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Liberi e perfide

Visto che ho tutto il tempo che voglio posso anche intervenire più frequentemente, per cui, attenzione, la minaccia della moltiplicazione dei post è reale e incombente. 

Due gli argomenti sui quali mi tirate in ballo e chiedete la mia opinione. Sul primo la risposta è molto facile, corroborata dall’esperienza e da una serie di ragionamenti poco confutabili, basati come sono sulla fisica più elementare di tipo galilean-newtoniano. La risposta è un inequivocabile sì: per i lunghi imparare a tirare i liberi è molto più difficile rispetto ai piccoli. La ragione è del tutto indipendente da quel che si pensa comunemente, che cioè, detto in breve, i lunghi sarebbero più imbranati e dunque dovrebbero lavorare molto di più per trovare la coordinazione giusta. La ragione, anzi, le due ragioni sono del tutto diverse e con la presunta imbranaggine non c’entrano nulla.

Timbrare il cartellino

Scrivo questo contributo dal mio ufficio che abbandonerò per un po’ di tempo (in attesa che mi facciano il contratto per le collaborazioni esterne – non ho alcuna intenzione di abbandonare del tutto al mia professione, è semplicemente che lavorando a gettone potrò finalmente fare il mio “vero” lavoro, cioè arrivare, fare il servizio e, una volta finitolo, andarmene a casa senza la terrificante rottura di palle del cartellino da stampare dopo un tot di ore decise a pene di segugio, come fossimo impiegati dietro ad un burocratico sportello) dopo che fra circa due ore stamperò per l’ultima volta il cartellino prima di pagare la cena ai colleghi ed andarmene in pensione.

Proposta sconvenscion

Intanto subito una proposta: sentita un po’ di gente penso che il giorno migliore per la annuale sconvescion estiva sia sabato 22 giugno, sempre sperando che per allora sia venuta se non l’estate, almeno la primavera. Luogo (orario no, ovviamente quello solito) da stabilire, però, abbiate fiducia, la macchina organizzativa è già in moto.

Devo dire che dei playoff italiani ho visto ben poco, essendo la proposta sportiva di questi tempi molto variegata, tra calcio con le varie finali di Coppa (ebbene sì, onestamente a me il calcio piace da sempre, quello che ovviamente non sopporto è che in Italia sia lo sport che fagocita tutti gli altri, addirittura più nella pervicace ossessiva copertura dei media che non nella reale percezione della gente, soprattutto quella giovane), ciclismo con il Giro dove un “mio” è assoluto protagonista, anche se mi ha fatto andare su tutte le furie quando si è lasciato andare a squallidi “mind games” con Nibali consegnando de facto la corsa a Carapaz (poi è caduto, ha avuto problemi di stomaco – che nessuno ha riportato – dai quali si sta riprendendo a fatica, ma questo allora, quando in bici volava, non poteva saperlo) e ora anche con il Roland Garros.

Il peggior migliore di sempre

Per commentare le Final Four dell'Eurolega vorrei ancora una volta citare quanto ha scritto il mio amico e collega, con il quale, chissà perché, sono sempre perfettamente d'accordo, nel suo commento che è andato in onda in Zona Sport su TV Capodistria lunedì scorso:

“In effetti abbiamo difficoltà ad inquadrare quanto successo. Abbiamo visto in finale della massima competizione mondiale per club, NBA esclusa ovviamente, due squadre che hanno giocato una bella partita, molto intensa e con difese eccellenti, merito questo sicuramente dei giocatori e dei coach, che sono stati entrambi da promuovere a pienissimi voti per come hanno messo in campo le loro squadre, ma non abbiamo visto grande qualità. Siamo onesti, ma due squadre che in centro hanno una il buon vecchio Hunter già a Siena, e lo straordinario, ma pur sempre di anno in anno più anziano e comunque sempre troppo basso, Hines da una parte, e il bravissimo Dunston con accanto il deserto, non nominiamo neanche il comico, non ci sono altri aggettivi, Pleiss, dall'altra.

