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Piano coi numeri

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Creato Mercoledì, 23 Maggio 2018 Scritto da Sergio Tavčar

Sono molto imbarazzato, in quanto non so proprio se posso avventurarmi in un commento sulla finale di Eurolega (le semifinali non le ho viste, in quanto venerdì sera ero a Cantù per una bellissima serata organizzata dalla locale ARCI). Ho letto i vostri commenti e dunque in un primo momento avevo deciso di non dire nulla, in quanto so che siete amici miei, che alle sconvenscion ci divertiamo un sacco, che ci vogliamo bene e non volevo assolutamente strappare tutta una bellissima tela di amicizie private scrivendo onestamente quello che penso sui vostri commenti.

A proposito di sconvenscion: io vado in ferie il primo martedì di giugno e ci sto per un mese intero. A questo punto, con la location che dovrebbe essere già più o meno fissata (con Vremec siamo già d’accordo) a Medeazza-Medja Vas, però in un posto diverso e più bello rispetto all’altra volta, visto che ogni sabato del mese mi sta bene, vorrei lanciare una specie di referendum per trovare una data che sia la più conveniente per tutti, per cui vi pregherei di tenervi in contatto attraverso i vostri contatti sui vari diabolici social e che poi qualcuno mi dica quando avreste deciso che sarebbe la data migliore

 

Tornando alla finale di Eurolega dico intanto che nei vostri commenti non mi ritrovo per nulla, per cui mi viene il dubbio di essere ormai rintronato definitivamente, in quanto mi sembra impossibile che tutti voi abbiate torto ed io solo ragione. La matematica lo esclude. Ecco perché volevo stare zitto e abbozzare. Però per la mia indole non sono capace di farlo. Per cui scrivo quel che penso e costi quel che costi.

Intanto subito una cosa: io ho visto una magnifica partita che mi ha riconciliato con il basket e mi sono immediatamente chiesto che sport potrebbe essere oggigiorno il basket se si giocasse con le conoscenze tecniche di una volta applicate ai fisici mediamente superiori che ci sono ora. Finalmente ho visto due squadre che giocavano un basket logico e intelligente con piani partita perfetti sia per quanto riguarda l’attacco che la difesa. Con una sola eccezione sulla quale ritornerò nel finale, quando parlerò di Dončić, quando cioè sputerò tutti i più grossi rospi che mi sono venuti in gola quando ho letto quelle che da parte mia reputo vostre farneticazioni dettate da non so quale tipo di complesso o di odio nascosto. Finalmente domenica si è visto lo stato dell’arte del basket attuale, su cioè cosa possono produrre le squadre di vertice quando di fronte si trovano difese preparate, attente e estremamente competenti che per tutta la partita giocano con una concentrazione feroce attenendosi strettamente a quanto preparato prima. Tutti voi sapete conoscendomi cosa sia per me la difesa nel quadro globale di una partita di basket. E potete dunque credermi quando vi dico che ho goduto vedendo come difendevano entrambe le squadre, proprio perché non vedevo gite spaventative a provare improbabilissimi intercetti, proprio perché vedevo i difensori sempre dove dovevano essere e soprattutto vedevo gli aiuti e le rotazioni arrivare puntuali secondo logica e tempismo da manuale. 

I piani partita di ambedue le squadre per quanto riguarda la fase difensiva erano molto chiari. Per il Fener il piano principale era ovviamente quello di isolare Dončić dal resto della squadra. Obradović, che non è uno che scrive sul blog di Sergio, come del resto non lo sono né Pascual né Itoudis, sapeva benissimo che limitare Dončić significava togliere ritmo all’attacco del Real costringendolo a rallentare il gioco e a dover aspettare il momento giusto per cominciare l’attacco. Per fare ciò, secondo la ovvia teoria della coperta corta derivante dal fatto che si gioca in 5 contro 5 e dunque se raddoppi su uno un altro rimane solo, si dovevano correre dei rischi, il primo e più importante era quello che sotto canestro il Real poteva fare male giocando profondo e trovando magari il lungo a giocare in 1 contro 1 senza aiuti. Però, non so come, il Fener è riuscito lo stesso a riempire l’area quando serviva, ma sempre secondo la teoria di sopra, a questo punto si aprivano possibilità di tiro da fuori per gli esterni del Real. Su alcuni (esempio Carroll) potevi in qualche modo intervenire e limitarli, però in definitiva dovevi battezzare qualcuno e sperare che non segnasse. Ovviamente il designato era Causeur che finora in Eurolega era stato il peggiore, ma che comunque è un ottimo giocatore che, se è solo, segna. Ed essendo solo e avendogli Dončić nel terzo quarto dato tre palle di fila il francese ha segnato. Ha preso fiducia e quando si è trovato in 1 contro 1, visto che segnava, la difesa è dovuta andargli addosso, per cui ha potuto improvvisare anche entrate che, visto che era in 1 contro 1, sono quasi tutte andate bene. E voi a uno che ha segnato quel che ha segnato perché è stato palesemente battezzato dalla difesa avversaria volete dare il premio di MVP? Ma vi rendete conto?

