappertutto) o il ruolo che aveva Toni Kukoč nella Jugoplastika dei miracoli. La differenza sta nel fatto che questi campioni sanno giocare nei vari ruoli nei quali vengono impiegati a seconda del momento. Mi spiego: se uno in un dato momento deve giocare da ala piccola, fa in quel momento quello che è chiamata a fare un'ala piccola, se fa l'ala forte gioca da ala forte eccetera. Se uno invece, Gentile mi scuserà, gioca da ala piccola e in quel ruolo fa invece la guardia o viceversa, tutto quello che fa è un grandissimo casino che fa perdere alla squadra tutti i possibili punti di riferimento. Versatilità sì, certamente, però per favore in ogni azione ci deve essere un play, una guardia, un'ala piccola, un'ala forte e un centro. Chi occupa quel ruolo è insignificante, però il ruolo deve essere coperto. Non esiste azione in cui due giocano da play, nessuno da guardia, nessuno da ala piccola, due da ali forti e uno che fa da centro che esce per tirare da tre. A me sembra ovvio che quando succedono queste cose l'unica cosa che in campo posso avere è il caos totale. E infatti non per niente, secondo me, ogni attacco di Milano dava l'idea che tutto succedeva per caso. Dall'altra parte c'era Siena che invece, per quanto il roster fosse sicuramente inferiore prendendo in esame i singoli giocatori, dava l'impressione che tutti fossero al loro posto con le gerarchie molto definite. Ho già scritto parlando della Coppa Italia che il giocatore chiave è diventato Hackett, cosa confermata dalla serie contro Milano (che, ricordo, senza il suicidio in gara due, sarebbe probabilmente finita 4 a 2), giocatore che ha fatto un grandissimo salto di qualità mentale diventando il perno della squadra, quello dotato della responsabilità di farla giocare con tutti gli altri suoi sottoposti. Secondo me Banchi ha fatto un capolavoro con Bobby Brown che soprattutto nella gara decisiva ha fatto il gregario, rispondendo sempre alla meglio quando è stato chiamato in causa. Ho letto che nella serie è stato in ombra e che non è più il Brown che spopolava in Eurolega. Per me chi scrive queste cose di basket non capisce un'emerita mazza. Se la squadra ce l'ha in mano Hackett è solo banalmente ovvio che non possa averla Brown. Due Napoleoni insieme sono molto peggio di un solo Badoglio. E poi: avete mai visto Carraretto, o Ress, o Eze, o Kangur, o Sanikidze eccetera fare qualcosa che non vi sareste aspettati da loro? Io no, e proprio per questo penso che Siena abbia vinto. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Il discorso della squadra che sa quello che vuole è assolutamente fondamentale per tentare di spiegare le cose che succedono in campo. Ora: non ho visto praticamente nulla della serie persa da Sassari, ma azzardo lo stesso una specie di analisi partendo da molto lontano. Fermo restando che Sacchetti ha fatto fare quest'anno alle galline oltre alle uova cubiche anche il latte, la sua squadra mi ha sempre dato l'impressione di una specie di Real Madrid de noantri, una compagine un po' troppo legata all'ispirazione momentanea e proprio per questo andrei molto cauto con l'entusiasmo per la naturalizzazione di Travis Diener, perché, e so di essere controcorrente in modo quasi provocatorio, nessuno dei due cugini mi sembra in realtà un play. Detto per inciso ci sono già Hackett e Cinciarini che fanno cose egregie, per cui le cose onestamente le lascerei come stanno. A meno che Diener non giochi da guardia, ruolo in cui potrebbe essere devastante (così Belinelli potrebbe restare in America...). In una squadra del genere, quando bisogna, sempre detto alla serba, sedere sulla palla, giocare quasi in automatico secondo sincronismi ben prefissati, cosa che si deve fare nei momenti cruciali di una partita, tanto più se decisiva per una serie, e soprattutto con gerarchie cementate, della serie palleggia Tizio, decide lui cosa fare, la prima opzione è Caio, mentre Sempronio fa un blocco per Tullio eccetera, allora se mancano questi meccanismi c'è la possibilità concreta del grippaggio, cosa successa al Real a Londra e, suppongo, a Sassari contro Cantù. Alla quale Cantù è bastato che Trinchieri si arrendesse all'idea di fare di Tabu un play (poteva avere le qualità, ma certamente, scusate, non le palle) prendendo un play quasi vero che soprattutto segna per rivoltare la squadra come un calzino. Niente da fare, quando i nodi vengono al pettine, la squadra che è squadra emerge sempre. Per questo attendo con interesse le semifinali, perché tutte e quattro le squadre che vi sono arrivate sono (sarà un caso?) squadre vere, nel senso che, qualità singole dei giocatori a parte, giocano da squadra.

