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Per forza o per amore

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Creato Mercoledì, 16 Febbraio 2011 Scritto da Sergio Tavčar

Niente da fare: volevo scrivere oggi qualche riflessione sulle regole, e soprattutto sulle interpretazioni che di esse danno gli arbitri, con ciò condizionando in modo decisivo il tipo di gioco che si pratica oggigiorno (va da sè che, non piacendomi per niente il tipo di gioco che si pratica, le critiche si sarebbero sprecate), ma sono stato sopraffatto dal richiamo all'articolo citato nell'ultimo commento.

Lascio stare, non essendo assolutamente edotto sulla situazione politica interna del basket italiano, ogni accenno al personaggio di cui si tratta in quanto tale, alle cose che fa, eccetera, perchè anche onestamente non potrebbe fregarmene di meno, ma voglio invece agganciarmi al merito della questione, e cioè su come deve essere trattato il basket da chi lo commenta in TV. Per iniziare una breve confessione: quando ricevo posta o parlo con gente che mi ha ascoltato, o in qualche modo mi ascolta ancora, e che, bontà sua, apprezza il mio modo di fare le telecronache, non c'è complimento che mi lusinghi di più di quando uno mi dice di essersi avvicinato al basket, tralasciando magari qualche altro sport che praticava all'epoca, seguendo le mie telecronache su TV Capodistria. Vero o falso che sia, sia una cosa carina detta in faccia per apparire cortese, mentre in effetti la sua opinione su di me è magari totalmente opposta, la cosa stessa che lo dica mi produce enorme soddisfazione. Per dire che ritengo assolutamente preponderante su qualsiasi altra considerazione il fatto che un telecronista debba essere innanzitutto un ambasciatore dello sport che propone. Tanto più per uno come me che proviene dal mondo del basket, che ama il basket visceralmente, e che vorrebbe che dovunque il basket fosse come in Lituania (o in Slovenia, se è per quello), cioè lo sport nazionale, il primo al quale si dedichi un ragazzo (o ragazza, non bisogna mai dimenticarlo) quando intraprende un'attività agonistica. Anche per questo, penso, le mie pur numerose telecronache in passato di pallavolo non se le ricorda più nessuno, visto che proprio non ho mai potuto trasmettere verso quello sport un amore che assolutamente non ho, considerandolo più o meno alla stregua di quanto faceva Aldo Giordani, che lo chiamava a scelta ''palla avvelenata'', o se era magnanimo, ''palla schiacciata'' (o, come disse un mio amico durante una diatriba con dei pallavolisti: ''tacete voi che l'unico movimento che fate, lo fate per regolamento ad ogni cambio palla''). [Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto"]

So benissimo di essere un tantino fuori dal mondo moderno se affermo che per ottenere un risultato del genere bisogna essere di animo puro, non certamente un'anima candida, ma semplicemente di non essere al servizio di nulla e nessuno, di essere cioè, come dice il mio amico Sandro Vidrih con il vero ed inimitabile slogan da lui coniato per Telecapodistria, fuori dal coro, ma assolutamente non stonati. Voglio continuare ad apparire inesorabilmente datato: nel telecronista deve sempre esserci una forte vena educativa, non nel senso di predicare ex cathedra a dei perfetti imbecilli, ma di tentare di coinvolgere gli spettatori (che uno presuntuosamente deve sempre considerare persone intelligenti, perchè lapalissianamente, se uno non fosse intelligente, non ti guarderebbe) nei ragionamenti che tu stesso hai fatto, di tentare di far passare i concetti base non imponendoli, ma traendoli fuori dal contesto in modo quasi maieutico, soprattutto tentando l'impresa quasi disperata di far apparire semplici cose che in effetti sono difficili, perchè escono da lunghi e delicati ragionamenti nei quali elimini via per via le cose che ad un'attenta analisi risultano superflue, pleonastiche o semplicemente concettualmente sbagliate.

