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L'incubo di Milano

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Creato Martedì, 06 Giugno 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Beate ferie! Ho cominciato oggi, per cui posso essere più vigile e vispo per quanto riguarda i miei interventi. Intanto per la sconvenscion: fermo restando sabato 10, il posto non è stato ancora definito, in quanto il mio MC Andrej Vremec ha varie possibilità che sta vagliando e il responso ci sarà domani sera, per cui giovedì mattina saprete dove venire. Il tempo per quel giorno dovrebbe rimettersi in sesto, per cui spero vivamente che siate il massimo possibili, non essendo tutti in Cile o impegnati nei preparativi per il matrimonio (auguri vivissimi!).

Sono sempre più soddisfatto di come stanno andando le cose, in quanto il tono, il livello e gli argomenti trattati nei vostri commenti sono esattamente quello che speravo fossero. Continuate così e penso che saremo tutti soddisfatti nel leggerli, io lo sono sicuramente. Veramente grazie e non lo dico per piaggeria.

 

Una cosa intanto che mi ha particolarmente divertito e che, visto il mio lavoro, tocca un nervo dolorosamente scoperto, è l’accenno alla difficoltà che avranno i due telecronisti RAI e anche Geri De Rosa (o Paola Ellisse, o ambedue) nel distinguere fra Filloy e Forray. A uno che non fa il telecronista sembrerà una stupidaggine, ma vi assicuro che è uno degli incubi più ineluttabili che capitano nel nostro lavoro. Qualche settimana fa ho seguito i playoff del campionato sloveno e ho continuato per quattro partite (per la cronaca Olimpija batte Rogaška 3 a 1) a confondere i due numeri quattro delle due squadre, due americani che si somigliano tantissimo per il modo di giocare, Johns e Oliver. Per me erano ambedue Johns, giuro che non so perché, e Oliver lo beccavo una volta su tre. Va da sé che è stato l’MVP della serie finale. Come curiosità vi dirò che il record nella mia lunghissima carriera, la squadra più angosciosa da commentare, era il Šibenka del giovanissimo Dražen dei primi anni ’80. Nel roster c’erano, alcuni titolari e altri con ottimi minutaggi, Jarić, Šarić (il padre di Dario), Đurić, Jurić e i fratelli Ivica e Fabijan Žurić. Ero molto più giovane e sveglio, per cui penso di aver superato bene l’ostacolo, pero vi assicuro che fare la telecronaca di quella squadra richiedeva un impegno incomparabilmente maggiore rispetto a tutte le le altre. Potremmo fare una specie di bet-and-win scommettendo su chi fra Fanelli e Zembinski sbaglierà per primo. I vincitori potranno bere un giro gratis alla prossima sconvenscion. Visto che si alterneranno e che dunque il primo parte svantaggiato propongo la regola che vale il minuto della partita nella quale faranno il fatale errore. Che ne so: se uno dice Forray invece di Filloy al 23.esimo minuto e l’altro, che pure fa la telecronaca successiva, lo stesso errore lo fa al 21.esimo vince (perde?) il secondo.

