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Insieme aperto

Scusate se mi allargo un tantino, ma comincia a serpeggiare in me il malsano dubbio che questo blog sia letto anche da persone che non pensavo lo facessero, che anzi pensavo che non sapessero neanche che esiste. Intanto ho sentito il buon Trigari nominare il coach del Barcellona correttamente Pešić per tutta la partita, e poi mi piacerebbe pensare che Fanelli e De Pol possano essere stati contagiati da quanto scritto qui quando hanno fatto la cosa più semplice e ovvia e che ogni telecronista dovrebbe fare per principio, e cioè andare dal giocatore con un cognome la cui pronuncia si presta a qualche dubbio rivolgendogli la semplice domanda: “Ma tu, scusa, in realtà come ti chiami?”. E, Skuer mi perdonerà, ma non credo che questa sia una cosa particolarmente da presunti “intellettualoidi”.

In merito vorrei fare un’altra prova, tentare di far passare l’idea che il centrocampista serbo dell’Arsenal si chiama in realtà “Kolascìnatz”. Chissà, se riesce anche questa, allora il malsano dubbio potrebbe quasi diventare certezza.

Furia iconoclasta

Mi è molto piaciuta la citazione di Edoardo di quanto ha scritto Nenad Kiš (uno che sa esattamente tutto del basket e che ho avuto modo di conoscere durante la mia presenza a Belgrado per la presentazione della traduzione del mio libro e che mi fece anche una lunga e interessante intervista – a proposito, non so chi lo ha scritto, ma il coach del Barcellona si chiama Svetislav Pešić che si legge Pescich e non “Pesich”, proprio come Perišić si legge Periscich e non “Perisich”, come ormai, ahimé, dicono proprio tutti i telecronisti in Italia – è proprio tanto difficile sforzarsi di pronunciare giusto? Eppure il suono in italiano è presentissimo, a cominciare dalla parola scienza, o semplicemente conoscenza, in poi) in merito a Krešo Ćosić, che è poi esattamente quello che scrivo io nel mio libro quando tento di spiegare perché sia stato il più grande giocatore jugoslavo di tutti i tempi e, per quanto riguarda l’Europa, se non il più grande, certamente il più importante, quello che ha portato il basket europeo, con la sola sua presenza, a sbarcare nello stesso pianeta che all’epoca era occupato dagli USA.

Università indifendibili

Breve intermezzo da ferie casalinghe. Inciso: per me ferie vuol dire fare un emerito tubo e godermi l’ozio, ma a volte il troppo è troppo. Intanto una risposta a Edoardo che si chiede da dove derivi il mio “ostracismo” nei confronti del basket di college. Ostracismo è una parola molto forte che implica anche una connotazione di rifiuto ideologico dell’attività a cui ci si riferisce, ragion per cui non è certamente pertinente ai miei sentimenti. Più che ostracismo direi totale disinteresse, quello senz’altro. La ragione penso di averla spiegata in un post precedente e credevo di essere stato chiaro. Evidentemente non lo sono stato, per cui provo a spiegarmi meglio partendo un po’ più da lontano. Il basket era il più bel gioco del mondo, perché più di tutti gli altri sport di squadra, oltre alle indispensabili doti fisiche e atletiche, peculiari e molto importanti che altri sport non richiedono (e questo è stato da sempre il suo unico punto debole), prevedeva che per svolgerlo si dovesse essere in possesso di doti di creatività, inventiva, di reazioni istantanee a stimoli sempre diversi, di intelligenza nel proporsi nel gruppo in modo proficuo alle sorti della squadra di cui si faceva parte che altri sport di squadra, chi più chi meno, non avevano. Con la reazione violenta impressa al basket dalla sciagurata scelta dell’NBA di portarlo dalle palestre universitarie ai playground urbani tutto questo patrimonio di intelligenza applicata è andato clamorosamente a farsi benedire. Il basket è diventato uno sport da forzuti primati che si esaltano nel balzo felino, nell’urlo continuo con conseguente battuta del petto (mai visti documentari sui gorilla?), e tutta la creatività si è ridotta a una specie di istinto primordiale che dice di fare cose possibilmente spettacolari, ma normalmente poco consone al momento nel quale vengono fatte. Con la conseguenza che il basket dell’NBA è fondamentalmente un gioco da decerebrati guidati dall’istinto.

