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Ripuliamo il mare

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Creato Martedì, 26 Settembre 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Mamma mia, quanta roba! Non so da dove cominciare. E allora per prima cosa continuo il mio sfogo che si sta sempre più colorando di estasi/orgasmo vedendo i complimenti a denti stretti che vengono fatti, come siamo tutti contenti, bella favola, ma…intanto con Randolph è stato facile, la Slovenia (ripeto, che nella storia in faccende analoghe ha ricevuto calci in faccia da quando esiste e che stavolta ha voluto per una volta tanto fare come tutti gli altri, ma ci ritorno fra poco, perché di rospi da sputare ne ho per uno stagno) ha barato, noi invece…l’arbitraggio ha dato una mano (cazzata totale, guardando la partita una settimana dopo a mente molto più fredda continuo a credere che semmai qualcosa da recriminare lo avrebbe la Slovenia, e allora dico che semplicemente l’arbitraggio è stato prevedibilmente scarso, che Đorđević, sapendo benissimo che gli arbitri erano scarsi, ha fatto un pressing spudorato su di loro provandole tutte per vincere e protestando platealmente anche in situazioni assolutamente risibili e che infine un bel tecnico alla panchina serba era maturo da almeno una decina di minuti)…insomma, le scuse per dire che la Slovenia ha vinto sì meritatamente fino a un certo punto le avete trovate tutte, per cui godo sempre più come un suino mentre tentate di arrampicarvi sugli specchi per non voler accettare che una scalcagnata e minuscola Slovenia possa avere una squadra di basket che distrugge strada facendo Francia e Spagna, batte la micidiale Lettonia, vera finale anticipata, nella quale la Slovenia ha giocato incomparabilmente meglio che in finale (merito questo anche della Serbia, senza dubbio, ma se solo Dončić, prima ancora di scavigliarsi, avesse giocato solo circa come aveva fatto contro la Lettonia la partita sarebbe finita in largo anticipo come contro la Spagna che spero adesso non mi verrete a dire che era scarsa), cosa che sono sicuro inneschi anche a livello subconscio una specie di meccanismo di difesa, della serie, accidenti, se vince la Slovenia allora noi siamo veramente mal messi. In più tutti questi discorsi su Randolph, stante la mia esortazione, avranno un effetto ecologicamente fondamentale, ripulendo da ogni residuo di plastica tutti gli oceani del globo.

 

Dicevo dei rospi. Il primo che devo levarmi è diretto a NoMercy che in un solo post ha sparato una serie di inesattezze fattuali che definire cazzate è quasi un eufemismo. Paragonare per origini Fučka a Dončić è una vera e propria offesa, perché sottintenderebbe che la Slovenia, oltre a Randolph, si è avvalsa anche di tutta una serie di mercenari, e già che ci siamo mettiamoci anche Dragić, Murić e chi più ne ha, più ne metta (aggiungo io che anche Vlatko Čančar, nato a Capodistria, è di genitori serbi).

