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Il virus del basket

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Creato Mercoledì, 25 Marzo 2020 Scritto da Sergio Tavčar

Purtroppo più passano i giorni, più la mia sindrome di Duclos-Lassalle (vinse anche una Roubaix, se non sbaglio) – perché non chiamarla così, visto che esiste, ma solo per me? – si aggrava, nel senso che la mia ignavia sta aumentando di giorno in giorno. Oggi volevo scrivere come un forsennato, solo che ho perso un’ora e mezza per fare la spesa e sono tornato a casa distrutto, per cui le mie buone intenzioni hanno subito un duro colpo. Da noi a Opicina abbiamo un solo supermercato, quello della Conad e, ogni volta che ci vado, se ne inventano una nuova. L’idea di base è buona: entra solo chi ha un carrello della spesa. I quali carrelli della spesa sono contingentati, per cui entri solo quando te lo consegna uno che ha finito ed è appena uscito. L’altra settimana ne avevano messi un bel numero, per cui tutto sommato la fila era abbastanza veloce, per quanto la gente pensi di essere in guerra atomica e praticamente svaligia tutto quello che trova. Oggi ne hanno messo una decina e, con circa 15 persone davanti, per entrare ci ho messo un’ora e 5 minuti di orologio. Con tre gradi e bora.

 

Poi, una volta dentro, non c’era nessuno, tanto che nelle lunghe corsie ero totalmente solo. Avrò contato un massimo di 7-8 persone, forse addirittura meno. Il bello però doveva appena venire, ed era alla cassa. Uno dei titolari del supermercato (mio pivot della generazione ’64) prendeva in consegna il carrello, lo metteva in fila, ti dava un congegno e dovevi uscire (di nuovo, a tre gradi con la bora!) per attendere che le commesse scaricassero la tua spesa e facessero il conto. Al che, dopo un paio di altri minuti interminabili, il congegno che avevi in mano squillava, ri-entravi, andavi alla cassa che mi sembrava il check-point di Friedrichstrasse ai tempi del Muro (ci sono stato per un giorno di visita alla DDR nel ’78 con il visto volante che ti davano alla stazione della metro), da sotto lo sportello, senza vedere la cassiera, passavi il bancomat e finalmente potevi recuperare la spesa e andare a casa non prima ovviamente di aver ceduto il carrello al primo disgraziato in fila.

Ho raccontato questo fatto totalmente banale e ridicolo rispetto ai veri problemi proprio perché durante l’interminabile fila ho avuto tutto il tempo per riflettere su quanto sta succedendo e sono arrivato alla conclusione che nella gestione di tutta questa inevitabile e grave emergenza ci si potrebbe muovere in modo molto più umano solamente applicando un minimo di buon senso facendo in modo che la gente accettasse tutte le imposizioni con molta maggior grazia. Visto come stanno andando le cose con le autorità che hanno cominciato fidandosi degli italiani dando solo indicazioni, e poi, visto che di idioti il mondo è pieno (ricordate la cartolina di mia nipote per il mio compleanno che recitava in tedesco: “La causa fondamentale dello stress è il contatto quotidiano con idioti”?), sono dovuti passare agli ukaze, in questo ci hanno preso gusto ed ora siamo in uno stato semplicemente poliziesco che non so quanto potrà durare prima che la gente si stufi ed esploda.

Ora che durante fasi di gravi crisi che richiedono decisioni immediate e soprattutto non negoziabili verso sterili e inutili compromessi, come avviene nelle situazioni normali, nelle quali i compromessi sono inevitabili, anzi sono l’unica soluzione per conciliare in qualche modo tutto un mondo di interessi divergenti, sia necessaria una mano forte, o detto altrimenti, siano necessarie misure che con la democrazia ben poco hanno a che spartire, e che dunque, come facevano gli antichi Romani, sia necessario sospendere tutto nominando un “dictator” a tempo (incredibile quanto fossero lucidi, pragmatici, geniali, non per niente hanno conquistato tutto il conquistabile) – inciso, è innegabile che nei periodi di crisi funzionino meglio i regimi autoritari, del resto in guerra le strutture militari possono agire solo se sono esattamente il contrario di una struttura democratica -, però, sempre restando fra i latini, “est modus in rebus”.

