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Fisico e fisica

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Creato Giovedì, 05 Marzo 2015 Scritto da Sergio Tavcar

Rassicurando Gabriele che non mi sono dimenticato di quanto promesso in merito alle mie opinioni sullo sport femminile che saranno tema del prossimo post vorrei invece stavolta parlare di sport invernali lasciando stare da parte il basket. Per cui appassionati di basket andate tranquillamente su qualche altro sito. Il motivo me lo da il fatto che ho appena finito le telecronache dei mondiali di sci nordico, per i quali ho seguito tanto il fondo che i salti, per cui sono fresco della materia.

Premessa: ai piedi avrò messo un paio di sci forse una sola volta in vita mia. Essendo uno a cui piace fare bene le cose che fa e dunque automaticamente scarta le cose che sa che non potrà fare al meglio (essendo nato a Trieste di famiglia non proprio agiata mi spiegate come avrei potuto eccellere nello sci?), ed essendo anche negato costituzionalmente allo sci in quanto ho sempre avuto problemi di equilibrio (in tutti i sensi: dico sempre che, se per vivere, avessi dovuto fare il cameriere, sarei morto di fame), lo sci non lo ho mai praticato. Però per tutta la vita mi sono sempre interessato al gesto sportivo e a quello che ci sta dietro, per cui mi interessano molto tutti gli sport nei quali vigono precise regole biodinamiche che devono essere però sempre al servizio di quanto ordina e fa eseguire la mente, anche e soprattutto quando la mente stessa è ottenebrata dalla fatica e l’acido lattico devasta i muscoli.

 

Mi piacciono dunque tutti gli sport di grande fatica, dal ciclismo al canottaggio allo sci di fondo, appunto, dei quali tento di capire il più possibile pur non avendoli praticati. E in fatto di sci di fondo mi chiedo come un vero sportivo non possa non rimanere affascinato da quanto hanno fatto per esempio stavolta Northug e la Johaug, atleti di valore incredibile che portano il loro sport a vette sublimi. Chiaro, so benissimo che dietro a tutto ciò può esserci, chiamiamola così, una farmacologia all’avanguardia, ma ciò nonostante continuo anche a ripetermi che questa stessa “farmacologia” è oggigiorno alla portata più o meno di tutti, per cui si gareggia a armi pari e, se danno giri di distacco alla concorrenza, allora saranno comunque qualcosa di speciale.