Dall’altra parte anche il Real doveva battezzare qualcuno. Per loro il fine principale dello sforzo difensivo era quello di limitare e rendere la vita difficile ai due che reputavano le bocche da fuoco più pericolose, leggi Wanamaker e Datome. Compito espletato perfettamente. Ricordate, come sa chiunque abbia mai giocato a basket, che quando ti tolgono il ritmo poi sei capace di sbagliare anche tiri che normalmente segni ad occhi chiusi, proprio perché ti sembra impossibile che tu sia solo e fai cose strane che in quel momento sono del tutto inutili. Poi doveva togliere dal gioco l’unico che poteva dare loro fastidio sotto canestro, e cioè Vesely. Il quale è uno che limiti togliendogli semplicemente gli spazi, non dandogli alcun tipo di rincorsa e movimento. Da quando gioca, quando riceve palla da fermo in un’area intasata normalmente del pallone non sa proprio che farsene. Guardate vecchie partite, se non mi credete. Anche questo compito svolto egregiamente. Poi doveva dare pressione sulle guardie del Fener e mi sembra strano che nessuno abbia rimarcato il lavoro spaventoso che è stato fatto su Sloukas (anche dai piedi lenti di Luka! – che comunque guarda caso per la maggior parte della partita è stato su Wanamaker) e anche su Dixon. Che normalmente è uno che in partita normale i tiri folli li sbaglia, con ciò sbagliando due volte, cioè tirando tiri folli che mandano in bestia i compagni e poi sbagliandoli, e che è, come giustamente ha detto Buck interpretando Obradović, uno che è utile solamente nelle situazioni tipo perso per perso…A questo punto uno doveva per forza rimanere solo. E, guarda caso, Niccolò Melli ha giocato la partita della vita. Da quanto tempo scrivo che il ragazzo è forte e che in Italia a suo tempo hanno forzato cani e porci dimenticando l’unico vero giocatore di livello mondiale che avevano in quella generazione? Avevo ragione o no? E dunque potete solo credermi se vi dico che la sua partita monstre non è stata per me certamente una sorpresa. Oddio, forse un tantino sì, perché, pur essendo più che sicuro delle sue doti, che potesse imbucare da otto metri tutto quello che tirava mi sembrava poco probabile. Eppure lo ha fatto. In una finale europea. Ricordatevelo, quando incenserete ragazzotti che faranno 40 punti in partite insignificanti e se la faranno addosso in quelle importanti. 

A questo punto, con i coach che preparano la partita nel modo migliore, con i giocatori che danno in campo tutto quello che hanno, alla fine a decidere è, come dovrebbe sempre essere, chi è in realtà la squadra più forte. Che è senza dubbio a questo punto il Real. E non di poco, per profondità sotto canestro, per leadership in campo, per maggior quantità di tiratori puri e affidabili, per maggior quantità di giocatori, punto. E allora come è possibile che il Fener sia stato in partita fino in fondo, fino al momento che gli amanti della moviola e della ricerca del pelo nell’uovo nell’arbitraggio, che in Italia è comunque sempre quello che decide le partite come calcio insegna, agognavano di vivere per ricamarci sopra, se cioè la spinta di Thompkins è stata decisiva nel far perdere il Fenerbahce, e dunque, fischiato il fallo e annullato il canestro, i turchi vincevano per forza (sotto di 3 a 22 secondi dalla fine, lo ricordo – certo, con due liberi per Melli, va bene, mettendola in questo modo avete comunque sempre ragione voi – senza rendervi conto che comunque seguendo la logica che, se mio nonno avesse avuto le ruote io sarei un carretto, non si va da nessuna parte)? Primo, ovviamente, perché Melli ha fatto molti più danni di quanti lo staff del Real immaginasse potesse fare, secondo perché nel finale Laso si è perso contro il pressing perfetto del Fenerbahce lasciando Dončić solo a portare palla in attacco senza affiancargli nessuno capace di aiutarlo (del resto Llull era fuori per falli e Campazzo n.p.).

