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In difesa dell'attacco

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Creato Martedì, 14 Settembre 2010 Scritto da Sergio Tavčar

Vi capita mai l'impressione di parlare con un muro? Di essere cioè alle prese con gente che conferma in pieno il detto che non c'è sordo peggiore di quello che non vuol sentire? Ebbene, a me sta capitando proprio in questi giorni in merito alla famosa diatriba sull'attacco e la difesa. Allora chiarisco una volta per tutte il mio pensiero sull'argomento e, giuro, non vi ritornerò più neanche sotto tortura. Non potrebbe smuovermi neanche la minaccia di costringermi a vedere per intero una partita di regular season dell'NBA. Per dire.

Allora chiariamo subito. Ho fatto l'allenatore per più di 20 anni, dal minibasket ad una puntata in Serie D (anni '70, roba forte, tipo C-1 di adesso) e sarei un perfetto imbecille se non sapessi che senza difesa non c'è basket vincente. La cosa mi pare talmente ovvia che non mi sembrava neanche bisogno di menzionarlo. Il mio punto è perfettamente un altro ed è qui mi sembra di trovarmi di fronte ad un muro di incomunicabilità totalmente invalicabile.

Chissà, forse partendo da molto lontano riesco a farmi capire. Allora: cos'è che spingeva a suo tempo un bambino a prendere all'oratorio in mano un pallone da basket? (Oggigiorno c'è il minibasket al quale i bambini vengono spinti a viva forza, dunque il discorso cade – già questo sarebbe altamente significativo del fatto che il basket italiano è impiantato su basi perverse – ma lasciamo stare). Lo prendeva per darlo ad un compagno di giochi dicendogli: "Dai prova a fare canestro che ti mostro come te lo impedirò?" Oppure tentava di buttarlo nel canestro lui provando soddisfazione intensa quando ci riusciva? Parlo per esperienza personale: mia mamma era maestra di ricreatorio, straordinaria invenzione triestina per i bambini, e mi ricordo ancora, avrò avuto cinque o sei anni, il momento in cui, avendomi una volta portato con sé visto che non aveva dove lasciarmi, riuscii per la prima volta nell'impresa di fare canestro. Provai una gioia immensa e gratificante al massimo. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

In breve: uno in teoria si dovrebbe avvicinare al basket per divertirsi a fare canestro. Il punto è tutto qui. Il gioco, ripeto e sottolineo, gioco del basket è un'attività che porta gratificazione quando si fa canestro. Poi quando si mette in condizione un compagno di farlo. Poi ancora quando si contribuisce alla squadra perché ne faccia il maggior numero possibile. Il filo conduttore di tutta una carriera è sempre e comunque il ricordo di quando si riuscì a fare canestro la prima volta. D'estate si va in campetto per fare due tiri, non per fare due difese. La bellezza di questo gioco è e rimarrà, con buona pace degli adoratori del creativo mestiere dell'esperto di traslochi, la creatività legata ad un bel canestro fatto o fatto segnare. In definitiva l'essenza del basket, come di ogni sport creativo, deve essere quella del divertimento, della gioia di giocare, di prendersi in giro, di vedere alla fine chi pagherà la birra.

Poi c'è la difesa. La quale è semplicemente punizione, tortura, rottura tremenda di palle per chi pensa che il basket sia divertimento. Certo, se uno impedisce all'avversario di far canestro, è contento, ma contento di aver fatto bene il proprio lavoro, ripeto lavoro E dunque se uno pensa che il basket sia come l'atletica, il nuoto, lo sci di fondo, il canottaggio, sport di fatica nei quali si spostano sempre più avanti i propri limiti e nei quali la gratificazione arriva dal fatto di esservi riusciti – attenzione, sarebbero questi i veri sport nell'accezione più limpida di questa parola, gli altri sarebbero in realtà giochi, confronti fra persone e non confronti con entità astratte, allora, scusate, vive su un altro pianeta rispetto al mio e con costui non ho neanche voglia di cominciare a parlare.

Ora che un giocatore di basket, solo perché professionista, cambi mentalità solo perché guadagna tanti soldi giocando e non si ricordi più di quando ha cominciato e di cosa lo spingeva allora, mi sembra altamente improbabile. Anzi, tutti quelli che conosco mi confermano che le motivazioni iniziali rimangono anche dopo, quando la carriera va avanti. Quanti ex professionisti si vedono sui campetti d'estate a sudare contro giovanotti ben più prestanti, facendo fatica immensa nel correre, ma provando gioie immense nel perculeggiarli con finte che loro neanche sanno che esistono?

Ora più nello specifico. Durant (e prima di lui, che ne so, Dalipagić o Oscar) fa sempre canestro. Ha sempre culo? Non scherziamo. Semplicemente è un gigantesco attaccante che grazie a ciò toglie non poche castagne dal fuoco a favore dei compagni che non la buttano dentro neanche per sbaglio. Chi è più importante per la squadra? Lui o il grande difensore? E ancora: ma avete mai giocato a basket? Avete mai fatto in allenamento ripetute da 30 (ora 24) secondi di scivolamenti difensivi in direzioni variabili a comando del coach? Come vi sentivate? Estasiati? O semplicemente in lite con tutto il mondo a causa delle gambe che tremavano, sconvolte dall'acido lattico? Il primo insegnamento di ogni coach dei tempi che furono era: "In difesa si lavora e si fatica, in attacco ci si riposa e ci si diverte". Ripeto per l'ennesima volta per i duri di comprendonio. Ci vogliono ovviamente ambedue, sia l'attacco che la difesa. Però dire che la difesa è più importante dell'attacco vuol dire semplicemente togliere al basket l'anima, vuol dire tentare di trasformarlo in uno sport di fatica, vuol dire castrarlo dell'aspetto ludico e creativo che dovrebbe essere preminente a tutte le latitudini, a tutte le età ed a tutti i portafogli. E questo proprio non lo posso tollerare. E, se non capite questo, allora, direbbe il Sommo (se l'ho conosciuto? Certo! Leggete il libro), andate tutti quanti a ramazzare il pelago.