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La Scempio League della FIBA

Domani comincia l’NBA. E allora è il momento giusto per parlare di tutto altro, se non altro per provare a spiazzare tutti quelli che vorrebbero che questo spazio fosse come tutti quanti gli altri di basket dedicato all’NBA. Mi appello a tutti quelli che come a me l’NBA non potrebbe essere interessare di meno perché si facciano vivi e provino a far sì che questo spazio sia più o meno “NBA free”. O, in subordine, provino a non rispondere ai soliti trolls che sicuramente proveranno come sempre pervicacemente a spostare il dibattito su quanto succede nell’NBA, continuando anche a decantarne le sublimi doti, suscitando così come sempre succede le convulsioni all’autore di queste righe quando scorre i commenti a quanto lui scrive.

La Slovenia si è messa in moto

Posta arretrata. I tre secondi difensivi sono dal mio punto di vista, prendendola proprio filosoficamente ragionando sullo spirito ultimo di ogni gioco di squadra, la puttanata più gigantesca che mai sia stata inventata. Ogni gioco di squadra prevede che la squadra in difesa abbia tutte le possibilità legali per impedire alla squadra in attacco di segnare (gol, canestri, schiacciate…) e che l’attacco debba confrontarsi con qualsiasi tipo di difesa gli venga proposta per venirne a capo. Nella pallamano esiste la linea dei sei metri per ovvie ragioni di intasamento e per dare al portiere una possibilità qualsiasi di difendersi su tiri che vengono scoccati con le mani, dunque con gli arti incomparabilmente più abili e precisi che abbiamo. Nella pallacanestro non si tratta di far gol, ma di buttare la palla a canestro. Tutto qua. Per cui dire alla difesa come deve muoversi, con l’attacco che ha già comunque la netta prevalenza, sia perché tratta la palla con le mani, ma soprattutto perché il bersaglio è in alto e per impedire di centrarlo le armi in mano alla difesa sono incomparabilmente minori (e, come visto alle Olimpiadi, contro gente di 2 metri e 10 che segna da metà campo non c’è difesa che tenga), escogitare una regola che favorisce ulteriormente l’attacco per fare più spettacolo (e basta, ragioni tecniche vere non ce ne sono) è per me stomachevole. Uno è in area e la intasa? Bene, vuol dire che il suo uomo è da qualche parte liberissimo per tirare. Non è quello che vogliamo, in realtà? Battezziamo un non tiratore? Peggio per l’attacco. Che metta in campo uno che ci prende. Non può piangere che l’altro non lo marca se non segna. Cavoli suoi, non del difensore. No, è una regola stupida, idiota e contraria allo spirito del gioco.

Diamoci una regolata

Quanta carne al fuoco! Intanto una precisazione sul mio lungo e discussissimo excursus, diciamo così, genetico (anche se di genetico, per chi ha letto bene, non ha proprio nulla). Leggendo l’appunto di vincentvega con una cortese, ma precisa domanda, e rileggendo quanto da me scritto ho visto con raccapriccio di aver scritto una grossa cazzata. Nel senso che da quanto ho scritto si evince che io propugni l’idea che sia stata fatta ad arte una selezione artificiale da parte dei padroni degli schiavi e che ci sia una grande letteratura nel merito.Non può essere ovviamente vero, tenendo sempre in mente l’atteggiamento che si aveva verso gli schiavi all’epoca come praticamente subumani, per cui sarebbe stato strano che qualcuno si fosse preso la briga di immischiarsi in cose che in realtà non gli fregavano. La letteratura si riferisce ovviamente a tutte le storie, anche letterarie, filmate, di canzoni popolari (Leadbelly eccetera) sul periodo della schiavitù negli Stati Uniti che è, penso, ormai sviscerato in tutti i suoi aspetti.

Rendendomi conto comunque di non essermi spiegato chiedo scusa e abbandono definitivamente l’argomento. Anche perché mi rendo conto che il mio pensiero è stato totalmente stravolto. Quello che mi sembra indiscutibile è semplicemente che, come Mendel insegnava, quando si mescolano geni molto buoni, quello che ne esce non può essere male. E se a mescolarsi sono per generazioni geni di persone selezionate non dalla natura, ma da calamità artificiali prodotte da altri esseri umani, quello che ne esce alla fine non può che essere molto buono. Cosa che abbiamo fra l’altro sotto gli occhi in modo lampante. O contestate anche questo?