Insegnamento ad eliminazione diretta

Per toccare un po' di attualità vorrei cominciare con una citazione del commento di un giornalista amico mio sull'ultima partita di Eurolega dell'Armani Milano contro il Fenerbahce. Devo dire che sono molto d'accordo: "L'Armani Milano era attesa a una partita fondamentale, assolutamente da vincere per poter sperare nei playoff, contro i leader in classifica del Fenerbahce Istanbul, presentatisi però a Milano senza tre giocatori fondamentali quali Vesely, Lauvergne e Sloukas. Quelli che sono arrivati però sono bastati e avanzati per battere una Milano totalmente sconclusionata, senza il minimo straccio di idea di cosa fare in campo, ma soprattutto con giocatori, Mark James in testa, che sembravano in campo solo perchè costretti, con un linguaggio del corpo che comunicava miglia lontano che avrebbero voluto essere in qualsiasi altro posto meno che lì. Tecnicamente è stata una mattanza fra una squadra che sapeva benissimo cosa fare e l'altra che si affidava a lampi individuali, Nunnally e poi ogni tanto Jerrells, per il resto era caos disorganizzato (Sergio Tavčar, TG sportivo di TV Capodistria di venerdì 30/3)".

Mi Alma perdida

Non so quando queste righe vedranno la luce, in quanto il mio administrator è in vacanza in Argentina, incredibilmente connesso molto precariamente (che il mio esempio, dai e dai, abbia creato la base per qualche riflessione controcorrente? Se fosse così, sarebbe troppo bello), per cui non ci sono realistiche possibilità fino a domenica 31 che questo testo venga messo in rete.

Posso dunque prendermela comoda e non parlare di attualità, se non agganciarmi per un istante a quanto riportato da Walter nei commenti sugli eventi di due settimane fa, pieni di straordinari successi che per me si sono completati (oltre alla goduria per la vittoria della Juve, sia per la vittoria in sé, sia per la perversa soddisfazione di vedere strangolati in gola ai gufi antijuventini tutti i latrati vomitanti odio che si sarebbero esalati in caso di eliminazione – poi ha perso anche l’Inter, il che in sé mi lascia freddo, ma pur sempre come conseguenza gli interisti, almeno loro, avranno, spero, il pudore di non aprire più bocca, visto che non gli conviene) con la doppia vittoria a Vikersund della squadra slovena sabato e del redivivo Domen Prevc domenica sul trampolino di voli più grande che ci sia al mondo.

Ricordo bene

Sono finiti i Mondiali di sci nordico che ho commentato a manetta seguendo tutte le gare di fondo e salti con normalmente due telecronache al giorno per 3-4 ore di microfono in mano. Ora ho un paio di giorni di pausa, per cui posso respirare e rifarmi vivo. Dico subito però che non mi sono stancato né spossato, in quanto tutte le gare sono state interessanti, alcune addirittura magnifiche, salvo i salti degli uomini dal trampolino medio che per le condizioni atmosferiche sono state una assoluta lotteria, anche se poi il podio, Kubacky, Stoch e Kraft, lascerebbe supporre che sia stato tutto regolare.

Nomi da dimenticare

Volevo accennare anch’io alle irresponsabili e farneticanti parole neo-irredentiste pronunciate domenica a Basovizza. E finché Salvini dice che nelle foibe vennero gettati i bambini come a Auschwitz…va be’, si sa, un fascista rimane tale e dunque che dica certe cose non meraviglia, ma che il Presidente del Parlamento europeo si lasci andare a esclamazioni totalmente grottesche e fuori dal mondo nell’anno del signore 2019, a 74 anni dalla fine della guerra (per la prospettiva storica: dalla fine della guerra sono passati tanti anni circa come ne passarono dal Congresso di Berlino all’inizio della seconda guerra mondiale, dunque un bel po’ di tempo con tante cose che sono successe in mezzo, che ne dite?), questo onestamente non me lo sarei aspettato neanche negli incubi notturni da indigestione. Però avete detto tutto voi, e soprattutto lo ha fatto in modo eccellente il corrispondente di Severgnini, per cui io aggiungo solo che purtroppo le cose a mio avviso non cambieranno mai per una semplice ragione: che in Italia sono state dimenticate, o volontariamente rimosse due cose fondamentali: 1) che la guerra sul fronte italo-jugoslavo l’ha cominciata lei e che 2) poi questa guerra l’ha persa senza se e senza ma con la rotta dell’8 settembre.

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