Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Per morti ma non per tutti

Stampa
Creato Mercoledì, 14 Dicembre 2016 Scritto da Sergio Tavčar

Subito una domanda a bruciapelo. La settimana prossima sono in ferie e si potrebbe organizzare una bella sconvenscion volante la sera dell'antivigilia (venerdì 23). Non giovedì che è giorno sacro dedicato al bridge, eventualmente mercoledì 21, ma mi sembra un tantino presto per organizzare le cose a modo. Visto che è una proposta, mi rendo conto, che arriva ben fuori tempo massimo, sarebbe bello se gli eventuali interessati si facessero vivi il prima possibile per vedere se e come si può fare.

 

Mi ha molto divertito l'aneddoto di Guido Villa di Samobor (confermo, è una bellissima cittadina a un tiro di sputo dal confine sloveno, molto vicina a un bellissimo convento, quello di Mokrice nella Dolenjska slovena) sul certificato di matrimonio macellato dalle varie traduzioni fonetiche. Mi ha ricordato tantissimo quanto mi raccontava il mio amico Claudio Battelli, fratello del deputato della minoranza italiana al Parlamento sloveno e ficologo di fama internazionale (non credete assolutamente che ficologo sia quello che pensate voi, ha una radice greca e significa esperto di alghe), il quale Claudio, nato nel '49 (per caso) a Belgrado, si vide redatto l'atto di nascita in cirillico nello stile scrivi come leggi, per cui quando la famiglia si trasferì a Capodistria ebbe problemi immani dapprima per ottenere che il cognome fosse scritto con due »t« e due »l« e poi per fare in modo che il suo nome ridiventasse Claudio con la »C« al posto della »K«, con la »u« al posto della »v« e senza la »j« fra »i« e »o«.

Ho visto che stavolta fra i commenti c'è stata addirittura una lite politica innescata dalla morte di Fidel Castro. Lo svolgimento della lite mi ha dato molto fastidio, perché di fronte a commenti sensati di persone benpensanti, le quali possono benissimo esserci in tutto lo spettro delle opinioni politiche, una volta eliminati gli estremi, ci sono state, appunto, farneticazioni di estremisti, purtroppo tutti di estrema destra (lo supponevo, visto i toni dei commenti precedenti seppur di argomento sportivo) e qui lo dico subito, per rendere le cose chiare, l'estrema destra non la sopporto fisicamente, per cui se certe persone smettono di scrivere su queste pagine, mi fanno un grandissimo favore. Se per l'estrema sinistra, che sono parimenti imbecilli totali, sia ben chiaro, ci può essere la flebilissima scusante che sono semplicemente degli idioti che hanno capito in modo distorto un'idea che è comunque di uguaglianza, solidarietà e dell'utopica idea che ognuno dà quanto può e riceve quanto gli serve per vivere, un'idea che se fosse possibile metterla in pratica renderebbe questo mondo praticamente perfetto, quelli di estrema destra sono i fautori convinti di tutte le cose che rendono questo mondo una chiavica: la legge del più forte, la convinzione che certi esseri umani siano superiori agli altri, che bisogna preservare purezze mai ben definite, che bisogna possibilmente eliminare il diverso semplicemente perché, essendo diverso, ci è inferiore, eccetera, tutte cose basate sull'idea che homo homini lupus e solo i più forti e »puri« (lavati con la candeggina?) hanno diritto di sopravvivere. Appunto, esattamente il contrario di quanto sono convinto che renda questo mondo vivibile, la compassione, la solidarietà, l'attenzione per il debole e lo sfortunato. Cioè quello che un oscuro predicatore della Galilea di 2000 anni fa chiamava amore per il prossimo. Che può anche essere uno che ha perso tutto nell'assedio di Aleppo e che ora viene respinto alle nostre opulente e egoistiche frontiere.

La cosa che ho odiato di più, e che noi che viviamo in questa terra di frontiera abbiamo vissuto in prima persona, è la conta dei morti. Secondo la barbara consuetudine di definire quale dittatura sia o sia stata più atroce contando il numero dei morti che ha provocato. Le dittature, basate sul presupposto che una e una sola sia la Verità e che, o ci si conforma o si viene eliminati, hanno basi comunque ideologiche fondamentaliste che possono essere religiose o politiche (anche in questo caso essenzialmente religiose, nel nome di una presunta Ragione della Mia Verità assurta a tutti gli effetti a deità), e comunque sono la cosa più catastrofica che possa capitare a uno stato, una società, magari una setta tipo quella che si è suicidata al passaggio di una cometa per andarci sopra, in quanto sono la fine della ragione e dell'umanità. Poi quanti morti causa è assolutamente irrilevante. Quanti di più di quelli che reputa da eliminare può. Se riesce a farne fuori di meno rispetto alla »concorrente« è più o meno frutto del caso e non dell'intenzione. Che è l'unica da giudicare. E, scusatemi, ma quando una dittatura decide in una riunione su un magnifico lago alle porte di Berlino nel 1942 che un intero popolo va eliminato non perché ha opinioni diverse da quelle che noi reputiamo ortodosse, ma solo perché è »quel« popolo e basta, allora mi sembra che a questo tipo di dittatura vada comunque di gran lunga la palma della più bestiale di tutti i tempi. Per cui dire che tutti sono uguali perché tutti uccidono è un'altra cosa che mi fa andare in bestia. Forse a volte bisognerebbe vedere chi ha cominciato e chi ha reagito, sarebbe già secondo me un distinguo non da poco. Per esempio pochi hanno detto che Cuba prima del '56 era semplicemente il bordello dell'America e che la gente che vi viveva non aveva la minima dignità. Per cui che facesse la rivoluzione era solo giusto. Rivoluzione che fu vissuta dalla stragrande maggioranza dei cubani come una vera e propria guerra di liberazione. E la domanda è se Cuba sarebbe diventata una dittatura se gli americani non avessero tentato di strangolarla anche con i più feroci e crudeli dei metodi, per cui, se voleva sopravvivere, la rivoluzione doveva per forza appoggiarsi all'unico grande nemico che l'America al momento aveva, la Russia che fra l'altro sulla carta (non certamente nella realtà) propugnava gli stessi valori per i quali si erano battuti i cubani.