In definitiva, penso, per fare il telecronista in modo produttivo bisogna essere innanzitutto molto umili. Il che non vuol dire per nulla essere spaventati, supini di fronte ai vari poteri con i quali ti confronti, o, ancora peggio, vacillanti nelle proprie convinzioni, ma significa rendersi sempre conto che, qualsiasi cosa tu dica, per quanto tu in essa creda, non è assolutamente scritto da nessuna parte che sia vangelo, ma che comunque vale come tesi di lavoro fino a che qualcuno non ti dimostra, con argomenti e prove, che stavi sbagliando e che in effetti le cose vanno in modo diverso. Uno si rende conto di quanto in realtà ne sappia poco quando solo ricorda le cose che sentiva dalla bocca di un Aca Nikolić o di un Boris Kristančič che gli aprivano orizzonti mentali dei quali neanche supponeva l'esistenza. Questo tipo di atteggiamento ti porta sempre e comunque a dubitare di qualsiasi cosa tu veda, ti fa chiedere sempre il famoso ''perchè'', perchè il tale mi dice di fare una tal cosa. Se mi convince che è la cosa giusta, bene, se no continuo a fare a modo mio. Questo porta all'inevitabile conclusione che quello che tu devi dare allo spettatore è il quadro di insieme, devi tentare di far capire quali siano le cose veramente importanti dello sport che commenti, devi far capire l'ordine delle priorità. Se a qualcuno interessa, il mio ordine è: testa – intelligenza – senza quella neanche cominciare, cuore – empatia con i compagni, senso della responsabilità quale membro di un collettivo, attributi – capacità di assumersi le proprie responsabilità durante il gioco senza nascondersi dietro a stupide e vigliacche scuse, poi, ma molto poi, arrivano le doti fisiche e tecniche con queste ultime che si apprendono in modo estremamente facile quando si hanno le prime tre qualità, assolutamente imprescindibili.

Da quanto scritto finora, pensdandoci bene, sono esattamente le doti che deve avere anche un coach, a qualsiasi livello. Forse tutto sommato mi ha aiutato la mia intima convinzione di essere in realtà un coach che per vivere fa il telecronista. E che insegnare mi è sempre piaciuto, non per nulla essendo figlio di professore e critico letterario e maestra di scuola nonchè di pianoforte. La cosa più importante rimane comunque quanto detto all'inizio. Devi amare il basket in sè e non la carriera che il fatto di fare il telecronista di basket può farti fare, devi essere comunque nel solco del maestro di tutti noi, quell'Aldo Giordani che è stato sì una persona tutt'altro che estranea alla politica cestistica, che sicuramente non è stato un'anima verginale, ma che quando prendeva in mano un microfono non aveva nessun altro obiettivo che quello di fare in modo che qualche italiano riuscisse ad apprezzare il basket, sottraendolo allo schiacciante dominio della monocultura calcistica che impera in Italia. E con questo obiettivo in mente non si potevano che fare le telecronache in modo anche a volte didascalico, spiegando ai neofiti le cognizioni di base e soprattutto lasciando stare da parte le terminologie da addetti ai lavori che, fra l'altro, quando si riferiscono a cose che ti sono più note rispetto ad altre (al sottoscritto per esempio di quali schemi giochi la Vattelapesc University non potrebbe fregare di meno, mentre drizzo immediatamente le orecchie quando si comincia a parlare di fondamentali tanto individuali che collettivi) si rivelano a volte affermazioni buttate lì in modo quasi tautologico che dovrebbero essere innanzitutto dimostrate, sospettando però che in effetti si tratti di stupidaggini colossali della serie fischi per fiaschi.

Per non parlare poi del commento doppio col supposto tecnico a fianco che finisce con il diventare un dialogo fra i due fenomeni che tentano di fare a gara a chi ne sa di più su retroscena del tutto irrilevanti, se non addirittura indisponenti, mentre la partita sul teleschermo scorre imperterrita, e tu, che guardi l'NBA ad ogni morte di papa sforzandoti attivamente di capire che attrattiva possa avere, sei lì sconvolto a scongiurare che ti dicano chi è stato a segnare l'ultimo canestro in quanto non l'avevi visto mai prima e, non parendoti poi tanto male, vorresti almeno sapere come si chiama, chi è e da dove viene. Ma questo è comunque tutto un altro discorso.