Intanto un grazie di cuore a Paolo per aver compreso perfettamente le mie ambasce e avermi ulteriormente spronato alla mia irrevocabile (che poi revoco, io mona, ogni volta) decisione di lasciar perdere coloro che pervicacemente tentano di convertire all’unico Verbo cestistico che ci sia, quello dell’NBA, gli infedeli che non ci stanno. Ma che soprattutto ringrazio per avermi accomunato addirittura a una somma penna del giornalismo italiano quale Gianni Clerici (che leggevo avidamente già da piccolo quando scriveva per il Giorno – ricordo che quasi piansi leggendo la sua descrizione della sconfitta di Pietrangeli al quinto set di una semifinale di Wimbledon contro l’allora dominante Laver). E’ perfettamente esatto: nel mio piccolo propugno nel basket quanto lui da secoli afferma per il tennis. Đoković potrà anche battere Laver 6-0, 6-0, ma un match Laver-Rosewall vale in una vita di appassionato di tennis da solo tutti i grandi scontri al vertice di quest’ultimo secolo. Come lo capisco!

Che razza di basket

Prima di rispondere a un paio di domande molto interessanti che mi sono state poste qualche sassolino fuori dalle scarpe. Lo giuro, ne parlo per l’ultima volta, perché evidentemente dire milioni di volte la stessa cosa con il risultato fisso e sconfortante di avere la netta impressione di parlare a gente sorda perché semplicemente non vuole sentire è molto frustrante. Che però a me, asino, il bue mi dia del cornuto questo proprio non lo posso digerire. Prendo a esempio il post di Stefano, uno che se non altro mi si è rivolto in tono cortese e educato, cosa che apprezzo tantissimo (anche se poi nel finale ha sbracato un po’, ma è comprensibile…). Se per caso viene dalle mie parti sarei molto contento di andarci a bere assieme una birra dicendoci tutto faccia a faccia (l’unico modo che concepisco per parlare con le persone, per questo mi piacciono tanto le sconvenscion), magari insultandoci a vicenda per poi bere la birra della staffa. Sono ormai più di sei anni che esiste questo blog e non ricordo l’infinità di volte che ho tentato di spiegare a suon di argomenti perché l’attuale NBA non mi piaccia per niente, Fondamentalmente le ragioni a mio avviso sono due: la grandissima popolarità creata a suon di merchandising e propaganda che ne ha fatto uno spettacolo a volte fine a se stesso, cosa che poi rende molto difficile riacquistare la mentalità giusta quando le partite si fanno importanti, ma soprattutto perché il reclutamento ha perso ogni aggancio con il basket propedeutico e formativo dei college. E il divario stridente fra il gioco degli americani uomini e delle americane in queste Olimpiadi è per me la prova definitiva di quanto supposto. Le prove sono lì, basta avere l’onestà intellettuale di considerarle. Per quanto mi ricordo l’ultimo senior prima scelta è stato Tim Duncan ancora profondamente nel secolo scorso, non proprio l’ultimo scemo, e infatti per tutta la carriera è stato un manuale di tecnica e concretezza. Poi solo balzi, direttamente dal liceo per i più forti, da Kobe a Lebron, massimo dopo un anno tipo Melo e via dicendo.

 

Il vero basket è quello USA (ma non quello che pensate voi...)