A questo punto mi sembra giusto che metta le carte in tavola e riveli le mie opinioni politiche (lo giuro che sarà la prima e ultimissima volta che lo farò), anche perché sono una persona sincera e desidero che sappiate con chi avete a che fare. Così potrete fare la giusta tara a tutte le cose che dirò da qui in poi. Da quanto scritto sopra non mi sembra che ci voglia un genio per capire che sono un uomo di sinistra, di quale gradazione lo giudicherete voi. Sono convinto che in ogni gruppo umano il bene di tutti sia superiore al bene del singolo, per cui la mia libertà finisce esattamente dove comincia quella del mio prossimo e, se la invado, commetto un reato. Sono altrettanto convinto che ogni persona abbia il diritto di pensare come vuole e che abbia il sacrosanto diritto di esprimere quanto pensa, sono però altrettanto convinto che imporre le proprie idee a chi la pensa in un altro modo sia un reato, anzi un vero e proprio crimine. Da cui ne consegue che ogni gruppo umano, chiamiamolo Stato, deve essere rigidamente laico e che nessuna convinzione politica né tantomeno, e soprattutto, religiosa debba essere preponderante. Per cui lo Stato deve, per il bene comune, essere l’unico e esclusivo possessore e distributore dei beni che fanno di un essere umano un uomo, in primis il diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute e ai beni fondamentali, l’aria e l’acqua. Dal punto di vista economico devo con rammarico constatare che l’economia di mercato è l’unica che funziona, ma che proprio per i suoi enormi difetti, il primo dei quali, soprattutto nel mondo attuale che necessità sempre di meno di braccia umane per produrre, è l’inevitabile tendenza a creare intollerabili diseguaglianze, debba essere corretto con una massiccia politica di intervento a favore delle classi più deboli e emarginate, principalmente estraendo da chi possiede le ricchezze il possibile in fatto di tasse, che ovviamente tutti dovrebbero pagare per quanto spetta loro, secondo il semplice principio che chi ha poco, paga niente, chi ha il suo, paga il suo, chi ha tanto, paga tanto,  e chi ha tantissimo (troppo) paga una barca di soldi, soldi che poi andrebbero a favore della comunità non in forma di elemosina, ma in forma di incentivo a studiare e a trovare un decoroso lavoro. In tutto questo dovrebbero essere favorite le persone oneste e capaci. La meritocrazia è un presupposto fondamentale perché una società prosperi: i bravi vengono premiati, i lavativi vengono emarginati e tenuti, diciamo così, al minimo della sopravvivenza. In tutto questo sono convinto che l’onestà sia la qualità più importante perché ogni gruppo umano prosperi, onestà che significa semplicemente che prendo quanto merito, che do quello che posso e che soprattutto in nessun modo, mai, faccio qualcosa che possa essere di danno al mio prossimo.

Queste sono le mie idee e le mie convinzioni. Sono però da sempre convinto che altre idee e convinzioni siano altrettanto plausibili e difendibili, ed è questo il bello della dialettica politica che, quando avviene in termini di scambio pacato di opinioni e di tentativi reciproci di suffragare le proprie opinioni con prove o esempi, è una delle più gratificanti cose che una persona possa sperimentare. Ricorderò sempre con nostalgia le lunghe discussioni che ebbi da giovane con un mio zio, persona intelligentissima che era però politicamente allineato più o meno all’epoca al PLI di Malagodi, dunque dall’altro lato del campo. Furono discussioni che mi arricchirono in modo decisivo, arricchimento che non sarebbe potuto avvenire se avessi discusso con qualcuno che avesse avuto le mie stesse idee, in quanto non c’è nulla di più sterile che parlare fra gente che si da continuamente ragione a vicenda. Quando però si ha a che fare con fondamentalisti, siano essi religiosi o politici, diventa invece una cosa angosciosa, angosciosa come lo è stato leggere certi commenti che mi vergogno siano apparsi su un blog che porta il mio nome.

A questo punto per parlare di sport non c’è più tempo né spazio, ma per chi interessa non si preoccupi, perché, come detto, sarò in ferie, dunque già la settimana prossima attendetevi un nuovo contributo nel quale si parlerà di come abbiamo deciso noi tempo fa in redazione a Capodistria di pronunciare i cognomi stranieri, si parlerà di Milano e di come Sergio sia costretto a rimangiarsi amaramente tutto quanto di buono aveva scritto sull’EA7 non tanto tempo fa, si parlerà anche di Eurolega e del livello di gioco che a mio avviso vi si pratica. Non si parlerà ovviamente dell’NBA, anche perché purtroppo, obtorto collo, ho visto spezzoni di partite per pura curiosità quando proprio non c’era altro da vedere in TV e quanto ho visto mi ha sconcertato ancora più di quanto non lo fossi prima. Prima di tutto però rispondetemi a stretto giro di posta se questa sconvenscion volante ha un senso o no.