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Una lega dell'oro

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Creato Sabato, 10 Gennaio 2015 Scritto da Sergio Tavčar

Se c’è ancora qualcuno che di tanto in tanto da un’occhiata a questo sito, buon anno a lui. Non mi sono fatto vivo per tutta una serie di ragioni. Intanto gli argomenti interessanti me li sfrutta Giampiero Hruby per Superbasket, anche se da qualche tempo sono stato inquadrato, come anche il titolo della rubrica recita, nelle vesti della memoria storica del grande basket jugoslavo. Non è che mi dispiaccia, anzi, è un argomento che posso trattare con cognizione di causa scrivendo di cose che mi sono sempre piaciute, però un po’ mi sa di Amarcord da trombone sfiatato, cosa che, a me che mi sento sempre colpevolmente giovane nello spirito, un po’ secca. E una volta sfruttati questi argomenti, mi sapreste dire di cosa potrei scrivere, visto che non riesco proprio a veder partite intere, per cui sono sempre più ignorante delle cose di attualità? Un'altra ragione ancora è che è tempo di sport invernali, che per la cronaca mi piacciono tutti, senza parlare che per Capodistria seguo il fondo e i salti, per cui nelle ore nelle quali potrei scrivere c’è sempre qualcosa in TV che mi fa passare la voglia di farlo.

 

So che sono scuse pietose che non reggono, però un qualche alibi lasciatemelo. In teoria sarei uno che capisce qualcosa di basket se non altro per l’esperienza maturata, ma, come ho avuto milioni di volte modo di dirlo, più passa il tempo, più mi assale l’angoscia che ne capisco sempre di meno. E questa è una sensazione frustrante soprattutto per uno come me che le cose, dal suo punto di vista, o le capisce bene oppure le lascia stare. E di lasciar stare mi viene sempre più la tentazione.

Eppure…a volte mi assale il dubbio che le cose non stiano proprio così. Quasi sempre succede che le squadre che a me sembra che giochino a basket poi in effetti vincano o comunque facciano molto meglio di quanto le loro individualità lascerebbero supporre. Prendiamo per esempio una delle poche partite che ho visto, anche perché commentata bene, in modo umano e competente, cosa che ha fortemente favorito la mia permanenza davanti alla TV, e cioè la catastrofe casalinga di Milano contro Nižnij Novgorod. Già dalle prime battute si vedeva che i russi giocavano in modo che agli esegeti del basket moderno è dovuto apparire antidiluviano, o di tipo austro-asburgico come ama dire il mio amico coach Peter Brumen. Nel senso che il play, tale Hvozdov, mai visto prima, faceva il play e dava ogni volta la palla a quello che era solo. I giocatori russi andavano sempre dove non c’erano avversari, creavano cioè le famose spaziature in modo normale, terra terra secondo puro buon senso, e non palesavano nessun senso dell’umorismo, nel senso che quando uno era solo, tirava a canestro senza ulteriori masturbazioni mentali. E normalmente segnava. Dall’altra parte vedevo invece cinque individui per i quali nessuno (o almeno io no) riusciva a capire quale fosse la loro missione in campo e quel che è peggio, pareva che neanche loro lo sapessero, per cui si vedeva in attacco un magnifico casino disorganizzato con tiri a casaccio, presi nei momenti più strani e inattesi. A un certo punto è entrato il famoso Brooks che ha fatto, solo Dio sa come, tre tiri di fila e ha rimesso Milano in carreggiata, tre tiri comunque (più un bel passaggio, bisogna dirlo, che però poi mi è sembrato sia stato l’unico della sua partita) tutti presi fuori da ogni logica. Ringalluzzito da questo miracoloso inizio si è evidentemente convinto di essere il salvatore della patria, per cui in un paio di azioni successive l’ho visto a nove metri dal canestro, fermo, a attendere che Hackett o Ragland, insomma il supposto play, gli desse la palla perché ci avrebbe pensato lui. Col risultato che da quel momento in poi Milano si è trovata ad attaccare sempre in 4 contro 5. Il che, se mi permettete, è esattamente il contrario di quanto io reputo un gioco di squadra. E infatti, finito il fuoco di paglia di Brooks, a inizio ripresa è venuto giù il diluvio. Del quale, devo dire, e mi scuseranno i tifosi di Milano, ho goduto immensamente perché il sottoscritto, come più volte detto, fa naturalmente il tifo per la squadra che gioca meglio secondo i suoi canoni del bel giocare, e più si adegua a quello che il sottoscritto reputa debba essere il basket, più il tifo si fa spinto. Ripeto per l’ennesima volta: il basket è un gioco nella sua essenza semplice, per cui basta fare le cose normali, però giuste, e qui casca l’asino, perché a fare le cose giuste al momento giusto sono capaci solamente i veri giocatori di basket, quelli che il basket ce l’hanno nella testa e non nelle gambe (ovviamente se poi hanno anche le gambe non guasta certamente, però le gambe non sono la discriminante per la definizione di giocatore di basket, lo è la testa), fare le cose normali, dicevo, e un buon tiro viene da solo. Poi bisogna anche segnarlo, ma intanto arrivarci è già cosa buona, bella e giusta.

