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Mars Attacks!

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Creato Giovedì, 04 Ottobre 2018 Scritto da Administrator

Mamma mia! Non pensavo mai che un amico (Andrea-Llandre) potesse farmi stare tanto male. Non solo mi ha fatto letteralmente rivoltare le budella con il resoconto delle farneticazioni scientifico-esoterico-cabalistiche del suo giovane esperto americano che però sono convinto arrivi direttamente da Marte se non da qualche pianeta di qualche galassia lontana sul quale l’umanità si è estinta, o per meglio dire è stata spazzata via dall’intelligenza artificiale che, una volta deciso che l’umanità, mortale per condanna naturale alla nascita, era ovviamente più debole di macchine create per essere eterne, ha deciso razionalmente di sbarazzarsene per avere via libera senza ingombri creati da esseri inferiori (e non penso tanto a HAL quanto a tanti racconti di Asimov che nel ciclo robot toccano proprio questo tema), ma poi non contento ha piazzato anche l’ultimo chiodo nella mia ferita con la citazione del decerebrato tifoso che dice tranquillamente che preferisce vedere lo spettacolo offertogli dagli steroidati, in quanto sono capaci di prodezze che i “puliti” non potranno mai offrirgli.

 

Un tema alla volta. Ovviamente per voi che mi conoscete le farneticazioni del marziano sono magari anche logiche, matematicamente inconfutabili, ma con il gioco del basket, o se per quello del calcio, della pallavolo, della pallamano, dell’hockey…non c’entrano per niente, in quanto si riferiscono a un universo che in un gioco sportivo, e sottolineo gioco, non c’entra un’emeriterrima mazza. Qualcuno ha mai pensato di spiegare il fenomeno Maradona con i numeri? Ridicolo, vero? E allora perché di grazia nel basket, basket creativo e “artistico” almeno come il calcio, una cazzata del genere dovrebbe essere presa sul serio? Sarebbe come spiegare la Gioconda o la Cappella Sistina con i numeri, dicendo che le proporzioni sono queste e quelle, che il nostro senso artistico viene esaudito grazie al fatto che gli artisti hanno messo le cose giuste al punto giusto, eccetera. Tutti gli studenti di una scuola d’arte studiano alla perfezione come si compone un quadro, ma poi bisogna dipingerla, la Gioconda. E questo ha potuto farlo solo Leonardo. O come nella musica: Salieri sapeva benissimo come si compone un qualsiasi pezzo musicale, ma poi gli arriva un Mozart che in un batter d’occhio improvvisa una musica celestiale senza alcuno sforzo e lui va in paranoia. Ora, senza scomodare esempi eccelsi come questo, un gesto tecnico-atletico nel basket (o nel calcio, nella pallamano…) è una cosa altamente paragonabile a una forma di espressione artistica che per definizione non ammette numeri a descriverla, ma solo emozioni e appagamento estetico.

Si parla di “soft skills”. Che c…. di soft skills! Questi sono i veri, very “hard skills”, sono gli skills che fanno vincere le partite di ogni sport che, essendo un  gioco infarcito di mille variabili non  controllabili fra i quali la fortuna, o caso per chi non ci crede (non è certamente il mio caso), riveste un posto di primissimo e spesso decisivo piano, non è possibile in alcun, ma proprio nessunissimo modo, descrivere con numeri di qualsiasi tipo.

