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Coach e analisi di un fenomeno...

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Creato Venerdì, 29 Aprile 2011 Scritto da Sergio Tavčar

Quando vengo tirato in ballo non sono certo uno che si tira indietro, per cui la vostra curiosità sarà soddisfatta. Prima però di parlare dei coach americani e delle stelle high school (per quanto sembri incredibile, anche se per sbaglio, l'All Star delle polpette l'ho visto anch'io) vorrei subito parlare di una cosa che mi sta da sempre a cuore in fatto di regolamento e che avete tirato in ballo nei commenti al post precedente in modo molto pertinente. Parlo dell'eterna diatriba sul fallo antisportivo o meno. Che, come definizione, se ci pensate un pochino, è in realtà una tautologia: io onestamente di falli sportivi non ne ho mai visti, in quanto lo sport per definizione dovrebbe essere corretto, perché se no gli arbitri cosa ci stanno a fare (e infatti, quando fischiano, fischiano una punizione, non certo un premio)? Questo per dire che secondo me bisognerebbe tornare a razzo alla vecchia definizione molto meno ipocrita di fallo intenzionale, in quanto la definizione stessa chiarisce in questo caso molto, ma molto meglio l'ambito nel quale bisogna muoversi.(Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto").

 

Obiezione: e allora il fallo per impedire ad uno di segnare (che è poi la ragione per cui hanno cambiato dicitura)? Facile: il fallo normale di gioco non cattivo che tronca una situazione di vantaggio per gli avversari fa parte intrinseca del gioco e deve essere perciò accettato tranquillamente. Lo è in ogni sport e non si vede perché non dovrebbe esserlo nel basket. Fra l'altro sotto canestro il fallo deve essere ben robusto per sincerarsi di non subire un'azione da “ce n'è per tre”, per cui oggigiorno si vedono fischiare falli antisportivi per interventi logici e non cattivi, che infatti quando sono molli e “sportivi” c'è automaticamente un'azione da tre punti. Nonsenso totale. Nel basket si ha un bonus di 5 interventi del genere dopo di cui ci si va a sedere in panchina per il resto della partita, punizione questa che mi sembra equa e corretta. Secondo me, ma qui è questione di buon senso, o meglio proprio di sensibilità umana, per cui è solo normale che i migliori arbitri siano ex giocatori, la distinzione verticale da farsi è fra il fallo detto prima e quello che tenta, sfavorendo gli avversari come nel primo caso, anche e soprattutto di portare a noi un diretto vantaggio. Qui sarei senza perdono: ho sfacchinato tutta la partita, per 39 minuti e mezzo, per prendere tre punti di vantaggio, la regola dice che posso tenere palla per 24 secondi, e allora, vivaddio, lasciatemela tenere. Fate fallo? È solo ovvio che volete impedirmi di tenere la palla, per cui è intenzionale ed oltre ai due tiri voglio anche la rimessa. Potevate voi essere in vantaggio. Se non lo siete peggio per voi. Posizione estrema? Certamente, ma è per meglio focalizzare quello che voglio dire. Per recuperare palla fate un bel pressing, provate a far sbagliare l'avversario, e se in questo caso fate fallo, è solo un normale fallo di gioco ed amici come prima. Chissà che giocando un pressing normale alla rischiatutto, invece di fare stucchevoli falli tattici, non si possa anche recuperare legittimamente il pallone (con i trattatori di palla che ci sono oggigiorno, poi!) elevando nel contempo il livello tecnico del gioco anche nei secondi finali che ora come ora durano attorno ai tre quarti d'ora di camminate in lunetta. Ed infine, come corollario, personalmente introdurrei un'interpretazione del regolamento molto più pragmatica e soprattutto a favore della squadra in vantaggio perché, ripeto fino alla noia, una squadra che è avanti nel finale vuol dire che ha giocato meglio e merita di vincere, dunque deve essere tutelata lei e non l'avversaria. Vorrei cioè che anche nel finale fosse in vigore la massima americana del “no gain, no whistle”, leggi vantaggio puro e semplice. L'avversario mi bracca per farmi fallo. Prima che mi abbranchi riesco a passare la palla ad un compagno liberissimo. Mentre la palla è in volo quello mi stende e l'arbitro fischia fallo. Io, attaccante che lo subisco, voglio che mi venga fischiato? No, certamente. Per cui, per favore, arbitro, taci. Oppure dammi i due tiri ed il possesso palla. Tertium non datur. O meglio, se datur, è più che ingiusto nella mia concezione di sportività.

Parlando ora di allenatori e tentando di paragonare i domatori di belve dell'NBA con i nostri coach si rischia di parlare se siano migliori le pere o le mele. Secondo me fra i coach NBA e quelli nostri c'è più o meno la stessa differenza che c'è fra gli istruttori di giovani ed i coach professionisti. Si tratta di due mestieri diversi che hanno la stessa matrice, ovviamente, ma che vengono svolti in modo totalmente diverso, per cui per passare da una categoria all'altra bisognerebbe affrontare un lungo percorso di apprendimento ed adattamento. Facendo un po' un paragone, come se un giocatore di snooker o di pool volesse diventare campione di carambola cinque sponde. Ha tutti i mezzi e la tecnica per farlo, ma potete da soli immaginare quali conversioni nel suo gioco, nel suo modo di pensare, nello studiare le strategie particolari del gioco che si accinge ad intraprendere dovrebbe sostenere. Sempre che poi ci riesca, ovviamente, perché ogni singola persona ha capacità peculiari che possono andare benissimo in un ambito e molto male in un altro.

