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Stelle cadenti

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Creato Mercoledì, 17 Febbraio 2016 Scritto da Sergio Tavčar

Buon giorno, come state? Io bene, grazie. Devo dire che ero fortemente deciso a non scrivere più nulla, in quanto non avevo argomenti da trattare, o per meglio dire, gli argomenti che io ritengo seri e che secondo me meriterebbero riflessioni se non profonde, almeno attente, vengono accolti dalla fervente platea degli internauti con una scrollata di spalle, della serie cosa va dicendo ‘sto fossile che vive nel passato e che non si accorge di come il mondo corra, si evolva e cambi. Secondo loro ogni evoluzione è per forza in meglio, mentre io da buon fossile continuo a ritenere che tante così dette evoluzioni sono in realtà involuzioni che poi, avvitandosi su se stesse, conducono a un nuovo Medio Evo, un evo contraddistinto da convinzioni apodittiche che poi incancreniscono facendo avvizzire ogni tentativo di discussione che viene automaticamente percepita come eresia.

 

Sono tutte riflessioni che mi sono venute in mente guardando in stretta scelta ristretta e a posteriori, scegliendo accuratamente alcuni spezzoni dalle varie repliche del fine settimana del meeting delle stelle dell’NBA a Toronto. Mi dispiace, ma mi riesce totalmente incomprensibile come la gente possa (entusiasticamente!) comprare a caro prezzo i biglietti per un evento del genere. Facendo un enorme sforzo di fantasia posso solo immaginare che lo faccia per godersi uno spettacolo fine a se stesso con numeri da circo (la giocoliera, l’uomo sulle sedie), circo al quale appartiene a pieno titolo la gara delle schiacciate che vede all’opera acrobati incredibili che si librano in aria con giravolte surreali maneggiando del tutto a caso un pallone che poi scaraventano nel canestro. Onestamente questo tipo di ginnastica a corpo libero con un attrezzo in mano (contaminazione da ginnastica ritmica) non mi pare particolarmente diverso dalle evoluzioni dei ginnasti di professione che nelle varie diagonali dei loro esercizi a corpo libero perfezionano tripli salti mortali con due avvitamenti e mezzo addirittura tesi. E perché questi totali virtuosi siano pagati una miseria, dovendo per sopravvivere essere cooptati da qualche ente militare, mentre quelli con il pallone in mano guadagnano milioni di dollari per fare la stessa cosa mi riesce profondamente misterioso. Dice: ma loro giocano anche a pallacanestro. Sicuro? Non mi pare che quello che hanno fatto vincere (secondo me meritava quell’altro che se non altro aveva preparato una bella coreografia) sia uno che abbia numeri debordanti quale giocatore di basket e, per quello che ho letto, nella sua squadra fa il panchinaro perché, pare, deve ancora imparare a giocare a basket. Se non è così mi scuso, ma devo confessare che il suo nome (LaVine, può essere?) non lo avevo mai sentito prima né mai visto in qualche tabellino come uomo risolutivo di qualche partita che devo seguire se non altro per questioni di lavoro (turno TG a Capodistria). Comunque una cosa mi è piaciuta di questa gara: che ambedue i finalisti fossero neri risciacquati o, se volete, bianchi scuriti. Vedere all’opera quei due superbi ginnasti mi è parso uno schiaffo solenne a tutti i razzismi che ci possano essere. Del resto la primissima lezione di biologia dice che solo la mescolanza dei geni fortifica una specie vivente. E loro due, o altri tipo Blake Griffin, sono la dimostrazione lampante di questo semplice assunto. Cioè più ci mischiamo, meglio verremo fuori, più forti, più sani e più intelligenti. Come del resto chiunque possieda un bel cane bastardino può facilmente confermare.  

Il fine settimana però, sembra, era fondamentalmente dedicato al basket. Qualcuno, onestamente, ha visto del basket in tutto il fine settimana? Un gioco dove si gioca in 5 contro 5 e dove si ottiene il canestro giocando ognuno principalmente per gli altri, dove cioè vince la squadra più coesa, formata da giocatori che remano tutti nella stessa direzione? O, per converso, dove lo stesso gioco di squadra, semmai ancora più duro e altruista, lo si deve fare in difesa per impedire che gli avversari vadano a facili tiri? Ecco, questa è la cosa che più mi angoscia. Si può facilmente dire: sì, ma quello è uno spettacolo e non ci si deve far male, per cui prendilo come uno spettacolo e non rompere. Eppure…ieri Tommaso Manià ha presentato il servizio in Zona Sport sull’All Star Game citando una dichiarazione di Karl Malone alla fine della prima gara delle stelle a cui prese parte Kobe Bryant, l’osannato grande campione, il più grande della sua epoca, l’eponimo del basket del primo decennio del nuovo millennio, il modello per tutti quelli che adesso cominciano: “Non tollero che quando vado a fare un blocco a un imberbe ragazzino questi mi mandi via volendo giocare da solo in uno contro uno. Questo non è basket e io con cose del genere non voglio avere a che fare”. Io stesso, lo confesso senza problemi, negli anni ’80 mi registravo gli All Star Game, sapendo benissimo che i primi tre quarti erano pro forma, ma che poi, nell’ultimo quarto Magic da una parte e Bird dall’altra col piffero che tolleravano di perdere, per cui si cominciava a giocare sul serio e si vedeva un gioco, appunto, stellare.  

