Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Giovani a parole

Stampa
Creato Mercoledì, 20 Ottobre 2010 Scritto da Sergio Tavčar
Ancora un intervento per inserirmi nella sequenza di commenti, per fare alcune precisazioni e considerazioni ed alimentare ovviamente la discussione che soprattutto su questo ultimo post sta indulgendo su temi che mi sono cari.

Medie di tiro: che, come dicono gli americani, ci siano le bugie, le grandi bugie ed infine le statistiche me ne resi conto da giovincello quando mi sconvolse la notizia che il miglior realizzatore dal campo nell'ABA prima e poi nell'NBA era Artis Gilmore, uno che infatti tirava solo in schiacciata perchè da oltre i due centimetri non la metteva mai. E il bello è che con queste scelte di tiro aveva il 65%! La domanda è: come faceva a sbagliare il 35% delle schiacciate? (qualsiasi bipede avrebbe segnato...). Da quel momento in poi ho assolutamente smesso di guardare le statistiche, tanto meno quelle del tiro (se non dei liberi che loro sì sono un indice vero – se poi volete sapere quali sono ancora le statistiche per me parzialmente significative, sono i rimbalzi in attacco e le palle perse).

Sulla carriera spagnola di Đedović: sia Lorbek a Malaga che Dragić col Tau hanno avuto un primo anno in Spagna catastrofico, salvo poi, come sappiamo, esplodere tutti e due una volta ritornati il primo in Italia (Benetton, Roma), il secondo all'Olimpija. Il che per me vuol dire che in Spagna per un talento giovane straniero (normale, loro ne hanno tanti di propri) emergere è estremamente difficile, per cui il dato secondo me non fa testo.

Intermezzo: sono perfettamente d'accordo che Iguodala non c'entrava la classica mazza con la partita di Kleiza che se l'è fatta sotto in modo dissenterico. Non è certo merito di Iguodala se Kleiza ha spadellato una marea di tiri in perfetta solitudine. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Ed infine sui giovani. E qui siamo al vero punto del problema che si può affrontare da diversi punti di vista. Generale: giorni fa ho sentito per radio il mister del Palermo Delio Rossi dire che in Italia è difficile far crescere i giovani perchè essendo giovani sono naturalmente soggetti ad alti e bassi, cosa questa che porta magari gente osannata la domenica prima ad essere stroncata senza appello la domenica dopo. Verissimo e da sottolineare con l'evidenziatore. Aggiungo io che ovviamente la gran parte della colpa è della stampa che per far audience pompa senza ritegno prospetti appena in boccio salvo poi meravigliarsi perchè magari un giorno giocano male e con estrema superficialità dire che sono dei brocchi che fra l'altro non vivono una vita da sportivi (Balotelli?).

Più nello specifico passando al basket. L'Italia è uno strano Paese dove, come diceva Vince Lombardi, vincere non è la cosa più importante, è tutto. Per storia, cultura e mentalità in Italia l'unica cosa che conta è il risultato da ottenere subito. In tutti i campi, in tutti gli sport. Il basket è uno sport che non vive di particolare salute economica, per cui la massima parte dei coach è sul giro d'aria, cosa che li porta a voler a tutti i costi fare risultato per mantenere la seggiola. I Presidenti non hanno pazienza e, per quanto parlino di un progetto a lungo termine, ai primi moti dell'inquieta piazza corrono ai cosiddetti ripari prendendo giocatori a vanvera (con i procuratori che lucrano a man salva) che scombinano anche quel poco di equilibrio che si era venuto a creare. Ed i primi ad andare in panca sono ovviamente i virgulti su cui si era giurato di puntare.

Ed infine nel dettaglio. La differenza fra l'Italia e la vecchia Jugoslavia, tanto sottolineata dai miei fedeli commentatori, è estremamente semplice. Uno dei primi insegnamenti che ebbi andando ai corsi di coach in Slovenia (allora in tutto e per tutto ancora jugo) fu, in merito alla selezione dei giocatori di una squadra, l'individuazione del talento da coltivare. Dicevano i coach: "Bisogna avere coraggio delle proprie opinioni: se si reputa uno forte bisogna farlo giocare anche nettamente al di là dei suoi meriti contingenti. Se si investe in un talento in cui si crede, bisogna farlo fino in fondo." Questo vuol dire anche fargli fare minuti importanti di responsabilità quando la partita è ancora in bilico, cazziarlo in modo immane se nel momento chiave ha rinunciato ad un tiro aperto per dare la palla ad un compagno più esperto e di converso rincuorarlo se il tiro in questione l'ha preso, ma l'ha sbagliato. L'importante è di prendersi i tiri quando servono: con l'esperienza e la fiducia di coach e compagni prima o poi entreranno. Petrović era il leader assoluto del Šibenka a 17 anni. Pochi sanno che alla stessa età il citato Divac era leader assoluto nello Sloga Kraljevo, per andare ai tempi che furono Giergia prese in mano lo Zadar quando di anni ne aveva 18 eccetera. Riassumendo: se uno è futuribile gioca nettamente di più di quanto meriti al momento. E, guarda caso in Italia un Boša Tanjević ha tirato su giocatori come Gentile, lanciato in prima squadra a Caserta a 16 anni, ha fatto esplodere Gregor Fučka, dai e dai ha fatto giocatori di basket De Pol e Cantarello, ha fatto esordire da straniero in campionato a 18 anni Dejan Bodiroga. Certo, bisogna avere i marroni al titanio. Forse qui casca l'asino. Quanti coach in Italia ce li hanno?

Ed infine. Ho la fortuna di essere in questo momento vicino alla Falconstar di Monfalcone e sto vivendo in diretta e dal dentro la vicenda di un indiscutibile straordinario talento quale Francesco Candussi. Il ragazzo ha 16 anni ed è seguito già da adesso da una miriade di gente che, come Paperone, ha i dollari negli occhi pensando a quanto potrà guadagnarci. Corre dunque seriamente il rischio di montarsi la testa già adesso che è bambino con conseguenze future facilmente immaginabili, nel senso che ne abbiamo vive testimonianze per esempio nella carriera di Belinelli, Bargnani e Gallinari, per non fare nomi (un altro bruciato giovane che faticosamente tentano di rimettere in carreggiata? Per esempio Datome?). Per fortuna il ragazzo ha alle spalle una famiglia con i fiocchi e con la testa saldamente ancorata sulle spalle, frequenta con ottimo successo un liceo esclusivo a Udine, insomma dà l'impressione, anche perchè la famiglia ha fatto la scelta più opportuna facendogli fare le prime esperienze fra i grandi nel campionato giusto e nella squadra di casa con un allenatore che ha tutto il tempo di svezzare i giovani, perchè l'ambiente è sanissimo e non gli crea inutili pressioni, di aver intrapreso la strada maestra verso un futuro (ancora però molto, ma molto lontano, questo dovrebbero ricordarlo tutti, ma proprio tutti!) da campione come si merita. Per uno così però quanti ce ne sono in Italia che abboccano alla prima lusinga di sirene interessate finendo poi nell'anonimato di frustranti campionati semiprofessionistici minori, senza arte né parte nella vita da grandi?