Mi sembra curioso che nel sottolineare queste origini in realtà colui che lo fa giustifichi perfettamente a posteriori la guerra in Jugoslavia e la sua disgregazione. Se la Slovenia ha fatto tesoro di tante persone di origini “straniere” mi sembrerebbe solo normale (come lo è stato, in effetti) che a un dato momento della storia, quando questa terra straniera (la Serbia, nella fattispecie) voleva sottometterla con la micidiale politica centralista di Milošević, si ribellasse e volesse essere padrone a casa sua. Per  converso assolutamente nessuno si meraviglia se in Italia ci sono al nord una quantità enorme di persone di origini meridionali arrivate “con la pancia dietro al pane”, come dicono in Slovenia, e che ora sono perfettamente lombarde, piemontesi, venete… di terza o quarta generazione. Se un Esposito di Novara vince qualcosa assolutamente nessuno si insospettisce se qualcuno lo definisce piemontese. Però, malgrado i cognomi, sempre italiani erano, parlavano magari dialetti abbastanza strani, ma a scuola avevano studiato sugli stessi testi, conoscevano gli stessi scrittori, sapevano a memoria le stesse poesie eccetera. Ecco, questo è quello che tento senza alcun tipo di successo spiegare già da tempi immemorabili:  paragonare i campanili italiani alla situazione politica, linguistica e culturale della Jugoslavia è talmente incongruo da apparire a me (e a quelli come me che conoscono ambedue le realtà) totalmente ridicolo. Lì si trattava di gente che parlava lingue diverse, tutte con la loro dignità storica e culturale, che aveva storie e letterature completamente diverse, che aveva tre religioni diverse, che aveva addirittura due alfabeti diversi e, se non bastasse, un retaggio letale di conti in sospeso dovuti alle persecuzioni e stermini su base etnica avvenuti durante la seconda guerra mondiale che erano ancora sanguinanti nell’immaginario collettivo. Una struttura del genere, messa insieme al congresso di Versailles per evidenti ragioni geopolitiche a fungere da cuscinetto fra l’ “Europa” e il “Medio Oriente”, poteva coesistere solamente sotto un regime dittatoriale, come è stato fino alla morte di Tito, o trovando sottili equilibri di pari dignità e rappresentanza politica per tutte le sue componenti, cosa che Tito aveva cercato di fare, che poi per un certo tempo si è anche tentato di mettere in opera, ma che alla fine è crollata con la crisi nel Kosovo, quando Milošević ha letteralmente cancellato l’autonomia della Provincia facendo poi a breve la stessa cosa anche con la Vojvodina e infine installando al potere in Montenegro un gruppo di suoi fedelissimi filoserbi. Lì gli equilibri sono crollati ed è successo quello che era assolutamente inevitabile e che solamente la lungimiranza di Tito aveva saputo procrastinare per almeno otto anni di troppo. Quasi tutti se lo dimenticano, ma un altro Stato assolutamente artificiale è stato molto più intelligente. Anche lì la coesistenza coatta era impossibile e allora Cechia e Slovacchia si sono messe d’accordo, si sono divise senza problemi e ora amici molto più di prima (attenzione, a volere l’autonomia era stata la meno sviluppata Slovacchia, per cui è totalmente falso che voglia dividersi chi ha di più – la situazione economica materiale in queste dinamiche ha una funzione e un’importanza assolutamente marginali). Questa situazione si sta ora riproponendo (quasi) tale e quale in Catalogna e per commentare quanto succede lì posso solo citare la frase che ha detto Enea Dessardo, secondogenito di Flavio, conduttore fiumano del TG di Capodistria e mio caro amico, 20 anni, dunque nato già molto dopo i fatti della fine degli anni ’80, brillante ingegno al secondo anno di studio presso la scuola per diplomatici di Gorizia, che ha commentato: “Ma questi di Madrid ce la fanno o sono semplicemente cretini? Facendo così non fanno che gettare benzina sul fuoco e anche i catalani che erano per la Spagna ora per ripicca vorranno essere indipendenti!”  Che è anche esattamente la stessa medesima cosa che ha fatto Milošević in Jugoslavia, supportato in ciò dalle imbecilli cancellerie occidentali, Germania esclusa, con Genscher che si è inutilmente speso con grande pragmatismo per salvare il salvabile ed ha poi scelto il male minore, cioè il riconoscimento dell’indipendenza di Croazia e Slovenia (attenzione! lui non aveva mai parlato della Bosnia).