Per non parlare ovviamente della partita dei rookie della quale non ho visto, per precisa scelta, proprio nulla non volendo piangere amare lacrime sulle sorti del nostro magnifico gioco. Le partite degli esordienti facevano cagare già anni fa quando ancora la partita dei “veri” era una roba quasi semi seria, immaginarsi adesso. Come disse schifato Kirilenko dopo essere stato costretto a partecipare a quell’ignobile farsa: “E’ stata l’esperienza più penosa della mia carriera”.

Insomma quello che voglio dire è che, con tutte le attenuanti del caso, ad angosciarmi è il trend che di anno in anno va sempre più nella direzione di un totale abbandono dei principi più basilari dello sport (competitività, passione, divertimento, agonismo) in favore di una deriva totalmente votata allo spettacolo fine a se stesso. L’angoscia diventa ancora più acuta quando penso che uno spettacolo penoso del genere è anche la prima finestra alla quale si affaccia un giovane aspirante cestista in tutto il mondo (vista l’abilità nel marketing dei reggitori dell’NBA che del resto hanno vita facile, visto che a suon di dollari possono permettersi di importare il meglio da tutto il mondo con in più il fatto di avere comunque i più forti di tutti in casa propria), non solo, ma è proprio questo spettacolo che poi lo ispira per il resto della sua carriera. Viene ispirato da una rappresentazione che sfugge ai parametri più fondamentali dello sport competitivo e dunque l’immagine che si forma è quella di un basket dove le cose importanti sono tutte meno quelle che di uno sport fanno uno sport.

I sintomi di una deriva preoccupante sono secondo me visibili anche quando si va un po’ a analizzare quanto succede nell’NBA nelle partite vere. Il fenomeno della nostra epoca, quello più strombazzato dai media e dunque per trascinamento idolatrato da tutte le folle di tifosi di basket in tutto il mondo è ovviamente Steph Curry. Che si tratti di un giocatore fuori dal comune è solo ovvio. Che poi si tratti di un giocatore che faccia migliorare i giocatori con i quali si trova in campo (come ha fatto Jordan, al quale viene ora paragonato in modo assolutamente blasfemo, con i vari Pippen, Harper, Longley, Wennington, Williams, Rodman, Paxson, Kerr… e chi più ne ha più ne metta, tutti giocatori che senza Jordan accanto, guarda caso, non apparivano più tanto forti) o che sarebbe tanto forte se non avesse in squadra Draymond Greene (l’ultimo dei Mohicani, giocatore che gioca per far vincere la squadra, l’unico nuovo vero giocatore del genere che vedo nell’NBA, lasciate stare Duncan e altri fossili del genere che ancora giocano), ma questa ultima è una mia considerazione personale della quale vi prego di non tener conto, è una cosa ancora tutta da dimostrare e verificare, però che si tratti di un fenomeno non ci possono essere dubbi. Veloce, inventivo, reattivo, con la mano fatata, praticamente incontenibile in uno contro uno. In più apparentemente una brava persona che esce da una famiglia di sportivi, ben educato, dalla grande etica lavorativa, insomma, un testimonial di quelli che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. E infatti viene presentato come l’evoluzione della specie. Ora, sarà tutto vero, però non mi è ancora riuscito di leggere da nessuna parte un’analisi di cosa faccia lui per la squadra, di come crei una chimica vincente, di come, appunto, faccia rendere al meglio i compagni, di come faccia nei momenti di crisi il lavoro sporco portandosi di peso la squadra in spalla. Tutto quello che leggo sono le descrizioni delle sue doti individuali, di come rilasci la palla in tre decimi di secondo (come Kićanović, peraltro, non pensate che nella preistoria, soprattutto in Jugoslavia, non venisse cronometrata la velocità del rilascio che già all’epoca era considerata un dato fondamentale per un tiratore che potesse essere considerato tale), di come segni a raffica, di quali percentuali abbia dai nove metri in su e cose del genere. Tutte cose che si riferiscono a lui come giocatore singolo. Di squadra e del suo peso negli equilibri del quintetto non si parla. E questo mi disturba. Io sono sempre convinto che il basket si giochi in cinque contro cinque. Oggi si gioca in cinque volte uno contro uno? La gente va in sollucchero quando Steph, senza che nessuno glielo chieda, tira da nove metri dopo due secondi di possesso e fa canestro (azione che quando ero in panchina era uscita immediata senza più ritorno per il perpetratore)? Va be’, a ognuno i suoi gusti, ma se questa è l’evoluzione della specie, per favore, fermate il mondo, voglio scendere.