Per esempio, restando nel piccolo, perché instaurare un regime di terrore nel supermercato, quando basterebbe fare per esempio quanto hanno fatto nella mia panetteria? Visto che, comunque la si prenda, l’unico e imprescindibile modo per arginare il contagio (non lo dico io, lo dicono all’unisono tutti gli esperti) è quello di mantenere la distanza fra le persone (un medico ha detto che i virus sono malvagi, ma non hanno le ali) in panetteria fanno entrare le persone solo a due a due, hanno messo un nastro giallo a un metro e mezzo dal bancone, ordini alla commessa da quella distanza quello che vuoi, lei ti serve, ti dice il prezzo, vai alla cassa, ti allungano un vassoio sul quale metti i soldi, ripassi il vassoio alla cassiera che te lo ritorna indietro con la merce, lo scontrino e il resto e te ne vai. In questo modo i tempi di acquisto sono esattamente gli stessi dei tempi normali, solo che invece di aspettare dentro lo fai fuori. Tutto qua. Per cui non vedo perché nel supermercato, fermo il numero di carrelli contingentati per non creare ressa all’interno, non dovrebbero alla cassa fare la stessa cosa magari applicando delle strisce di scotch per terra per far mantenere la distanza alla gente in fila. Non sarebbe molto più facile nonché tollerabile ed inoltre non si darebbe più l’idea di una cosa normale invece di dare l’impressione di essere in guerra?

Passando a cose più serie a me fa venire i nervi il regime che hanno instaurato per le autocertificazioni. A parte il fatto che per le situazioni normali non vedo perché, quando ti ferma la polizia, tu non debba autocertificarti a voce invece di allungare al poliziotto una carta sulla quale hai scritto in termini burocratici esattamente quello che puoi dire in due secondi semplicemente parlando, capisco perfettamente che questa procedura serve quando viene fermato uno che si trova in realtà dove non dovrebbe essere, magari fuori dal suo comune. Però un’autocertificazione è sempre una cosa che tu affermi senza alcuna conferma esterna. E allora secondo me se lo stato volesse essere veramente dalla parte dei cittadini doterebbe le pattuglie delle forze dell’ordine di un pacco di moduli di autocertificazione che tu compileresti quando ti fermano, così che sul posto ti esporresti al rischio di essere poi scaraventato in galera se quanto hai appena affermato è falso. Colto fra l’altro in fragrante delitto avendo riempito il modulo sotto gli occhi delle forze dell’ordine. Sarebbe molto meno fastidioso per il cittadino che di fastidi ne ha già a iosa (la mia stampante per esempio non funziona, per cui non saprei come stamparmi l’autocertificazione) e uno sforzo minimo per lo stato per il quale basterebbe che i moduli li stampasse lui passandoli poi alle pattuglie in azione (Nota dell'amministratore: a quanto ci risulta tale procedura, per quanto non troppo pubblicizzata, è in realtà prevista, e le forze dell'ordine possono effettivamente fornire il modulo da compilare sul posto a chi ne fosse sprovvisto). 

Un’altra cosa che mi fa andare in bestia, anche perché abito in una zona meravigliosa con tantissimo verde, addirittura a 10 minuti di cammino da casa ho veri e propri boschi, è il fatto che non puoi fare sport all’aperto. Sono d’accordo che quando la gente si accalca nei parchi e non mantiene le distanze (sempre i famosi idioti di cui sopra) bisogna intervenire, ma se io vado a correre da solo nel bosco e non incontro nessuno, ma proprio nessuno per più di un’ora, oppure se lo incontro tutto abbiamo in mente meno che di scontrarci e dunque la distanza la manteniamo per forza, perché di grazia dovrei essere passibile di multe esorbitanti invece di ricevere un encomio per aver cura della mia salute?