Parlando di salti vorrei agganciarmi a quanto ha detto qualcuno di voi sulla corsa al record di lunghezza che è stato battuto due volte a Vikersund due settimane fa, dapprima i 250 metri di Prevc il sabato e poi i 251 e mezzo di Fannemel il giorno dopo. E’ solo ovvio che misure del genere sembrano incredibili e al limite del suicida a chi non segue tanto da vicino questa disciplina, tanto più se qualche volta in gita in montagna è capitato nei pressi di qualche trampolino e per curiosità è andato a vedere in cima come appare di sotto. A costui consiglio di andare un salto di estate a Planica che è fra l’altro a 10 km dal confine italiano (il pendio dal quale prendono lo slancio dall’altra parte del monte è quello sul quale si è disputata un paio di volte una discesa di Coppa del mondo femminile a Tarvisio) e che, con i lavori che hanno fatto, è ora di nuovo competitivo in fatto di lunghezze ottenibili con Vikersund, dunque di trampolini più grandi al mondo non ce n’è. Vada in cima alla rampa di lancio e poi mi dica cosa vede. Per i triestini: il trampolino di Planica prende lo slancio sotto l’antenna di Monte Radio, il dente è a circa metà di Scala Santa, si atterra a Gretta e ci si ferma in Porto Vecchio. Il tutto in pochi secondi, dei quali la massima parte li si fanno in volo. Detto così sembra che più lontano si vada, più pericolo si corra. E invece non è così e può capirlo subito uno che capisca solo un poco di fisica newtoniana elementare e che sia presente a una gara dal vivo. Il trampolino è infatti un pendio sagomato a perfetta parabola, la curva cioè che percorre un corpo lanciato in orizzontale (o quasi, il dente ha anche lui la sua pendenza) poi sottoposto alla forza di gravità. I punti delicati sono due, come per ogni corpo volante: il decollo e l’atterraggio. Il decollo avviene dal dente, che è elevato di oltre 5 metri dalla pista sottostante, per cui il massimo del pericolo lo si ha proprio in quel momento. Se uno infatti (è già successo, ed è stato raccapricciante) per qualsiasi motivo sbaglia la fase di lancio e cade dal dente corre il serio rischio di uccidersi o comunque di farsi molto male. Poi comincia la fase di volo e più si va avanti, più la parabola del pendio segue quella della traiettoria di caduta, per cui negli ultimi 40-50 metri di volo su un trampolino gigante il saltatore non è mai a più di due-tre metri di altezza rispetto alla pista. In realtà in quel momento sta facendo una discesa libera senza toccare la pista, per cui quando atterra lo fa in modo tangenziale correndo praticamente nessun rischio. E’ molto più pericoloso atterrare in alto, poniamo a 100-110 metri su un trampolino che ne regge 240. Lì infatti si atterra quasi sul diritto, visto che la parabola non ha ancora assunto la massima pendenza, non solo, ma poi si ha da fare senza bastoncini un terribile schuss in discesa libera arrivando in fondo a velocità molto più elevata rispetto a quelli che hanno saltato lontano secondo il principio che tutti i discesisti conoscono per il quale per andare veloci bisogna stare il più possibile attaccati alla pista. Detto di sfuggita, la velocità allo stacco dal dente su un trampolino gigante è di circa 100 km/ora mentre all’atterraggio è di circa 130, il che sono sempre una trentina di km/ora in meno rispetto a quanto raggiungono i discesisti sullo Hannekschuss di Wengen. Per cui, se fatto bene, l’ atterraggio è del tutto sicuro. Chiaro, poi la pista a un dato momento finisce e la parabola bisogna raccordarla con un arco di cerchio nel famoso Punto K, o punto di calcolo, la lunghezza cioè che assegna 60 punti (più o meno tot per ogni metro in più o in meno) che, sommati ai tre punteggi medi assegnati dai cinque giudici (e ancora meno o più la compensazione dovuta al vento e alla stanga di partenza), attribuiscono poi a ogni saltatore il punteggio finale del salto. Il quale cerchio ha comunque un raggio molto ampio, per cui almeno per i primi 30-40 metri la pendenza della pista è più o meno quella del Punto K. Intanto però la velocità, malgrado la resistenza dell’aria, è aumentata considerevolmente (bisogna considerare che da un dato momento in poi i saltatori sono in caduta libera – l’accelerazione di gravità non smette mai di lavorare), per cui gli impatti sono sempre più duri e dunque più di tanto lontano, rimanendo in piedi senza sfracellarsi, non si può andare. Alla fine di questo discorso quello che volevo dire è che comunque atterrare a 260 metri su un trampolino che ha il Punto K a 260 metri (non ce ne sono ancora, ma diamo tempo al tempo) è sostanzialmente più sicuro che atterrare a 200 su un trampolino che ha il Punto K a 170. In definitiva l’equazione: più si va lontano, più è pericoloso, è totalmente fallace. Dipende dalla grandezza del trampolino, dal suo disegno e dalle condizioni atmosferiche (vietato saltare con vento laterale). Lo stesso Peter Prevc ha detto di essere contento di questa gara fra trampolini a chi lo fa più grande (molto maschile come ambizione, che ne dite?), in quanto lui come saltatore vorrebbe andare sempre più lontano. Come vedete i saltatori la pensano in modo completamente differente da quanto possa pensare un laico. Certo però che vederli volare fa venire un blocco allo stomaco, soprattutto per chi li vede per la prima volta dal vivo. Il 20, 21 e 22 a Planica (accento sulla “i”, come in Nova Gorìca) sul rinnovato trampolino gigante si chiude la Coppa del mondo. Per chi non ci fosse ancora stato, lo invito caldamente ad andare a vedere, perché ne vale veramente la pena.

