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Il basket preso a calci

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Creato Giovedì, 10 Luglio 2014 Scritto da Sergio Tavčar

Intanto un grande ringraziamento a tutti per la bellissima giornata che abbiamo vissuto a Medeazza – Medja Vas che, ci crederete o meno, era la prima volta che ci andavo. Del resto è impossibile arrivarci di passaggio e andarci apposta è improbabile, a meno che non si vada in osmica. Una piccola reprimenda all'amico Walter (o a chi l'ha riportata): la battuta da lui citata era rigorosamente off the record. Non vorrete mica che ora, a causa di questo, cominci a parlare in modo diplomatico e stereotipato anche fra amici? Che sia la prima e ultima volta, please.

Devi dire che i risultati sportivi mi danno una notevole soddisfazione in questi ultimi tempi. Ormai è passato molto tempo (in ferie per principio si ozia e poi, come detto, ho fatto un magnifico salto nella capitale) dalle finali NBA, ma vi devo un breve commento, come promesso. In realtà ci sarebbe da parte mia molto poco da aggiungere a quanto ho ripetutamente scritto su questo blog già da quattro anni a questa parte (Madonna, come vola il tempo!) su cosa sia il basket e quali siano le cose che fanno vincere una squadra invece di un'altra. Non sempre giustizia viene purtroppo fatta, anche perché a volte la dea bendata ci mette molto del suo, vedi il tiro di Ray Allen la scorsa stagione, per cui quando viene fatta e in modo talmente lampante, solare, indiscutibile, la soddisfazione è tanto più grande.

San Antonio assolutamente non per caso ha nel suo roster per la maggior parte giocatori non nati negli Stati Uniti e dunque di scuole diverse, ha un coach che da tempo immemorabile si reca d'estate in Europa per capire come fanno gli altri, per insegnare, ma anche imparare, cioè per fare quello che ogni professionista dovrebbe sempre fare, scambiare opinioni con i colleghi, e più sono lontani dal suo punto di vista iniziale, meglio è, ha come leader assoluto e indiscutibile un grande giocatore della vecchia scuola, abituato dal college (finito! in quattro anni, e anche questo non è un caso) e dal suo primo mentore, il mitico Ammiraglio (uno che volle finire l'Accademia navale pur avendo già in mano un contratto multimilionario), che la cosa che unica conta è che vinca la squadra, ha una piramide di gerarchie nello spogliatoio ben strutturata e definita con luogotenenti due giocatori di straordinaria bravura, ma di altrettanta serietà e devozione al basket che nessuno può neanche osare di mettersi contro di loro, e di conseguenza anche l'autore materiale dei canestri che fanno vincere la squadra e a lui il titolo di MVP sa benissimo qual'è il suo posto e non gli passa neppure per l'anticamera del cervello l'ardire di allargarsi, insomma San Antonio è una grandissima squadra di basket in una poltiglia di accozzaglie di singoli. Per cui che vinca non può che scaldare il cuore. Che poi distrugga Miami, che è agli esatti antipodi di quanto appena detto, è un orgasmo che ero convinto di non poter più rivivere dai mitici tempi della Jugo di Liegi ('77) e poi di quella di Zagabria ('89). Una piccola chiosa sul Predestinato, sul Reverendo James che nessuno, almeno di quelli che ho letto io, ha fatto. Un leader di una squadra normalmente all'inizio della partita prova a far giocare tutti i compagni con due precisi compiti: vedere chi è in giornata, e per chi non è ancora entrato in partita provare a farlo entrare dandogli fiducia, leggi un altro pallone magari subito dopo una sciagurata palla persa. Insomma il leader funge da capitano vero, da responsabile in campo del rendimento della squadra intera. E l'unica cosa che gli interessa è che vinca la squadra, non lui. Per cui è solo normale che un vero leader segni molto poco all'inizio, che anzi quasi non lo si veda, ma che poi, quando il gioco si fa duro, sia quello che si prende le responsabilità “vere” e importanti. Ora mi pare che James abbia fatto esattamente il contrario, che cioè abbia cominciato la partita prendendo tutto subito in mano lui, tanto per far capire dall'inizio chi comanda, e che poi, al momento inevitabile di rifiatare, si sia trovato attorniato dal deserto, da giocatori che erano fuori dalla partita e che si sono visti mancare il punto di riferimento a cui erano abituati a delegare più o meno tutte le mansioni. E sono queste le cose di James che non mi piacciono e per le quali, mi dispiace, sarò sempre un suo antitifoso.

Del campionato italiano mi dispiace, ma non ho visto nulla. Ho già scritto in un post precedente che la cosa che mi ha angosciato è che dimenticavo regolarmente che ci fosse la partita e in TV guardavo di tutto, meno che la partita di basket. E pure decideva un campionato. Il mio interesse è dunque uguale a zero. E questo per lo sport che ho sempre amato e che mi ha dato da vivere e mi ha reso anche abbastanza conosciuto presso un uditorio che mai avrei immaginato, pur nei miei presuntuosi anni giovanili, avrebbe potuto essere tanto vasto. Evidentemente, come già detto, il basket è diventato oggi un altro sport rispetto a quello che conoscevo, uno sport nel quale non mi riconosco e che non mi piace. Un po' come la pallamano o la pallavolo. Non si tratta di un'asserzione di merito, ma di una semplice constatazione. Tutto qua.

