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Cambierà la musica

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Creato Mercoledì, 22 Marzo 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Piccolo intermezzo che potete saltare tranquillamente continuando a tentare di distruggere questo blog che senza dubbio, visti i toni delle continue liti fra sordi che inutilmente tento da sempre di limitare, visto che di eliminarle non se ne parla, fra poco verrà tranquillamente evitato come la peste da chi ci tiene un po’, più che al basket, alla semplice convivenza civile. A proposito, visto che in questi ormai lunghi anni mi sono creato, ho la presunzione di dirlo, in quanto ci troviamo alle sconvenscion discutendo sempre in modo intelligente, simpatico e produttivo, tanti veri e cari amici, e visto che a queste persone ci tengo, temo che, se l’andazzo non cambierà, e purtroppo non vedo come potrebbe cambiare, vista la perfida pervicacia dei troll nel tentare riuscendovi di sabotarlo, potete a breve attendervi un trasloco da qualche parte dove si potrà entrare solo previa autorizzazione del sottoscritto (quando ce vo’, ce vo’). È solo ovvio che sarete tutti benvenuti quelli (in linea di massima tutti meno tre) che, come diceva più che giustamente Andrea-Go, all’inizio facevate in modo che a scrivere sul blog fosse un vero piacere.

Non si parla di basket, si parla di musica popolare. Questi giorni sono ovviamente in lutto per la scomparsa di Chuck Berry, anche se, diciamocela tutta, arrivare fino ai 90 e morire serenamente nel proprio letto dopo il tipo di vita che si è vissuta, è impresa in realtà da sottoscrivere in anticipo a due mani, come dicono in Serbia.

Tante volte ci si chiede cosa sarebbe stato se…cosa sarebbe stato se Chuck Berry non fosse mai nato? E se un migliaio di km più a sud non fosse nato nove anni dopo Elvis? Che tipo di musica popolare avremmo avuto nella seconda metà del secolo scorso? Non lo si potrà mai sapere, ma con ogni probabilità sarebbe stata tutt’altra cosa. O forse anche no, in quanto i tempi a metà degli anni ’50 negli USA erano più che maturi perché finalmente avvenisse l’esplosione, cioè la fusione della musica bianca con quella nera creando così tutto quello che abbiamo avuto in seguito. Come scrive Peter Guralnick, l’autore della più ponderosa e esauriente biografia di Elvis (2 volumi di 500 pagine ciascuno), a metà degli anni ’50 succedeva, soprattutto nel sud, che i ragazzi bianchi accendessero di nascosto di notte la radio per ascoltare la musica che veniva trasmessa dalle stazioni “nere” badando con grande cautela di non farsi sentire dai genitori che all’epoca non concepivano neppure che i loro ragazzi potessero ascoltare i suoni prodotti da una razza inferiore e selvaggia. I tempi erano dunque maturi e, come disse Sam Phillips, il leggendario fondatore e deus ex machina della Sun Records di Memphis che aveva cominciato come tecnico del suono per poi fondare una piccola casa discografica nella quale registrava e metteva in commercio dischi di oscuri artisti di colore di nome B.B. King, Rufus Thomas o Ike Turner, per sfondare gli bastava trovare un ragazzo bianco che suonasse musica nera per sdoganarla anche e soprattutto socialmente per sfondare e fare tantissimi soldi.

Dall’altra parte a Chicago era arrivato da St. Louis Chuck Berry per imparare da Muddy Waters cosa fosse il blues, il quale Chuck per divertimento e forse anche come beffa cominciò nelle sue esibizioni, come ha detto lui stesso, a suonare “alla nera” anche alcune canzoni country, cioè bianche per antonomasia. Piccolo inciso: il country viene soprattutto da noi concepito come musica facile, popolare, una specie di Casadei americano, però si dimentica che le sue origini risalgono all’espressione musicale della fascia più disagiata della popolazione rurale americana di pelle bianca, quella che per sopravvivere fungeva da vero e proprio proletariato adattandosi a lavori pesanti saltuari soprattutto nel campo delle infrastrutture (costruzioni di ponti, tunnel, ferrovie) o semplicemente lavorando nelle miniere, e dunque il country originario (assolutamente struggente la musica originaria dal lato ovest dei Monti Appalachi, zona West Virginia, per essere più precisi) è niente più niente meno che il blues dei bianchi ed ha anch’esso un soul, un’anima, importante. Tornando a Chuck lui disse che quando suonava queste canzoni volevano quasi linciarlo (avete presente al contrario la famosa scena dei Blues Brothers che vorrebbero suonare il soul in un saloon country?), ma alla fine i “bastardi” si divertivano e ballavano, per cui perché non continuare?

Avevamo dunque un nero che suonava “alla nera” la musica bianca e un bianco che suonava “alla bianca” la musica nera, i tempi erano maturi e dunque l’inevitabile si compì. Se non ci fosse stato Chuck Berry ci sarebbe stato sicuramente qualcun altro, per cui alla fine avremmo avuto probabilmente lo stesso tipo di musica. Sì, ma chi avrebbe scritto Johnny B.Goode, Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, Little Queenie, Brown Eyed Handsome Man, Too Much Monkey Business eccetera eccetera? Chi avrebbe prodotto quelli che sono poi diventati superclassici della musica popolare del 20.esimo secolo, ispirando in modo diretto gli autori della Rivoluzione britannica che agli inizi degli anni ’60 ha totalmente cambiato il volto della musica mondiale inaugurando in realtà tutto un nuovo filone musicale che pian piano sta assumendo la dignità di espressione neoclassica ed ha praticamente sostituito in tutto e per tutto nell’immaginario popolare le masturbazioni mentali dodecafoniche di coloro che pensano di essere degli autori di musica classica e che in realtà nessuno sano di mente, se non inguaribilmente e totalmente snob, neanche si sogna di andare a ascoltare (se voi vi divertite a vedere gente che suona il piano con dentro la testa, o se vi esaltate a vedere una tela bianca con un taglio in mezzo, o godete nel vedere una rappresentazione teatrale nella quale ci sono due tizi, normalmente molto sommariamente vestiti, che per un’ora stanno fermi e zitti, beh, fatelo pure, ma count me totally out)?