Insieme aperto

Scusate se mi allargo un tantino, ma comincia a serpeggiare in me il malsano dubbio che questo blog sia letto anche da persone che non pensavo lo facessero, che anzi pensavo che non sapessero neanche che esiste. Intanto ho sentito il buon Trigari nominare il coach del Barcellona correttamente Pešić per tutta la partita, e poi mi piacerebbe pensare che Fanelli e De Pol possano essere stati contagiati da quanto scritto qui quando hanno fatto la cosa più semplice e ovvia e che ogni telecronista dovrebbe fare per principio, e cioè andare dal giocatore con un cognome la cui pronuncia si presta a qualche dubbio rivolgendogli la semplice domanda: “Ma tu, scusa, in realtà come ti chiami?”. E, Skuer mi perdonerà, ma non credo che questa sia una cosa particolarmente da presunti “intellettualoidi”.

In merito vorrei fare un’altra prova, tentare di far passare l’idea che il centrocampista serbo dell’Arsenal si chiama in realtà “Kolascìnatz”. Chissà, se riesce anche questa, allora il malsano dubbio potrebbe quasi diventare certezza.

Furia iconoclasta

Mi è molto piaciuta la citazione di Edoardo di quanto ha scritto Nenad Kiš (uno che sa esattamente tutto del basket e che ho avuto modo di conoscere durante la mia presenza a Belgrado per la presentazione della traduzione del mio libro e che mi fece anche una lunga e interessante intervista – a proposito, non so chi lo ha scritto, ma il coach del Barcellona si chiama Svetislav Pešić che si legge Pescich e non “Pesich”, proprio come Perišić si legge Periscich e non “Perisich”, come ormai, ahimé, dicono proprio tutti i telecronisti in Italia – è proprio tanto difficile sforzarsi di pronunciare giusto? Eppure il suono in italiano è presentissimo, a cominciare dalla parola scienza, o semplicemente conoscenza, in poi) in merito a Krešo Ćosić, che è poi esattamente quello che scrivo io nel mio libro quando tento di spiegare perché sia stato il più grande giocatore jugoslavo di tutti i tempi e, per quanto riguarda l’Europa, se non il più grande, certamente il più importante, quello che ha portato il basket europeo, con la sola sua presenza, a sbarcare nello stesso pianeta che all’epoca era occupato dagli USA.

Università indifendibili

Breve intermezzo da ferie casalinghe. Inciso: per me ferie vuol dire fare un emerito tubo e godermi l’ozio, ma a volte il troppo è troppo. Intanto una risposta a Edoardo che si chiede da dove derivi il mio “ostracismo” nei confronti del basket di college. Ostracismo è una parola molto forte che implica anche una connotazione di rifiuto ideologico dell’attività a cui ci si riferisce, ragion per cui non è certamente pertinente ai miei sentimenti. Più che ostracismo direi totale disinteresse, quello senz’altro. La ragione penso di averla spiegata in un post precedente e credevo di essere stato chiaro. Evidentemente non lo sono stato, per cui provo a spiegarmi meglio partendo un po’ più da lontano. Il basket era il più bel gioco del mondo, perché più di tutti gli altri sport di squadra, oltre alle indispensabili doti fisiche e atletiche, peculiari e molto importanti che altri sport non richiedono (e questo è stato da sempre il suo unico punto debole), prevedeva che per svolgerlo si dovesse essere in possesso di doti di creatività, inventiva, di reazioni istantanee a stimoli sempre diversi, di intelligenza nel proporsi nel gruppo in modo proficuo alle sorti della squadra di cui si faceva parte che altri sport di squadra, chi più chi meno, non avevano. Con la reazione violenta impressa al basket dalla sciagurata scelta dell’NBA di portarlo dalle palestre universitarie ai playground urbani tutto questo patrimonio di intelligenza applicata è andato clamorosamente a farsi benedire. Il basket è diventato uno sport da forzuti primati che si esaltano nel balzo felino, nell’urlo continuo con conseguente battuta del petto (mai visti documentari sui gorilla?), e tutta la creatività si è ridotta a una specie di istinto primordiale che dice di fare cose possibilmente spettacolari, ma normalmente poco consone al momento nel quale vengono fatte. Con la conseguenza che il basket dell’NBA è fondamentalmente un gioco da decerebrati guidati dall’istinto.

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