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PotenteMente

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Creato Mercoledì, 25 Settembre 2019 Scritto da Sergio Tavčar

Intanto per chiarire. Non è che non parlerò più di basket, rimane pur sempre uno sport interessante a volte da vedere, qualcosa di basket ci capisco, per cui guardando a commento spento e avendo come sfondo solo i rumori dell’ambiente posso ancora più o meno capire cosa sta succedendo, e dunque non è che abbia un rigetto assoluto. Semplicemente in questo momento, lo sento dentro, non so come dire, è diventato per me uno sport come gli altri e non una religione. Se la partita è buona la guardo, se vedo che fa schifo giro subito. Va da sé con queste premesse che della Supercoppa ho visto solo spezzoni, ho visto che ha vinto Sassari e sono contento per il buon Poz che ringrazio per le bellissime parole che ha usato nel video (salvo un “bip” che andava messo quando ha usato una parola croata non riportabile) che gli è stato estorto da Boris Vitez per testimoniare delle sue esperienze con lo Jadran e mostrato alla presentazione della squadra che lui seguiva da piccolo nel periodo della nostra generazione d’oro. Commento lapidario alla Supercoppa: cercasi disperatamente play, magari uno piccolo, lento, ma che sappia cos’è il basket.

 

Passando al tema di questo intervento vorrei usare due esempi di stretta attualità che si riferiscono allo sport sloveno, ma che vale ovviamente per tutti gli atleti sotto ogni latitudine, per sottolineare un aspetto dello sport che, più passa il tempo, più mi accorgo quanto in realtà sia decisivo, e cioè quello della forza mentale. A dire il vero a pensarci ci cominciai molto tempo fa, saranno passati quasi 40 anni, quando giocammo una partita penso del campionato cadetti all’aperto al Prosvetni di Opicina (che gli avventori delle ultime due sconvenscion hanno visto dal vivo) contro una forte squadra triestina, però comunque alla nostra portata. Avanti di 7 all’inizio dell’ultimo minuto perdemmo all’ultimo secondo dopo tutta una serie di nefandezze paragonabili a quanto abbiamo visto agli ultimi Mondiali. Gli arbitri o qualsiasi altro fattore esterno non aveva influito, per cui alla fine della partita andai a dare la mano agli arbitri, all’allenatore e ai giocatori avversari, tutto tranquillamente con perfetto fairplay (cosa per me assolutamente non scontata). Il tavolo segnapunti era posto dall’altro lato rispetto alla costruzione principale, a circa cinque metri dal muro di cemento di cinta. Espletate le formalità presi di colpo in mano la sedia per i cambi (la classica sedia di legno pieghevole da osteria) e la scaraventai con fredda rabbia contro il muro. Pur arrivando da circa cinque metri la sedia si sfracellò e cadde in pezzi senza che un listello rimanesse attaccato al telaio principale. Rimasi sconvolto. Se nelle gambe ho sempre avuto abbastanza forza, le braccia sono state sempre il mio punto dolente quando facevo sport. Semplicemente non avevo forza. Per dire a braccio di ferro era impossibile che battessi chiunque. Eppure la rabbia provocò in me un accumulo tale di potenza che feci una cosa di cui neanche lontanamente avrei supposto di esserne capace.

Ho pensato spesso a quell’episodio per tentare di capire quale sia l’incidenza della forza mentale sulla prestazione atletica e, visti anche gli esempi che si accumulano, sono convinto che sia immensa, molto più decisiva di quanto si possa neanche immaginare. Avete, e ve ne sono grato per le bellissime parole usate, sottolineato la prodezza della nazionale slovena di pallavolo che è entrata fra le migliori quattro d’Europa dopo aver battuto in trance agonistica la Russia campione d’Europa. Un successo assurdo, impronosticabile, eppure è successo. La pallavolo in Slovenia è sempre stato il quarto, se non quinto, sport di squadra per interesse popolare, dopo il basket, ovviamente, sport nazionale sloveno da sempre, il calcio e la pallamano e probabilmente anche dopo l’hockey su ghiaccio. Sport visto dalla stragrande maggioranza degli sloveni (popolo con robustissime radici contadine) come sport da fighetti urbani, e praticato con assiduità solamente in Carinzia, o per meglio dire in quella piccolissima parte della Carinzia rimasta alla Slovenia dopo la prima guerra mondiale e il disgraziato plebiscito del ’19 (che infatti, vedendo la cosa dalla parte opposta, i tedeschi carinziani hanno commemorato in pompa magna proprio quest’anno) e, stranamente, nel borgo di Kanal (Canale d’Isonzo quando era ancora sotto l’Italia) sull’Isonzo, appunto, qualcosa come una trentina di chilometri a nord di Gorizia. O, meglio ancora, tutta la pallavolo slovena era imperniata sulla dinastia Urnaut di Ravne in Carinzia con il capostipite unico sloveno nella storia nazionale jugoslavo di pallavolo e con il pronipote (nel senso di prozio, penso) ora motore della nazionale attuale (e, su scala minore, sulla dinastia Jerončič di Kanal). Le cose fino ad oggi non è che siano cambiate tantissimo nella percezione della gente, solo che, forse per qualche congiunzione astrale e anche perché a Bled avevano messo su un club ambizioso molto ben guidato che ha concentrato lì tutto quanto di meglio stava producendo la pallavolo slovena (l’ACH Volley poi trapiantato per ovvie ragioni a Lubiana), è venuta su una generazione competitiva che pian piano ha cominciato a fare anche qualche buon risultato. C’e’ stato il lampo dell’argento europeo di quattro anni fa dopo aver battuto l’Italia in semifinale, ma era rimasto isolato, per cui quest’anno, pur con gli Europei in casa, non è che vi fosse mobilitazione di popolo per vedere le partite del girone eliminatorio. Insomma niente a che vedere con quanto era successo per il basket nel ’13 (si parla di circa 2000 persone a partita contro le quasi 10000 che venivano al basket). Però i risultati sono venuti, con un buon pubblico è stata sconfitta per la prima volta nella storia in un match ufficiale la Bulgaria e l’interesse è lievitato, per cui per il match contro la Russia le Stožice erano quasi piene, e non di tifosi beceri, ma da gente comune che è venuta a vedere cosa potessero fare i suoi ragazzi, sempre ricordando che non si attendeva granché, anche per la semplice ragione che al mondo comunque ci sono almeno 80 russi per ogni sloveno.  