E allora le statistiche e tutti gli staff che mettono in piedi numeri, tabelle e quant’altro? Sono tutti scemi? Beh, per quanto mi riguarda il mio sospetto che un tantino proprio non ci arrivino all’essenza, al significato vero dello sport di cui si occupano, è abbastanza forte, ma provo lo stesso a estraniarmi dalle mie convinzioni e provare a ragionare in modo il più obiettivo possibile. Prendiamo un caso banale. Se un giocatore ha una mano quadra, mentre un altro la mette anche dallo spogliatoio, è solo ovvio che i giochi della mia squadra tenderanno a che il primo non tiri mai e il secondo il più possibile. A parte il fatto che una cosa del genere si vede anche dalla Stazione spaziale e che non occorrono statistiche per rendersene conto, il discorso che voglio fare è che i numeri possono in molti casi aiutare un coach a decidere cosa sia meglio per la sua squadra. Tutti noi che abbiamo giocato a basket sappiamo benissimo che ognuno di noi ha una mattonella preferita dalla quale tira con molto più successo rispetto a qualche altra posizione nella quale proprio non riesce a “vedere” il canestro. E dunque i giochi devono essere svolti in modo che ognuno tiri da dove si sente meglio. Oddio, anche in questo caso non vedo proprio perché bisogni ricorrere ai numeri, basterebbe guardare ogni giocatore in allenamento da dove preferisce tirare e magari chiedergli anche da dove vorrebbe tirare in partita. Quello che voglio dire è in definitiva la scoperta dell’acqua calda, acqua scoperta da qualsiasi allenatore “normale” già agli inizi del suo mestiere, e che cioè bisogna mettere i giocatori a loro agio, far fare loro quello che sanno fare meglio e provare a fare in modo che non siano mai costretti a fare cose che non sanno o non vogliono fare. Cosa che vale in modo speculare in difesa. Da quando il basket è basket la miglior difesa è quella che costringe gli avversari a fare cose a cui non sono abituati e non permette loro di fare le cose nelle quali sono a loro agio. Oggigiorno si tira molto da tre perché, come scoperto dopo profondissimi studi dal marziano di cui sopra, le medie sono migliorate grazie all’ abitudine di trovare sul campo una riga che ti dice di essere esattamente ad una determinata distanza dal canestro, per cui con l’allenamento puoi automatizzare il tiro sapendo perfettamente quale forza imprimere alla parabola del pallone. D’accordo, non si può discutere. Poi però se ne trae una conclusione totalmente strampalata e semplicemente mentecatta per cui si tende a fare in modo che tirino da tre anche i lunghi. Un tiro però può anche uscire, non è detto che entri sempre, così almeno sembra leggendo i numeri dopo ogni partita. E quando un tiro esce mi sembra che anche nel basket moderno sia auspicabile che il rimbalzo lo prendiamo noi piuttosto che i nostri avversari. E per prendere un rimbalzo continuo ad essere convinto che un giocatore grande, grosso e lungo abbia molte più possibilità di prenderlo rispetto a uno piccolo, magro e mingherlino. La conseguenza di questo ragionamento che a me sembra più che banale stupido nella sua ovvietà mi sembra che sia incontrovertibile: se tiro da tre voglio farlo con un piccolo per avere il lungo a rimbalzo e dunque se un lungo mi va fuori a tirare da tre gli sputo in un occhio e lo caccio in panchina. Inciso: da quanto detto potete capire facilmente come il pick-and-pop sia una giocata (?) che, ogni volta che la vedo, mi fa venire l’orticaria. Un lungo può dunque tirare da tre solamente in condizioni particolari. Per esempio quando sono sotto a poco dalla fine e perso per perso la butto in bagarre e lascio tirare un po’ tutti, basta che lo facciano il prima possibile. O ancora: in campo ho Porzingis. Ho l’ultimo attacco e sono sotto di due. Posso decidere di andare per il tiro da due e il supplementare o provare a vincere con un tiro da tre. Ecco, in questo caso avendo Porzingis che da tre è assolutamente non stoppabile avendo 2 metri e 20 e ha una mano d’oro, in questo caso, ma solo in questo caso, ritengo che sia giusto che l’ultimo tiro lo affidi a lui per vincere la partita. Per il resto lo voglio sotto canestro per tutta la partita. Come del resto fece nel secondo tempo del famoso quarto di finale contro la Slovenia agli ultimi Europei, forse la più bella partita di questo decennio, quando, una volta spostatosi sotto fu totalmente devastante e solamente una eroica partita di Gasparone Vidmar che in qualche modo riuscì a tamponarlo permise alla Slovenia alla fine di vincere.  