Tornando a robe serie, devo dire che, come alcuni di voi, sono molto meravigliato della vittoria di Venezia su Avellino e faccio qui ammenda per quanto scritto la volta precedente. Faccio anche le mie scuse a coach De Raffaele che, e non lo avevo previsto, ha messo in piedi nelle ultime tre partite una strategia difensiva di primissimo ordine soffocando Logan e soprattutto Ragland, mandandoli fuori ritmo (visto che mi avete costretto a usare questa parola che normalmente aborro?), lasciando un po’ più di spazio agli altri che, evidentemente, non erano in grado di dare alla squadra la marcia in più che sarebbe stata necessaria. E in attacco (forse mi avrà ascoltato…scusate la megalomania, ma in realtà sto scherzando) ha fatto secondo me una mossa decisiva, depotenziando letteralmente Haynes, chiamato a fare le cose che sa fare, cioè tirare, lasciando l’incombenza della costruzione del gioco a Filloy (o Forray?...scherzo anche qui), coinvolgendo molto anche, come auspicavo, Tonut e Bramos con Perić, e anche Ejim, tutto sommato, nelle vesti di guastatori, non avendo Avellino uomini adatti per un soddisfacente match up difensivo su di loro. Poi Batista su Fesenko era una mossa talmente ovvia che non credo valga la pena parlarne. E infine, si è visto ieri, e qui mi sembra che sotto sotto Di Raffaele mi abbia dato ragione, Stone è in realtà un ammennicolo abbastanza ininfluente, per non dire inutile, checché se ne dica in giro, esaltando le doti di un giocatore tuttofare sopra i due metri. Tuttofare sì, ma bene. Se fai tutto, ma ogni cosa la fai così così (Stone come play non legge, come tiratore è scarso, come rimbalzista praticamente non esiste, come penetratore è involuto, per non dire casinista, eccetera) potrai essere utile per qualche cambio saltuario, ma non sarai certamente un pilastro della squadra. Diciamo che Larry Bird e Kukoč erano esattamente dall’altro lato dello spettro del rendimento.

Per quanto riguarda Milano chiederei un sommo favore a Edoardo (a proposito, vivissimi complimenti per il tono e la frequenza dei tuoi interventi: ti voglio sempre così!) che, non si sa come, io non ci riesco non sapendo neanche da dove cominciare, riesce sempre a tirare fuori citazioni di miei pezzi precedenti. Desidererei tanto che riuscisse a pescare quanto scrissi quando si seppe che Repeša sarebbe stato il nuovo coach di Milano. Se ce la fa leggete e sapetemi dire se non ero stato quasi profetico, se no proverò a citare la prossima volta a memoria quanto scrissi. Non erano parole molto benevole nei confronti del coach croato e soprattutto annunciavano che in capo a pochi anni a Milano avrebbe lasciato terra bruciata. In effetti bastava vedere cosa aveva fatto prima per arrivarci, non era tanto difficile (ricordate Roma, tanto per dire?). Sulla disamina di Buck, una volta districatomi fra la marea di dotte citazioni che mi hanno totalmente stroncato (io, povero cronistucolo sportivo, cioè per definizione appartenente alla categoria dei paria del giornalismo), che mi fanno pensare che il nostro straordinario collaboratore sia in realtà un accademico di professione (Storia e letteratura tedesca?), devo dire che sono perfettamente d'accordo e che avrei pochissime cose da aggiungere e chiarire, soprattutto nei particolari che, vivendo qui e lavorando in Slovenia, conosco meglio di voi. Per esempio Zoran Dragić: è un giocatore che apprezzo tantissimo perché è uno che in campo da tutto, che ha un grande fisico, è velocissimo e tosto, insomma è tutto quello che si vuole, ma non è un leader né mai lo sarà, anche per abito mentale, essendo fratello minore di un vero leader, suo fratello di tre anni maggiore Goran, per cui è da piccolo abituato a obbedire e a non pensare con la sua testa. Ragion per cui la delusione nei suoi confronti non la capisco e il ragazzo mi fa pena. Nel senso che a Milano, a un dato momento, qualcuno (indovinate…) si è messo in testa che lui potesse fare cose per le quali assolutamente non è tagliato col risultato di mandarlo totalmente fuori di testa, fra l’altro togliendo alla Slovenia uno dei cardini della formazione per i prossimi Europei. Del resto che nelle squadre di Repeša molti giocatori raggiungano i propri limiti di incapacità non è una cosa nuova né rara, tanto che da Kalnietis a Pascolo, o anche lo stesso Mačvan, o ancora McLean, o ancora Sanders, sono stati usati la massima parte delle volte per fare cose che non sanno fare, mentre quelle che loro sanno fare benissimo venivano demandate a altri che invece non le sapevano fare. Insomma, il mondo alla rovescia, testimoniato anche dalle cose che voi avete giustamente sottolineato, e che saltano all’occhio immediatamente, delle rotazioni totalmente alla c.d.c. fatte a memoria o con intenti assolutamente incomprensibili. A suo tempo io dividevo i coach jugoslavi in coach normali e maghi, odiando i secondi che erano purtroppo invece tantissimi. I maghi erano quelli che parlavano benissimo, che ti dicevano cose apparentemente profonde e ponderate, che sapevano coccolarsi la stampa e i tifosi in modo meraviglioso, e che dopo in partita partivano o anche finivano con quintetti totalmente a capocchia, con giocatori messi in quintetto che erano stati n.e. per metà stagione, insomma con robe del genere, spiegando alla fine (e tutti loro credevano!) che in realtà le loro mosse erano state geniali, ma che erano stati i giocatori a non averle capite e a non seguire il perfetto piano partita che loro avevano escogitato. La scusa era sempre pronta e tutti continuavano a credere che fossero geni incompresi e che il tutto stava nel riuscire finalmente a capirli. Senza rendersi conto che si trattava in effetti di un colossale bluff, di un gioco da illusionisti di straordinario valore, al confronto dei quali David Copperfield è una specie di Mago Zurlì.