La quale vale ovviamente a fortiori anche per gli altri campionati, tipo quello spagnolo, che avrei dovuto seguire smanettando su internet. Immaginarsi. Fra l'altro per uno che è filosoficamente refrattario a seguire qualsiasi cosa sul computer, in quanto sono tanto antico da pretendere di vedere una qualsiasi cosa seduto sul sofà in salotto e non appollaiato alla scrivania come un gufo sullo stecco, come dicono gli sloveni.

A questo punto gli appassionati di basket potete smettere di leggere, in quanto da qui fino alla fine parlerò di calcio. Ebbene sì. Il quale calcio è uno sport molto meno imbecille di quanto sembra leggendo e ascoltando in televisione le vaccate stereotipate e senza senso che vengono continuamente profferite da gente monomaniaca. Il problema è che da noi il calcio è per antonomasia “lo” sport (ho già scritto in passato che una delle cose che più mi fanno rivoltare lo stomaco è sentire l'apertura delle notizie sportive in TV: “passiamo ora allo sportcalcio”, tutto in una parola), per cui è seguito dalla massa e per quanto riguarda la massa, come disse il famoso imprenditore circense Barnum, nessuno di quelli che hanno puntato sull'imbecillità e la creduloneria della gente per fare soldi è mai fallito. Esempio preclaro dalle nostre parti le fortune di un imprenditore milanese in politica negli ultimi 20 anni. Se il calcio avesse dignità mediatica, ebbene sì, e fosse trattato come uno sport serio e non un fenomeno sociale sono sicuro che sarebbe visto sotto una luce completamente diversa anche dai “benpensanti”. Ora ci sono i Mondiali che, come tutti, ovviamente seguo. Piccola nota personale: sulle orme di mio papà, calciomane inveterato, il calcio è stato come quasi per tutti quando ero piccolo il mio praticamente unico sport, tanto che posso ancora recitare a memoria la formazione della Juve di quando avevo 8 anni con Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori e Stacchini in attacco e con John Charles che era il mio idolo assoluto. E mi ricordo ancora adesso il dolore lancinante che provai quando la Juve perse allo spareggio una semifinale (mi pare) di Coppa Campioni contro il Real di Di Stefano e Puskas. A proposito, va be' che sono antico, ma non tanto da ricordare bene come giocasse Di Stefano. Avevo otto anni, di grazia, e non potevo certo capire perfettamente quanto succedesse in campo. So solo che mi sembrava un extraterrestre, uno che non sbagliava mai, uno spauracchio totale per tutti gli avversari e mi ricordo anche che tutti gli appassionati di calcio di allora ne parlavano come del più grande giocatore che fosse mai apparso sui campi di tutto il mondo. Nel '58 Pelè doveva ancora, tempo pochi mesi, palesarsi. Per cui anch'io sono uno dei 60 milioni di CT italiani della nazionale di calcio.

Il calcio è dunque uno sport molto più sofisticato di quanto non si pensi abitualmente. Pensateci bene: si gioca in 11, che sono molti più di cinque e più persone ci sono, più difficile è sincronizzarle (nel rugby sono 15, dunque ancora peggio, vero rugbisti veneti?) per amalgamarle e farne una squadra. In più si gioca con i piedi che rispetto alle mani sono molto più potenti, e dunque il campo si allarga a dismisura, ma infinitamente meno precisi, per cui le azioni nel calcio non sono una realtà pianificabile, ma una probabilità statistica, in definitiva. Mi spiego: nel calcio è fondamentale la strategia, cioè cosa si vuole fare, come disporre gli uomini in campo perché al momento giusto possano essere nella situazione migliore per creare qualcosa di importante e più volte la situazione voluta si verifica, maggiori probabilità statistiche ci sono che ne esca un gol. Un approccio di questo genere è tutt'altro che facile e presuppone una grossa intelligenza di squadra per sincronizzare tutti i movimenti. Con l'aggravante che (come nel football americano) quando uno, ne basta uno solo, sbaglia, crolla il palco. La tattica entra in un secondo tempo ed è assolutamente fondamentale essere svegli, reattivi e intelligenti per sfruttare tutte le situazioni generate dal caso, rimpalli, deviazioni fortuite, scivolate, palloni impazziti che rimbalzano male, lisci avversari. Guarda caso, tutti i più bravi giocatori che ci sono stati sono stati anche persone molto intelligenti, il che è tutt'altra cosa che istruite, bisogna sempre averlo bene in mente. Di sfuggita: non c'è persona più pericolosa di un mona studiato, diceva uno. La prova la si ha ascoltando in studio i vari Vialli, Marocchi, Mauro, Marcheggiani, Paolo Rossi, Adani eccetera. E' un piacere ascoltarli, perché parlano in modo sensato e competente. Se solo non ci fossero i giornalisti...