I salti poi mi affascinano per un’altra ragione, che è la stessa per la quale mi affascina il sollevamento pesi. Cosa hanno in comune questi due sport? Il fatto fondamentale che l’esito di una prova dipende da quanto si fa in un millisecondo di tempo. Per il sollevatore si tratta di concentrare tutta la forza di cui dispone  in un tempo infinitesimale per poter alzare il bilanciere, non solo, ma prima di farlo deve anche visualizzare, interiorizzare quasi, quanto sta per fare per non, per esempio, andare troppo avanti o indietro col movimento col rischio di portare il peso al di là della perfetta perpendicolare con il suolo, condizione unica perché l’alzata riesca. Il che è tutt’altro che facile considerando che il peso varia da alzata ad alzata e dunque il movimento deve essere fatto in un solo e unico modo in dipendenza dal peso che si deve sollevare. Per un saltatore la cosa è analoga. Lui tutta la sua forza deve concentrarla in quel momento chiave che è lo stacco dal dente, nel quale deve operare il balzo che lo proietta nel vuoto. E come per il sollevatore le variabili sono anche altre, e tutte decisive. Deve per prima cosa decidere il timing del balzo che non deve né anticipare né ritardare il momento dello stacco, cosa molto difficile visto che ogni trampolino, per quanto sembrino tutti uguali, ha il suo raggio, per cui l’approccio allo stacco è molto diverso da impianto a impianto, e per seconda cosa deve visualizzare in anticipo quanto dovrà fare subito dopo lo stacco e cioè la direzione da imprimere alle punte degli sci perché si mettano il prima possibile nella posizione aerodinamica più corretta per poter approfittare dell’effetto ala che fa l’aria spostata (per questo più vento da valle c’è, meglio è per il saltatore, in quanto la velocità relativa con l’aria aumenta) tanto più da quando è stata inventata la tecnica del salto a sci divaricati che, appunto, aumenta questo effetto in modo sostanziale rispetto a quando si saltava a sci paralleli. In sostanza deve: a) durante la fase di lancio visualizzare perfettamente il punto di stacco, b) al momento dello stacco sprigionare la forza più bruta di cui è in possesso per balzare il più in alto e avanti possibile – anche qui, attenzione!, l’angolo del balzo è fondamentale, né troppo in alto né troppo in avanti, perché se è troppo in alto va contro il profilo del trampolino, per cui a un dato momento non sarà parallelo alla pista, ma vi arriverà con un angolo troppo acuto e dunque atterrerà molto prima, e perché se va troppo in avanti allora semplicemente non si alza e la forza di gravità perfezionerà il suo lavoro prima ancora che il saltatore riesca a mettersi in parallelo con la pista – e c) un nanosecondo dopo deve improvvisamente ritrovare la calma per mettere con la pazienza giusta gli sci in direzione, in questo caso infatti ogni movimento brusco va contro le leggi aerodinamiche e l’aria funge da freno inesorabile. 

Come si vede dunque un salto con gli sci è tutt’altro che uno sfoggio di machismo e di puro coraggio, anche se ovviamente di pelo sullo stomaco è meglio averlo molto folto, soprattutto saltando da Monte Radio verso il Porto Vecchio, ma è uno sport nel quale il successo dipende in modo sostanziale dalla centralina che abbiamo nel cranio che deve essere capace di programmare in una frazione di secondo tutta una serie di gesti e movimenti estremamente complessi. E, sapete bene, quando si parla di centraline del cervello e di cose che si avvicinano in modo reale alle pratiche delle filosofie orientali che insegnano il controllo del corpo attraverso il controllo della mente, allora sì che è pane per i miei denti.