Il risultato di queste operazioni è che il centro titolare della nazionale che ha giocato la finale olimpica è un caso clinico e che il suo valore sul mercato è nullo, che il play titolare della nazionale vicecampione d’Europa ha anche lui in questo momento un valore di mercato uguale a zero, Dada Pascolo (a proposito, si conferma che Gabriele è la mia anima gemella – volevo scriverlo l’altra volta, ma me ne sono dimenticato: quando Pascolo nel finale di partita è stato inquadrato in panchina, ho detto a alta voce: “mama mia, se adesso el morsiga un cobra, lo stechissi!”) sta totalmente uscendo di testa non riuscendo a capire cosa si vuole da lui, Fontecchio e Abass hanno perso un anno, per non parlare del sommo desaparecido, ovviamente Gentile, arrivato a Milano come la più fulgida speranza del basket italiano e praticamente sparito. Capite perché l’avvocato Leopoldo di Reggio Emilia continua a essermi eternamente grato per avergli suggerito di mandare il figlio anche a piedi a Bamberg? Secondo quintetto dell’Eurolega, fra l’altro. Per un comprimario di Repeša niente male.

Cosa fare? Ripartire da zero con un piano di due-tre anni partendo da giocatori veri, con un coach vero che abbia pieni poteri, magari con un'altra struttura societaria, con qualcuno che conosca il basket e che abbia i poteri giusti per poter prendere giocatori veri e non quelli che i procuratori spingono, tanto paga Paperone. Dura? Durissima, penso impossibile, visto l'ambiente e i falchi, anche nei media, che ivi circolano. Volevate Repeša? E allora avete quello che vi siete meritati.

Su Trento ci sarà ancora modo di parlare. Sono molto contento che abbiano vinto, perché hanno dimostrato perfettamente come si fa quando si programma passo dopo passo, quando si ha il coach e lo staff giusti, quando si allevano uomini che poi formeranno un gruppo (sono molto contento per come mi è stato garantito che è Flaccadori: a questo punto faccio il tifo per lui, perché già adesso è piste avanti rispetto a quelli della sua generazione – non è difficile peraltro, vista la concorrenza – e potrebbe, lavorando bene, diventare veramente forte), quando insomma si fanno le cose per bene. E per quanto riguarda la finale vinca il migliore, anche se, i veneziani mi perdoneranno, il mio cuore sta un tantino di più verso Trento, ma non di molto. Non mi strapperò certo le vesti, anzi, se vince Venezia.

 

Noi comunque ci risentiamo giovedì mattina per il fatidico annuncio. Venghino signori, venghino signori, che non rimarrete delusi!