Ce ne sarebbero di altri di esempi nei quali un minimo di buonsenso non solo da parte dei cittadini, ma soprattutto da parte delle autorità, renderebbe molto più tollerabile questo terribile momento. Se le autorità facessero passare il messaggio che per le situazioni normali si usa il guanto di velluto, mentre con gli idioti si usa il pugno di ferro, secondo me tutto sarebbe più facile. E anche la gente accetterebbe con molta maggiore buona grazia le limitazioni a cui è sottoposta. Ecco, perché non mettere in piedi una task force di psicologi e sociologi per pensare a tutta una serie di vere e proprie stupidaggini che potrebbero rendere il tutto molto più umano almeno per le persone che non sono direttamente coinvolte nel dramma che sta devastando sempre più famiglie?

Scusate questo sfogo che fra l’altro mi toglie spazio per rispondere alle vostre curiosità. Mi rifarò vivo prestissimo comunque. Sulla scomparsa di Bora Stanković e di Gianni Mura posso dire solamente che se ne stanno andando i migliori. Su Stanković, rispetto a quanto letto sugli articoli riportati da Edoardo, posso aggiungere solamente una cosa che non è stata detta da nessuno, ma che secondo me è molto importante. I quattro grandi moschettieri che hanno reso grande il basket belgradese prima (so che è una guerra persa, ma io continuo a contestare violentemente l'idea che siano stati loro a inventare il basket in Jugoslavia: ripeto per l'ennesima volta, il basket era già popolarissimo in Slovenia prima della Seconda Guerra Mondiale, oltre che sport nazionale a Zara, enclave italiana) e jugoslavo poi erano il prodotto della borghesia istruita e cosmopolita che si era creata a Belgrado già nei primi tempi della semi-indipendenza dall'Impero ottomano verso la metà del 19-esimo secolo e che era stata la vera aristocrazia del Regno jugoslavo centralista a guida serba fra le due guerre. Per cui erano il prodotto della crema culturale più elevata che ci fosse allora in Jugoslavia, anzi forse l'unica che ci fosse. Fra l'altro proprio la famiglia Stanković era quella più sospetta di sentimenti anticomunisti, tanto che il padre di Bora finì dopo la guerra in un lager e vi morì. E lo stesso Bora sfuggì all’internamento con successiva “rieducazione” solamente per via della sua giovane età e anche perché giocava molto bene a basket. Per cui presentarlo al mondo come un apparatčik paracadutato alla guida della massima organizzazione cestistica mondiale da chissà quale forza oscura è un clamoroso falso storico. Anzi, proprio il fatto che da vecchio aristocratico-borghese sia riuscito a fare tantissima strada malgrado quelli come lui venissero visti con occhio tutt'altro che benevolo dal regime che c'era, testimonia della sua straordinaria grandezza.

Su Bora Stanković scriverò la prossima volta un aneddoto che mi riguarda e che mi rende onestamente molto fiero, aneddoto che ho raccontato all'amico Raffaele Baldini che mi ha telefonato l'altro giorno e che penso abbia già riportato da qualche parte, ma che comunque vorrei raccontarvi di persona, anche se quando lo leggerete probabilmente lo conoscerete già. Fra l'altro durante la lunghissima chiacchierata mi ha fatto la domanda delle domande, domanda per la quale mi sono vivamente complimentato con lui perché ha colpito in pieno il "bulls' eye", come dicono in America: "Sergio, onestamente, quanto ti manca attualmente la pallacanestro?" Risposta immediata sgorgata dal cuore: "Raffaele, proprio non mi manca, anzi, mi sto disintossicando!" E appena queste parole mi sono uscite di bocca mi è venuto da pensare. Molto. E a lungo.