Per cominciare innanzitutto mi scuso con chi avrebbe avuto voglia di sentire le mie opinioni olimpiche per farmi vivo solo adesso. Le ragioni sono molteplici: alcune, diciamo così, strutturali, altre contingenti. Quella strutturale fondamentale l’ha individuata molto bene Franz nel suo lungo contributo che mi vede fra l’altro d’accordo al 99% (non dico 100 per non dargli troppa soddisfazione): leggendo i commenti che venivano via via postati e che hanno visto un profluvio di trionfanti peana da parte degli estremi adoratori del basket NBA che purtroppo continuano a voler creare proseliti su questo sito invece di sbrodolarsi sui siti occupati dai loro simili e che sono riusciti a far tacere a suon di bombardanti contro-commenti in stereofonia tutti coloro che volevano in qualche modo ragionare (a parte Edoardo che, mi scuserà, ma più di qualche volta si mette sul loro stesso piano con ciò solo dando fuoco a ulteriore benzina), mi è semplicemente passato qualsiasi tipo di voglia. Io spero che i silenziati siano solo dormienti e che continuino a leggere quanto scrivo perché in questo modo posso sperare di non essere da solo sul mio pianeta che, mi sembra, sia sempre più su qualche lontana galassia, visti i commenti anche su autorevoli giornali che mi danno la straniante percezione di aver visto tutt’altra cosa rispetto a quella che è stata, almeno nella percezione comune. Mi consolo un po’ pensando che durante le Olimpiadi tutti si ritengono esperti di tutto, di tiro con l’arco, di judo, di badminton, per cui si ritengono anche esperti di basket pur avendo visto solo qualche partita di tanto in tanto, ma come consolazione è estremamente magra, se quella che ho percepito è la sensazione generale su cosa sia e dove stia andando il basket attuale.

Il doping in fumo

Un breve intermezzo per mettere alcune cose in chiaro, visto che l’argomento è serio e sono contento che ve ne rendiate tutti conto e ne siate preoccupati. Alcuni commenti all’ultimo post non mi sono piaciuti, ma non certo per colpa vostra, visto che quanto ho scritto poteva essere interpretato come una mia ammissione che la lotta al doping sia senza speranza e che dunque tanto varrebbe legalizzarlo.

Un’idea del genere è quanto di più lontano possa esserci dalla mia mentalità. Quello che volevo sottolineare nel mio intervento precedente è che sull’argomento c’è più che un velo uno spesso strato di ipocrisia falso-buonista che ricopre tutto e che fa ragionare la maggior parte della gente per stereotipi con ciò ottemperando al meglio a quanto i fautori della “Nacht und Nebel” (uso apposta questa espressione forte di sinistra memoria per ribadire che a mio avviso si tratta di criminali tout court) si propongono, cioè di ammantare tutto il discorso in un velo di nebbia e frasi fatte e di creare così una perfetta arma di distrazione di massa. Insomma mi premeva di fare una fotografia intanto per fissare le cose come sono e per poter dunque cominciare a ragionare partendo dalla situazione reale e non da quella edulcorata e melensa che ci propongono i media, soprattutto quelli che sono molto vicini alle stanze del potere sportivo.

È Stato il doping

Prima di tutto due risposte a domande che mi avete posto negli ultimi commenti. A Luca67: Bruno Petrali ha compiuto l’anno scorso i 90 anni, giubileo che è stato celebrato con un articolo a tutta pagina dal quotidiano della minoranza italiana nell’ex Jugoslavia, La Voce del Popolo. Bruno (all’anagrafe Dante, poi per sempre Bruno per via della sua capigliatura corvina) è stato infatti, mentre faceva per hobby le telecronache per Capodistria, per lunghi anni Presidente del Teatro stabile italiano di Fiume. Aveva infatti un passato da notissimo attore-cantante, e infatti nei primi tempi a Capodistria veniva spesso a fare le telecronache direttamente da Abbazia dove si esibiva d’estate con il suo complesso (con clamorosi inattesi, ma forse neanche tanto, visto il suo regime di vita all’epoca, abbiocchi durante la trasmissione). Subito dopo la guerra era uno dei due cantanti confidenziali (una specie di Teddy Reno) più famosi di tutta Jugoslavia. Attualmente è ovviamente da tantissimi anni in pensione, vispo e arzillo, tanto che per esempio un giorno mi ha chiamato per telefono per vedere se funzionava lo Skype che gli aveva installato il figlio. “Bruno, auguri, come la sta?” ”Mah, cos’ te vol che te digo, se tira avanti, fazzo qualcosa, ogni tanto vado a pescar, qualche cossa se trova sempre”. Grandissima persona. Eravamo veramente una bella compagnia, a Capodistria, modestia a parte.

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