E dunque sputato anche il secondo rospo ritorno per puntualizzare al paragone fra Fučka e Dončić. L’unico paragone che si possa fare è che sono ambedue sloveni praticamente DOC. Ambedue sono nati e hanno vissuto in Slovenia da padre nato all’estero e comunque residente in Slovenia (il padre di Gregor è arrivato a Lubiana per questioni di studio, ma era etnicamente sloveno al 100% provenendo da una famiglia slovena da generazioni che abitava nei suoi rami uno a Opicina e uno sotto Monte Radio, famiglia che per varie ragioni ho conosciuto in tantissimi suoi esponenti prima ancora che si sapesse che esisteva un parente a Kranj che era una speranza del basket, mentre il padre di Dončić era sì serbo, ma ha vissuto già da piccolo praticamente sempre in Slovenia) e da madre slovena. Ambedue sono nati (Fučka nello stesso condominio a due piani di differenza dalla famiglia di Marko Milić) e hanno cominciato a giocare in Slovenia, e addirittura Fučka ha segnato i suoi quattro punti in Serie A nel campionato jugoslavo entrando da grande speranza dell’Olimpija nei minuti finali di partite già decise, trasferendosi a Trieste dopo un disperato pressing di Tanjević che, lo confessa lui stesso, è ricorso anche a mezzucci non proprio eleganti per convincerlo a abbandonare Lubiana prima del compimento dei 18 anni, quando avrebbe potuto optare per la cittadinanza italiana sfruttando il fatto del padre nato in Italia. Per dire dei suoi sentimenti italiani anni dopo, incrociando suo zio Rado che conoscevo da tempo immemorabile, lui mi disse: “Sai, Gregor ha avuto due gemelle e le ha chiamate Rebeka con la “k” e Tatjana con la “j”! Per dire dove va il cuore. E’ bella anche la storia di Dončić raccontata da un bel documentario prodotto dalla slovena Planet TV. Narra il suo primo coach Grega Brezovec che quando Luka è arrivato al primo allenamento lui vide dopo pochi istanti che il ragazzo non c’entrava con gli altri, per cui lo prese in disparte su un altro canestro (brividi nei ricordi: successe a me la stessa medesima cosa la prima volta che Boris Vitez arrivò in palestra) e in 16 minuti di orologio aveva completato la prima classe, per cui per il secondo allenamento gli disse di andare nella squadra di un anno più vecchia. Lì militò per qualcosa come due settimane, dopo di ché lo fecero subito giocare con quelli di due anni più grandi. E dunque in definitiva ambedue avrebbero dovuto e potuto giocare solo per la Slovenia, per cui quello di Fučka fu uno scippo in piena regola. Dire che c’è differenza fra i vari casi di naturalizzazione forzata e strumentale per giustificare che sì, noi italiani abbiamo le nostre ragioni, mentre la Slovenia per aver naturalizzato Randolph no, è un discorso da classici azzeccagarbugli italici che non potrò mai digerire e mi fa venire l’orticaria. E allora D’Antoni a Zagabria ’89? O Travis Diener Capodistria’13? Quest’ultimo non ha neanche un cognome italiano. Ha sposato un’italiana? E allora? Sempre di straniero al 100% si tratta che non ha attinenze di alcun genere con il basket del Paese che rappresenta. E allora vi esorto con passione a ripulire definitivamente gli oceani. L’ipocrisia e l’autogiustificazione non le sopporto epidermicamente.

Sputato anche questo rospo qualche parola sulla Supercoppetta di A-2. Trieste ha dimostrato ancora una volta di essere assieme a Lubiana la città che di gran lunga capisce di più di basket in Europa. Come erano andati esauriti in prevendita i biglietti alle Stožice per l'ultima amichevole pre-Europei fra Slovenia e Croazia, così a Trieste a vedere la due giorni di fondamentalmente amichevoli c’erano sì e no quattro gatti. Quando la gente capisce di basket, sa benissimo quando andare a vedere le partite e quando invece rimanere a casa. Ho visto squadre ancora alla ricerca del gioco dovendo inserire giocatori nuovi, ho visto Treviso molto bene quando avrà preso il secondo straniero, e se sarà bravo quanto Brown allora saranno guai per tutti. Trieste senza Da Ros e Bowers ha vinto lo stesso e mi sembra ottimamente attrezzata. Delle altre due mi sembra quella più promettente Biella, ma tutto dipenderà dal vedere se finalmente Tessitori si ricorderà di essere stato una grande promessa e di avere un grande potenziale e se Ferguson ricorderà di tanto in tanto che il basket si gioca in cinque. Ravenna onestamente, malgrado l’innesto di Giachetti e un’ottima stazza complessiva mi sembra un tantino sotto le altre, anche se sempre ovviamente molto competitiva per un campionato a 32 squadre.