Intanto è finito il campionato sloveno e qui permettetemi un piccolo omaggio al giocatore che ha di fatto deciso la serie finale, lo scontatissimo confronto fra l'Olimpija e il Krka di Novo Mesto, le due squadre nettamente più forti del basket sloveno di club. A far vincere al Krka il sesto scudetto e il quarto consecutivo è stato un certo Matjaž Smodiš che probabilmente a Bologna conoscono. I più attenti ricorderanno che già tre anni fa Smodiš si era praticamente ritirato a causa degli insormontabili problemi fisici che lo affliggevano. Ebbene, dopo un anno e mezzo di pausa ha deciso, tanto per fare un po' di moto, di aggregarsi alla squadra del Krka (sua società di origine, per la quale ha fatto tutto il vivaio fino ad arrivare in prima squadra e vincere da trascinatore il primo scudetto nel lontano 2000, proprio prima di partire per Bologna) per dare una mano ai giovani in allenamento. Da cosa nasce cosa ed alla fine ha deciso di entrare nel roster per eventualmente entrare in campo quando i titolari avessero problemi di falli. Insomma, aveva deciso di fare il panchinaro per aiutare con il suo carisma ed i suoi consigli. Fra l'altro il vice del Krka è Simon Petrov, uno che quando giocava era lo scudiero di Smodiš, per cui immaginarsi se non lo ascoltava. Morale della favola: giocando scampoli di partita, dovendo anche ogni tanto correre, intanto ha circa dimezzato il surplus di peso che aveva accumulato rispetto al suo peso forma, ma soprattutto ha riacquistato consuetudine agonistica giocando di partita in partita di più e meglio. In gara quattro della finale (al meglio delle 5 partite, col Krka avanti 2 a 1) in trasferta a Lubiana è entrato già nel primo quarto e tirando fuori l'anima è riuscito a stare in campo una ventina di minuti nei quali ha fatto 21 punti con 3 su 4 nelle triple, tutte in momenti chiave, facendo quello che voleva sotto canestro giocando in sottomano da fermo, prendendo rimbalzi "sotterranei" e trovandosi in difesa sempre dove doveva. Alla fine gli hanno dato il premio di MVP della serie finale e da capitano e protagonista ha alzato la Coppa del campionato ora ritirandosi definitivamente. Lui ha detto che vorrebbe restare nell'ambiente del basket, ma non come procuratore o manager e neanche coach, ma per lavorare con i giovani. Ora ditemi: come si fa a non ammirare immensamente uno che chiude la sua fulgida carriera in modo talmente umile, dimesso, ma contemporaneamente orgoglioso e vincente? Il mondo del basket sarà molto più povero senza Matjaž Smodiš. Piccola chiosa finale sull'argomento: com'è stato possibile che un semiritirato completamente fuori forma possa aver sbertucciato e umiliato tutto il fior fiore del basket giovanile sloveno che gioca nell'Olimpija, i vari Blažič, Prepelič, Omić e Rupnik, o la speranza finlandese Salin? Può essere che lui sappia giocare e i giovani no? Purtroppo mal comune mezzo gaudio: i giovani sloveni sono esattamente come i giovani delle altre parti d'Europa. Mezzi giocatori con lacune tecniche al limite della voragine che nessuno, meno di tutti loro stessi, vuole colmare con ore e ore di allenamenti di fondamentali. E in più senza che nessuno si sia mai dato la briga di insegnare loro "filosoficamente" cos'è il basket, quali sono le cose importanti e quali no, in cosa risieda effettivamente la bravura di un giocatore. In questo tutto il mondo è paese, insomma. Contrariamente a quanto accade invece in Slovenia in campo femminile, dove, a causa ovviamente delle molto più limitate risorse finanziarie, i coach allenano ancora all'"antica", per cui le nuove leve sono veramente molto forti e soprattutto molto ben coltivate. Se fossi un direttore sportivo di una società italiana di basket femminile seguirei con molta attenzione quel che succede in Slovenia con tutta una serie di ragazze dal '94 al '97 di sicurissimo avvenire.

Tornando al filo che lega tutte queste vicende ancora un commentino sul Giro d'Italia e sulla incredibile metamorfosi di un corridore quale Giovanni Visconti che miracolosamente si sblocca nella più terribile tappa di montagna e poi va a vincere alla grande da solo a Vicenza. Avete visto la sua faccia dopo la prima e dopo la seconda vittoria? Erano due persone diverse, la prima di uno che sembrava aver appena subito un intervento riuscito da parte di un esorcista, ma che era ancora vuoto, sotto choc, la seconda di uno sicuro che sa quello che vuole e che sa perfettamente come ottenerlo. Il fil rouge di tutto è ovviamente che a decidere alla fin fine è sempre la testa. La testa è tutto, in ogni campo, è il doping più potente che ci possa essere (oddio, quello chimico non è che non aiuti, ma non è questo il punto). Quando si sa e si vuole si può. Senza testa, o con la testa rivolta verso cose sbagliate, tipo Riccò o De Luca che non riescono proprio a immaginare che si possa gareggiare senza prendere aiuti chimici, ci si può impasticcare quanto si vuole che oltre un certo limite non si potrà mai andare. Ripeto: non faccio certamente l'anima candida e so benissimo che la maggior parte delle vittorie soprattutto negli anni passati tanto nel ciclismo che nello sci di fondo che nell'atletica (Marta Dominguez? Thanou e Kenteris? Gatlin? magari Marion Jones?) che in tanti altri sport sono state propiziate in modo decisivo da aiuti extrasportivi, ma quello che voglio dire è ribadire la famosa frase del coach di Mennea Vittori: "il doping è deleterio non tanto perché è illegale e dannoso, ma perché fa prendere agli atleti delle scorciatoie che impediscono loro di ottenere gli stessi risultati col duro lavoro mettendo alla prova le capacità della loro mente e dunque andando a scavare nel più profondo del loro essere scoprendo alla fine chi in effetti sono". Che è la cosa più nobile che lo sport possa e sappia offrire a chi lo pratica con le motivazioni giuste.