In tutta questa fantasmagorica ridda di numeri che vengono sciorinati mi manca solo un dato: secondo queste fantastiche tabelle quale sarebbe il modo migliore in una partita di fare il maggior numero possibile di punti con il minimo di tiri tentati? Forse segnandoli tutti? Grazie al c…., tutti noi sappiamo che se, ogni volta che alzo la mano segno, la partita la vinco di sicuro. Altro esempio sull’idiozia della nuova venerazione delle magnifiche sorti del tiro da tre. La mia squadra ha un marcantonio che sotto canestro è semplicemente immarcabile perché ha un grandissimo repertorio di finte, perché ha un gran gioco di gambe molto veloci e reattive, perché da sotto il metro ha il 100%, perché ha sia il fisico che le conoscenze tecniche per arrivare sempre e comunque a un buon tiro. Fate il conto Jabbar, Olajuwon, o Robinson o Duncan, fate voi. Mi spiegate perché il mio gioco non dovrebbe essere logicamente imperniato come prima soluzione ad un servizio al fenomeno perché concluda lui il più vicino a canestro possibile con ciò costringendo la difesa a collassare e dunque a creare spazio ai miei tiratori da fuori? Mi spiegate perché, in nome di quale basket, dovrei stravolgere questa lampante logica per partire dapprima con la conclusione da tre e poi, una volta che la difesa è sparsa per il campo, dare la palla sotto al lungo il più solo possibile perché se qualcuno lo disturba è capace di palleggiarsi sul piede o schiacciare sul ferro? E si ritorna sempre lì. Per dare la palla al lungo bravo ci deve essere anche uno che sappia dargliela al momento giusto con i tempi giusti, dunque ci vuole un altrettanto bravo play. Si ritorna cioè alla famosa asse play-pivot che, da che basket è basket, ha sempre deciso le sorti di una squadra. Ormai non si usa più così? OK. Ma, ed è il tarlo che mi rode in modo devastante, se ci fosse un, dico un coach che ritornasse alle basi sempiterne del basket e contrariamente a tutte le allucinate e stravolte mode imperanti  mettesse in piedi una squadra che giocasse come si giocava una volta con le logiche su esposte che non mi sembra possano essere in alcun modo confutate, trovando gli uomini giusti per ogni ruolo e facesse fare loro le cose che una volta sembravano logiche e ovvie, mi domando quali risultati otterrebbe. La mia impressione è che tutti gli riderebbero dietro, ma lui stranamente vincerebbe sempre. 

Del resto questa mia impressione ha avuto una fenomenale conferma quando ho visto il Belgio femminile arrivare a un pelo da una medaglia mondiale. Contro la Spagna nella finalina, Spagna che giocava il basket moderno con tutte le sue belve fisicamente devastanti, il Belgio ha giocato un basket scarno, straordinariamente semplice nella sua concezione di base. Eppure andava a canestro come e quando voleva. Aveva una bravissima play e due centri che giocavano da centro. Peccato che abbiano sbagliato tiri da mezzo centimetro in modo incomprensibile, se no avrebbero vinto facilmente come avevano fatto fra l’altro nel girone contro la stessa Spagna. Del resto le stesse americane, evidentemente rimaste indietro nello sviluppo del basket moderno, giocavano in modo logico e intelligente (forse perché di fosforo, fra Taurasi e Byrd, ne posseggono in quantità debordante?) ed è stato veramente un piacere guardarle.

Sull’argomento ci ritornerò di sicuro perché ho ancora un’infinità di cose da dire. Provocatemi pure, sono pronto al mio posto di combattimento. Prima di finire, per ora, vorrei ancora toccare il secondo tema, quello del “me ne frega se sono dopati, voglio spettacolo”. Frase che conferma in modo agghiacciante che siamo ormai, parlo proprio di spirito dei tempi in cui viviamo (il famoso zeitgeist), alla fase del tardo impero, cioè siamo ormai nella fase più ripidamente calante di quella che chiamiamo civiltà occidentale. Siamo cioè nella fase dei “circenses” più smaccati, quella in cui la gente si accontenta di assistere a spettacoli che sa in cuor suo che sono fasulli, taroccati, nei quali i principali attori sono finti, pompati artificialmente, e i loro spettacoli sono tali, fine a loro stessi, a volte anche arrangiati in anticipo (ma pensate veramente che, con il business gigantesco che c’è in merito alle scommesse sportive tutto quel che succede sia limpido come la rugiada?), ma di questo fatto gliene frega niente, in quanto vuole solo dimenticare tutto quel che succede nella vita reale immergendosi in spettacoli virtuali che in  qualche modo appagano e riempiono il vuoto culturale e affettivo nel quale è immersa quotidianamente. Un mondo nel quale i valori veri, quelli che fanno dell’umanità la massima espressione della vita nell’universo, sono messi da parte nel nome di uno stordimento momentaneo. Gli steroidati sono gente che morirà presto, o che comunque avrà una vita brutta e sofferente, perché il doping per prima cosa fa male, molto male, ma di questo a nessuno sembra importare nulla. Basta che faccia spettacolo. Che brutto mondo. Fermatelo, voglio scendere.