E come già detto nell’ultimo minuto il fallo è “coltello nella schiena”. Lo ribadisco: provate a immaginare gli interventi fatti all’ultimo minuto (da ambo le parti, ovviamente) fatti nei primi minuti. Ci sarebbe esaurimento bonus per ambedue le squadre nei primi due minuti di ogni quarto. Ma, che sia ben chiaro, è giustissimo così, qualsiasi cosa voi diciate o pensiate di pensare, se capite quello che voglio dire. E infine, ma questa è una mia teoria, e dunque opinabile, anche se sono convinto che non sia sbagliata (dunque giusta, scusate la litote), il Real non ha sfruttato la micidiale combinazione del duo Llull-Dončić come Kokoškov aveva sfruttato agli Europei quella del duo Dragić-Dončić. Secondo me il buon Llull ha dimostrato nell’occasione di avere meno intelligenza cestistica di Goran. Agli Europei il gioco era tutto nelle mani di Dončić, e come gioco intendo disposizione in campo, tempi dell'attacco, gioco che in un dato momento chiama in causa i giocatori giusti o perché sono marcati da avversari inferiori o perché semplicemente sono molto caldi, insomma agli Europei Luka ha fatto il play vero all'antica in tutti i sensi. Ha fatto cioè quello che faceva Slavnić. O Ossola. O Marzorati. Che facendo il play permettevano alle varie bocche da fuoco di segnare canestri a raffica, che fossero Kića e Praja piuttosto che Recalcati o Della Fiori, o Raga o Morse, fate voi. In questo modo Dragić ha potuto sostanzialmente fare la guardia con il compito precipuo di fare canestro, cosa che ha fatto brillantemente vincendo il titolo di MVP. Per far ciò ha mostrato grande intelligenza di uomo, lasciando al giovane compagno il compito di reggere la squadra, ma lui comandando lo spogliatoio e soprattutto prendendosi tutti i riflettori in faccia come terribile fromboliere. Cosa che avrebbe potuto tranquillamente fare anche Llull nella finale. E invece nella finale, quel poco che è stato in campo assieme a Dončić, ha giocato nel suo ruolo fondamentalmente pestandogli i piedi e i due hanno dimostrato un’altra mia vecchia teoria che un Badoglio è comunque molto meglio di due Napoleoni che comandano nello stesso momento. Sono convinto che se Llull avesse  fatto il Dragić il Real avrebbe vinto in carrozza. 

Rimango basito leggendo i vostri commenti sul fenomeno sloveno che mi fanno pensare che in effetti la conoscenza del basket vero in Italia si stia angosciosamente perdendo nelle nuove generazioni (le vecchie no, con chiunque parli, parliamo la stessa lingua), imbonite dalla martellante propaganda americanofila che, per quanto percepita nella maggior parte dei benpensanti quale comunque fasulla, purtuttavia lascia un substrato mefitico di interpretazione delle partite e delle capacità dei giocatori secondo numeri, statistiche, valutazioni falso matematiche e quant’altro. Già l’idea che uno sport di squadra possa essere valutato numericamente mi fa vomitare, in quanto è come pretendere di misurare matematicamente le azioni di un gruppo di persone che stanno facendo una cosa qualsiasi assieme. Sarebbe come tentare di dare numeri all’amore o alla fantasia, o qualsiasi altra cosa immateriale. Oltre che ridicolo, impossibile e tristemente patetico. I giocatori si valutano secondo parametri che con quelli da voi usati non hanno la minima attinenza, anzi per meglio dire hanno qualche vaga attinenza per qualche singola partita, ma in definitiva sono totalmente irrilevanti. A questo punto l’unica cosa che posso dirvi che il ragazzo è un fenomeno che non vedo dai tempi di Kukoč, l’unico giocatore della storia a cui possa essere paragonato per il fatto di avere in campo tutta una serie di molteplici dimensioni tutte diverse, tutte usabili nei momenti più adatti per essere il più possibile utile alla squadra. Può cioè giocare in tutti i ruoli possibili, e ognuno interpretarlo in ogni partita per come deve essere interpretato. Al mondo nella storia di giocatori del genere mi ricordo solamente Magic. Certo, deve ancora imparare tantissime cose, soprattutto su come gestirsi per non sbroccare a volte in modo deleterio, ma per esempio in un anno ha già imparato cosa vuol dire giocare una Final Four dopo lo schifo fatto lo scorso anno, del quale fra l’altro è il primo a rendersene conto, tanto che prima della Final Four, senza essere provocato, lo ha citato in ogni intervista che ha rilasciato. Sempre per usare come paragone Kukoč a 19 anni non era ancora ai livelli di maturità del Dončić attuale. Agli Europei in Grecia era ancora un bambino irresponsabile e solamente 4 anni dopo raggiunse la piena maturità vincendo da solo la finale di Coppa Campioni del ’91 contro il Barcellona. Tecnicamente però veramente solo il cielo è il suo limite e sono ansioso di vedere se prima o poi lo raggiungerà. Nell’NBA purtroppo no, ahimé. Per cui mi tengo stretti i ricordi di questi anni, periodo nel quale non pensavo mai di vedere in azione un talento del genere. E’ campione d’Europa per nazionali e club, ha vinto in Eurolega esattamente tutti i premi che poteva vincere (discutere sul merito dell’MVP della Final Four è fantascientifico e grottesco). Non può essere un caso. E’ un idolo assoluto in Spagna e in Serbia (oltre che ovviamente in Slovenia, dove il Delo gli ha dedicato martedì l’intera terza pagina), e in genere in tutta l’Europa cestistica. Meno, almeno a leggervi, in Italia. Forse per la stessa ragione per cui vengono osannati e spinti giocatori che tali non lo sono e si dimenticano gli unici forti che abbiamo, da Melli a Pascolo, tanto per nominare i casi più eclatanti.