In più il nostro era un musicista fenomenale e uno straordinario animale da palcoscenico. Ho letto di due famosi chitarristi ex jugoslavi (uno sloveno e un serbo) che assistettero una decina di anni fa a un concerto tenuto dall’ 80-enne Chuck in Slovenia e furono totalmente sbalorditi dalle sue capacità, dal fatto che avesse delle dita smisurate e che potesse suonare accordi che nessun altro poteva neanche pensare di suonare, e che furono unanimi nel dire che a quei livelli era impossibile arrivare. Tutti i riff di chitarra da lui inventati sono diventati classici e facilmente riconoscibili e già dai primi suoni si capisce che possono essere prodotti solamente da lui. L’unico suo problema era che aveva una voce in realtà stridula e un po’ chioccia, per cui, per quanto il suo repertorio sia stato saccheggiato da tutti, in carriera finì solo una volta al primo posto delle classifiche, quando era già da tempo passato il suo periodo d’oro grazie a una canzone registrata durante un concerto dal vivo che non venne mai fra l’altro trasmessa da nessuna stazione radio per ovvie ragioni di testo. Si chiama My Ding-a-Ling, presentato come un giocattolo, ma che subito si capisce di cosa si tratta in effetti – straordinaria l’ultima strofa con l’esortazione a unirsi alla festa: “all of you who will not sing, you must be playing with your own ding-a-ling!”.

Sull’impatto che ebbe l’apparizione di Chuck Berry sui musicisti della sua generazione è illuminante un passaggio del leggendario disco (almeno per me) della “Million Dollar Quartet Session”, quando agli inizi del dicembre 1956 Elvis Presley andò a far visita ai suoi vecchi amici della Sun, trovandovi Carl Perkins che assieme alla sua band e alla nuova acquisizione della casa Jerry Lee Lewis al piano erano impegnati in una sessione di registrazione. Ne nacque una jam session che fu registrata (purtroppo si limitarono ad accendere le macchine, per cui i suoni sono registrati come capita, a volte vengono, ma altre volte se ne vanno). A un dato momento Jerry Lee Lewis che conosceva tutto Chuck Berry, in quanto sua madre era sua una grandissima fan, parte con le prime note di Brown Eyed Handsome Man, successo del giorno, e gli altri, Elvis in testa, si accodano divertendosi come pazzi a cantare, a tentare di ricordare le parole, intervallano aneddoti sull’uomo (uno dice che era andato a ascoltarlo e che era troppa roba) e non vogliono smettere. Tanto che una ventina di minuti dopo, durante un momento di stanca, è lo stesso Elvis a riscaldare l’atmosfera riprendendo la canzone. Era dunque il punto di riferimento assoluto per tutta la generazione di giganti che stava emergendo, per cui il suo ruolo nella musica del 20-esimo secolo è assolutamente fondamentale e imprescindibile, tanto più che, qualche anno dopo, tali John Lennon e Mick Jagger, cresciuti a pane e Chuck Berry, usarono proprio le sue canzoni come trampolini verso le leggendarie carriere che tutti conosciamo.

Se vi piace quella musica (e secondo me siete dei poverini che non sanno cosa si perdono se non vi piace) ancora qualche consiglio per i meno esperti. Intanto per capire tutta la bravura di Chuck Berry vi consiglio di ascoltare un brano di nome Havana Moon che è tutto fuori che un rock and roll. Ascoltate il testo e ditemi se non è assolutamente geniale. Un altro pezzo che mi fa morire è Too Pooped to Pop, nel quale prende in giro quelli che ormai a fine carriera vorrebbero salire sul carro dei vincitori e esibirsi nella musica in voga al momento. Lo stesso Elvis, in un concerto a Las Vegas, a un dato momento, commentando quella che reputava una non proprio scintillante esibizione, disse al pubblico: “Too pooped to pop…”.

E proprio per finire la mia personale lista delle migliori versioni di alcune sue canzoni. Per quella che a tutti gli effetti è la sua autobiografia, leggi Johnny B.Goode, la migliore versione rimane quella sua, anche se c’e’ una straordinaria versione registrata da Jerry Lee Lewis da solo con l’unico accompagnamento del suo piano che rimane uno dei suoi capolavori più assoluti. Qui sarò un po’ di parte, ma per Memphis, Tennessee, Too Much Monkey Business e soprattutto Promised Land non c’è di meglio che Elvis. Jerry Lee è assolutamente insuperabile nelle sue versioni di Little Queenie e Sweet Little Sixteen. Per Roll Over Beethoven mi orienterei addirittura sui Beatles con George Harrison voce solista, come prenderei John Lennon per Rock And Roll Music. Rolling Stones tutta la vita per Come On e Bye Bye Johnny. E infine, tornando alla commistione con il country, di gran lunga la miglior versione di C’Est la Vie (You Never Can Tell), pezzo reso famoso da Quentin Tarantino e John Travolta, è la versione country (appunto) di Emmylou Harris.