Domenica scorsa sono andato al Palatrieste a vedere la Pallacanestro Trieste di Lega Gold contro Ferentino. Mi aveva chiamato il mio amico Đorđe Kožulj, ora preparatore atletico della squadra ciociara, uno zaratino appassionato di basket dai grandi mezzi atletici che però non ha fatto mai carriera nel basket perché a Zara chi non ha tiro non può giocare a basket per definizione, per cui per fare qualche tipo di attività sportiva si è dato all’atletica diventando primatista jugoslavo di salto triplo (anche questa è una lezione sulla quale meditare che dice molto di come in Jugoslavia si concepisse il basket), e per vederlo sono andato molto volentieri alla partita. Devo dire subito che sono rimasto molto favorevolmente sorpreso, per cui penso che andrò a vedere altre partite. Intanto perché ho notato grandissimi miglioramenti in Stefano Tonut, diventato il vero faro della squadra, giocatore da cui parte tutto e, cosa molto più importante, lui lo sa e si comporta di conseguenza senza fuggire dalle sue responsabilità, giocatore per il quale uno si chiede perché diavolo giochi in A2, paragonandolo alle cosiddette speranze che si vedono in A1 e dei quali si parla in termini entusiastici, mentre in realtà sono quasi tutti mezzi giocatori e anche quelli che potrebbero essere giocatori con i fiocchi e controfiocchi sono relegati a parti di contorno rispetto alle supposte (parola non scelta a caso) stelle americane che, ovviamente, tolti quelli che giocano nell’NBA, quelli che vanno in Turchia, quelli che vanno in Spagna, quelli che vanno in Russia e Grecia, proprio fenomeni non devono essere, essendo gli scarti degli scarti degli scarti e degli scarti (spero di aver scritto il numero giusto di sottoscelte). Per cui sarebbe solo normale che qualcuno (Cremona, Reggio Emilia?) facesse un ulteriore salto mentale e, perso per perso, responsabilizzasse di più i giocatori indigeni che, dopo la necessaria routine di aumento di responsabilità con conseguente aumento di autostima, diventassero loro gli elementi chiave della squadra. Sarebbe cioè ora che qualcuno facesse quello che faceva Tanjević che prendeva giocatori americani solo e esclusivamente se non pensavano di essere loro i fenomeni. A fare il lavoro sporco, va bene, di voler fare il fenomeno solo perché sei americano non se parla neppure. Ma, visto che per ragioni a me arcane (che qualche parte l’abbiano i procuratori? il sospetto viene spontaneo) non si fa, è forse molto meglio che Tonut rimanga in Lega Gold, così almeno riuscirà a esprimere tutto il suo potenziale che per me è molto alto, soprattutto dopo i radicali miglioramenti mostrati quest’anno. Di sfuggita l’idea stessa che uno come De Nicolao giochi in Lega Gold, anche se in una squadra molto ambiziosa, mi ripugna. Uno così, oltre a essere il futuro play designato della Nazionale, dovrebbe assolutamente giocare da protagonista in A1.

Poi c’era Ferentino che ha vinto la partita a mani basse essendo palesemente la più forte delle due squadre, se non altro perché tutta la partita l’ha giocata in cinque contro i due giocatori due di Trieste che ho visto (Tonut e Holloway - Candussi, un altro che volevo vedere, ha giocato da ectoplasma pochi minuti perché stava male). Ha giocato però a mio modo di vedere molto, ma molto bene, finalmente una squadra italiana che ho visto fare le cose normali, tipo i russi di cui sopra, con il play americano Starks che faceva il play senza voler fare miracoli e con tutti i giocatori che sapevano benissimo quello che dovevano fare, insomma una vera squadra di basket. Dopo la partita ho voluto fare un grande complimento al coach, ma ho paura che non l’abbia preso come tale, dicendogli che la sua squadra praticava un gioco molto stupido: si dà la palla a quello che è solo e quello segna. Che per me è il massimo assoluto della vita. Gli ho chiesto anche dove avesse scovato l’ala forte, uno di nome Biligha, che il foglio di presentazione della partita dava come italiano. Saputo che era figlio di immigrati nigeriani, ma italiano a tutti gli effetti, mi è sorta una domanda spontanea sulla falsariga della domanda che mi ero fatto su Tonut: come c…o uno così gioca in A2? Con le cose abominevoli che si vedono in A1? Ho saputo che l’avevano preso da Avellino, cioè dai Golden State Warriors evidentemente, perché lì aveva giocato scampoli di partita in tutto il campionato scorso con minutaggi risibili. E’ uno che corre e salta, ha un grande tempo per le stoppate, e infatti ha inchiodato una “banana”, come dicono in Jugoslavia, a Holloway su un suo tentativo di schiacciata che mi ha fatto fare un balzo sulla seggiola (e questo a me, che sono normalmente totalmente indifferente alle prodezze atletiche – stavolta era diverso: era stato il tempo del salto a affascinarmi), ma soprattutto è uno che vede il canestro in ogni posizione, poi magari ogni tanto si perde per le normali carenze tecniche che hanno oggigiorno tutti i giovani giocatori italiani, ma l’idea è sempre quella giusta e infine, dulcis in fundo, ha una mano tutt’altro che di pietra. Insomma dal mio punto di vista uno su cui lavorare duramente in evidente prospettiva di Nazionale.

 

Per finire un aggancio a quanto appena detto. In TV ho visto anche Pascolo di Trento. Un altro che capisce e conosce il basket e che ha soprattutto una dote che nessuno può insegnare: il dono che avevano, cito nomi a caso di epoche diverse, di basket diversi e di capacità cestistiche diversissime, Zoran Čutura, Larry Bird, Mason Rocca, o se per quello nel nostro piccolo, il nostro Marko Ban, di trovarsi a ogni rimbalzo lì dove si trova la palla, come se avesse un invisibile bastone da rabdomante con annessa calamita. In più si muove benissimo, vede i compagni, ragiona velocemente secondo buon senso e ogni volta vorrebbe fare la cosa giusta. Già, vorrebbe. Perché in realtà sa fare bene poche cose. Per non parlare della meccanica di tiro. Domanda finale: ma chi c…o è quello che gli ha insegnato il tiro? Si vergogni.