Posso pensare cosa sia stato per i pallavolisti sloveni entrare in un’arena piena di gente che faceva un tifo terribile, ma bello e corretto, loro abituati a giocare in palestrine di fronte a quattro gatti. L’esaltazione di vivere, con la maglia della nazionale, un’esperienza che mai prima avevano vissuto ha semplicemente dato loro le ali e hanno giocato come nessuno mai credeva fossero capaci di giocare.

Dall’altro lato dello spettro c’è Primož Roglič. Che Magrini di Eurosport, e anch'io, onestamente, riteneva il primo favorito per la crono mondiale. E che ha fatto letteralmente schifo finendo raggiunto da Dennis, partito 3 minuti dopo. Brutta giornata? Stanchezze dovute alla Vuelta? Postumi della caduta nella terzultima tappa? Non si riusciva proprio a capire perché andasse così piano. Per dire: al neozelandese Bevin, finito a un secondo dal bronzo di Ganna, Roglič aveva dato mezzo minuto nella crono della Vuelta disputata su poco più di 20 chilometri. Poi ho capito, o almeno penso di aver capito, quando subito dopo l’ultimo intertempo, dunque a circa 12 km dall’arrivo, Dennis ha raggiunto e superato Roglič. Quando si è visto superato mi è sembrato vividamente che nella sua testa fosse scattato un interruttore: si è alzato sui pedali, per i primi metri è sembrato quasi che sciogliesse le membra, poi ha preso il ritmo ed il resto della corsa l’ha fatto attaccato (alla debita distanza regolamentare, sia ben chiaro) all’australiano che andava come un treno e gli è arrivato appaiato, fresco come una rosa. Evidentemente la conclusione che se ne trae è che, una volta vinta la Vuelta, lui, per quanto si sforzasse di concentrarsi sul Mondiale, ha staccato la spina dell’inconscio e che dunque di colpo il suo corpo, senza che lui se ne rendesse conto, si è semplicemente afflosciato. Raggiunto dal rivale di colpo le motivazioni sono riemerse e si è rimesso a correre come sa e può.

Già che ci sono ricorderò anche, come esempio positivo, la disavventura del junior italiano Tiberi a cui sono saltati i pedali sulla rampa di partenza ed ha dovuto cambiare bici dopo 100 metri dalla partenza dovendo anche rincorrere l’ammiraglia che a quel punto doveva ancora partire. Roba da ammazzare un toro. Eppure il ragazzo azzurro ha tratto da questa disgrazia evidentemente tutta la rabbia possibile, è andato avanti alla o la va o la spacca, e la forza mentale gli ha fatto vincere addirittura l’oro. Sono convinto, anche se ovviamente non ne ho la controprova, che senza questa disgrazia non solo non avrebbe vinto, ma probabilmente sarebbe arrivato più o meno al massimo con il tempo del suo più quotato connazionale Piccolo.

La domanda che fa immediatamente da corollario a quanto scritto è ovviamente: si può allenare la forza mentale? Lascio a voi la risposta sperando che susciti un bel dibattito, sempre che la cosa vi interessi come interessa a me. Se volete la mia opinione, per quanto possa valere, è semplicemente un no. Una cosa del genere ce l'hai o non ce l'hai. Ed è proprio questa dote che fa di un atleta un campione, che lo rende tanto più speciale. Il famoso mental coach può aiutare, ovviamente, ma solo in minima parte, agendo più che altro sui sintomi che non risolvendo il problema alla radice, cioè intervenendo sugli aspetti esteriori della mancanza di forza mentale. Secondo me l’unica cosa che può fare veramente è spiegare il problema e provare a far emergere questa forza mentale, se, seppur in minima parte, esiste da qualche parte nascosta nella psiche dell’atleta. Se non esiste, non la può creare.