In breve. Coach europeo. Giocatori di ogni età, dal giovane emergente alla vecchia star di gloriosa provenienza NBA o journeyman navigato che ha visto i posti più impossibili del mondo, giocatori che ricevono paghe le più disparate possibili con, attenzione!, spesso e volentieri clamorose discrepanze fra busta paga e rendimento in campo. Normalmente di tutte le nazionalità e scuole possibili, da quella ex jugo alla baltica, all'americana ovviamente, con iniezioni di anglosassoni, germanici vari, ugrofinnici, per finire con quelle persone dalle personalità indecifrabili che sono i russi (nelle tre varianti, grandi, piccoli e bianchi). Dietro ci sono presidenti che cacciano i soldi e trattano la squadra come una loro proprietà con metodi emotivi che, se li usassero nelle ditte che hanno fondato e con le quali si sono arricchiti, fallirebbero in un paio di settimane, c'è una stampa normalmente megafono di qualche carro contrario o comunque legata a qualche interesse particolare (e più la stampa è locale, più è influente e nel contempo ammanigliata), ci sono i tifosi che, abituati al calcio, pensano di capire tutto del basket ed invece non capiscono un'emerita mazza.

In questo ambiente bisogna mettere assieme schemi, pensare di far rendere la squadra al massimo, fare risultato, ovviamente il prima possibile, perché se no si vola subito, insomma è un mestiere incredibilmente stressante nel quale la tua fortuna è determinata dalle tue capacità, ovviamente, dalla fortuna, quella che non ci vede, perché quando comincia a vedere sono dolori, e dalla giusta dose di paraculaggine che deve essere esercitata nei confronti dell'ambiente esterno, dirigenti, stampa, piazza.

Coach americano. Esattamente tutto il contrario. Pressioni esterne praticamente zero, nel senso che i soldi sono quelli, proprietà, diritti, salary cap eccetera, i presidenti hanno tutto uno staff terrificante che filtra e smorza (quasi) ogni loro ingerenza, i tifosi sono normalmente buontemponi che vanno alla partita per rimpinzarsi di patatine e hot dog e vogliono vedere solo schiacciate volanti, la stampa ha ben altre tradizioni, usi e costumi. E poi, last but not least, la Lega stessa è un immenso spettacolificio senza retrocessioni. Pressioni interne invece enormi. Secondo la mentalità anglosassone tu vali quanto sei pagato. Se sei pagato poco, sei una pippa, se sei pagato molto, sei un campione. Ed i campioni questo lo fanno pesare ad ogni passo, per cui, detto in breve, nello spogliatoio comandano loro. Compito precipuo del coach è dunque tenersi buona la stella (o più di una, vedi Miami, dove unico compito del coach è fare in modo che convivano senza pugnalarsi) fare praticamente tutto quello che vuole lui (ed i compagni lo accettano, perchè sono anche loro imbevuti della stessa mentalità, e se non lo sono, perchè di origini extraamericane, si adeguano subito, tanto uno non USA che va nell'NBA è praticamente solo per fare soldi – quella dell'esperienza di vita e del volersi misurare con i migliori per vedere i propri limiti raccontatela a qualcun altro) e regolarsi di conseguenza per massimizzare la coesistenza, non parlerei proprio di coesione, dello spogliatoio. La sua paraculaggine è dunque rivolta esclusivamente all'interno, e non all'esterno, come da noi. Certo, poi c'è il modo di concepire il gioco e di come far giocare la squadra, vale su ogni sponda dell'oceano, ma capite da soli che queste sono le ultime cose veramente importanti.

Per finire, parlando dei liceali, non sarei tanto pessimista come l'amico Andrea (Go). Da sempre al liceo, proprio perché ce ne sono un'infinità, la stella è abituata a cantare e portare la croce e fare in campo tutto lui, per cui quando tutte le stelle si trovano assieme, si dovrebbe giocare con 10 palloni. Avranno tempo al college di disciplinarsi, quando troveranno un'altra varietà di coach, quello di college, che è il vero fulcro pluriennale di tutto il programma, nel senso che lui resta mentre i giocatori se ne vanno, per cui o i ragazzi fanno quello che dice lui o arrivederci. Questo porta anche alla conclusione che giudicare i ragazzi da quanto mostrato in quella partita è assolutamente prematuro. A me personalmente, a parte il figlio di Rivers, ed anche, onestamente, a quello di McAdoo, è piaciuto molto un centro bianco che penso proprio fosse il fratello di quel bravissimo Zeller di UNC (visto che anch'io conosco le sigle?), ma non ne sono sicuro, mentre di Wiltjer penso proprio che debba essere per forza il figlio del centro canadese dei miei tempi, perché se no non si riesce a capire cosa ci faceva in quella compagnia. Sarei molto meno entusiasta sulle guardie che mi sembrano tutti giocatori sulla falsariga della perniciosa deriva che stanno prendendo le guardie americane, tipo Rose e Westbrook per intenderci.

Per finire comunque, visto che oggi sono stato più lungo del solito, ma penso ne valesse la pena, il giovane più forte, per me un vero e proprio marziano, l'ho visto con la maglia dell'Olimpija alle Final Four di Lega Adriatica (vinte meritatamente dal Partizan in finale proprio sull'Olimpija in una bellissima partita), e risponde al nome di Davis Bertans. Lettone, fisico ancora totalmente immaturo, per cui non mi interessa assolutamente l'età anagrafica, statura sul crescente che si stabilizzerà attorno ai 2 e 10, nato per giocare da 3, intelligenza cestistica, velocità di mente e braccio e senso della posizione straordinari, tiro altrettanto in perfetta sospensione da distanze impossibili e con un movimento bellissimo che a volte mi ha fatto ricordare le emozioni provate la prima volta che vidi Mirza. Se questo non diventerà un fenomeno, allora non so più cosa dirvi. Nel senso che sarà meglio tacere per sempre.