E ancora: per giocare con i piedi, arti non prensili, bisogna avere una tecnica raffinatissima che presuppone ore e ore di allenamento sui fondamentali che, se le facessero gli attuali giocatori di basket, forse tornerei a guardare le partite. Bisogna inoltre, e molti se ne dimenticano, essere straordinari atleti. Non penso solo a Robben che, cronometrato, ha una proiezione di 10 e 3 sui 100 metri o a altre schegge come lui, ma penso soprattutto alla straordinaria coordinazione, alle incredibili capacità neuro-muscolari che deve avere un atleta per fare in piena corsa e in acrobazia uno stop a seguire o un colpo di testa. Ma nei replay avete visto quanto vanno su quando colpiscono di testa? E tutto questo su un campo in erba, con le zolle, a volte con le pozzanghere e magari con temperature sotto lo zero o sopra i 40 gradi. Personalmente tanto di cappello. L'unica cosa che non posso sopportare dei calciatori, soprattutto qui da noi e nei Paesi latini, è la loro propensione alla simulazione, al flopping, come la chiamiamo noi. E soprattutto non sopporto l'atteggiamento di benevolenza che si ha, sempre qui da noi, verso queste vergognose esibizioni: “ci ha provato...sì, è vero, poi ha accentuato un tantino...”. Per me uno che viene colpito leggermente al piede destro e poi si contorce con abilità recitatorie da Laurence Olivier tenendosi la coscia sinistra dovrebbe avere il rosso automatico e un paio di mesi di squalifica.

Cosa ci stanno dicendo di nuovo i Mondiali? Mi dispiace, ma devo dire quello che penso. Niente di buono, purtroppo. Ci stanno semplicemente ribadendo la famosa frase di Gianni Brera secondo cui il risultato ideale nel calcio è lo 0 a 0 e che le segnature sono normalmente conseguenze di errori difensivi. In finale c'è l'Argentina che in tutto il Mondiale non ha fatto un vero e proprio tiro in porta se non con Messi che, essendo un campione, è un eccezione (anche il gol di Di Maria contro gli svizzeri è suo – e se solo il nostro amato Adelboden, come Robi Siljan e io chiamiamo Lichtsteiner, non avesse perso il pallone a centrocampo...). Il gol di Higuain contro il Belgio è stato frutto di un casuale rimpallo che gli ha fatto pervenire il pallone in modo del tutto inatteso. Non parliamo dell'autogol dei bosniaci. In tutto questo l'Argentina fa da subito capire che lei farà un catenaccio mostruoso e che comunque, male che vada, andrà ai rigori. L' Algeria contro la Germania ha fatto catenaccio e i panzer sono passati solo al supplementare, gli Stati Uniti contro il Belgio uguale, non parliamo della Costarica che ha subito per 90 minuti l'assedio di Fort Alamo e si è salvata per miracoli del portiere arrivando fino ai rigori. Lezione: catenaccio, contropiede e un forte portiere sono ancora oggi, più di 60 anni dopo il Padova di Rocco, garanzia almeno di non-sconfitta. Tanto per dire: ieri di Argentina-Olanda ho visto i primi 10 minuti, poi sono andato a giocare al computer e sono ritornato per vedere i rigori, tanto ero sicuro che dopo 120 minuti sarebbe finita 0 a 0. La controprova ce la da lo sciagurato Brasile che con la peggior squadra della sua storia e senza gli unici due giocatori che ha, Thiago Silva e Neymar, è andato all'arrembaggio contro la Germania schierando tutti difensori d'attacco, ma nessuno di difesa, finendo massacrato e umiliato. Tutto questo mi sembra purtroppo irreversibile, nel senso che oggigiorno la tecnologia, il progresso tecnico, permettono alle varie squadre di preparare le partite in modo scientifico e dunque chi decide di entrare in campo per fermare gli avversari e non prenderle, come prima cosa, ha ottime possibilità di riuscirci. Poi ci sono ovviamente gli episodi, i calci da fermo, gli errori, ma normalmente la prima squadra che in un modo o in un altro segna, poi vince, magari 2 o 3 a 0 quando gli spazi si allargano e può andare in contropiede (da me la parola ripartenza – perché? e quando erano arrivati? e dove? - non la sentirete mai). Oppure ancora bisogna avere la pazienza di aspettare gli ultimi minuti, quando la stanchezza manda in malora i sincronismi tanto ben studiati in allenamento, le squadre si allungano, come si dice, e ci si comincia a divertire. Dura però troppo poco.

E perché tutto questo? Perché si gioca con i piedi e dunque, in regime di statistica, è molto più facile distruggere che creare. Tutto il contrario di quello che era il basket. Ecco perché quando il basket era basket, era, proprio perché sublimava nell'atletismo giocato il fine di depositare con gli arti nobili un oggetto in un bersaglio piccolo e ben precisato, ultima frontiera delle capacità manuali, quelle che ci rendono diversi dalle scimmie, e non poteva non esserlo, proprio perché era palla-a-canestro, lo sport più bello al mondo che avesse potuto mai essere inventato.