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OltrePassiAmo

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Creato Lunedì, 21 Agosto 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Un po’ di miscellanea meno impegnata anche per partecipare all’interessante dibattito che si è sviluppato fra di voi. Capitolo atletica. È uno sport, intanto, che ho sempre guardato con passione da quando ero piccolo, perché quando la prestazione atletica è fine a se stessa è uno dei più nobili tentativi umani di arrivare al proprio limite attraverso un percorso che presuppone la ricerca più profonda possibile delle proprie risorse sia fisiche che mentali, per cui risponde a una delle più ancestrali pulsioni dell’essere umano che, proprio perché ha coscienza di se stesso, è un essere che attraverso il gioco e lo sport sublima le difficoltà che la vita gli pone davanti in campi ben più importanti insegnandogli come affrontarle. 

 

Questo in teoria, perché poi in pratica vediamo, come da voi sottolineato, atleti che cambiano casacca per un pugno di (petro)dollari, vediamo un continuo andirivieni di atleti fra squalifiche piccole, medie o grandi che comunque alla fine penalizzano in realtà solo coloro che sono fuori dal sistema (scusate, ma la trombata-Schwazer continua a starmi sulle palle, violentemente – per cui, scusatemi, ma se l’atletica italiana fa schifo, secondo me è solo normale, avendo alla guida gente che io ritengo, pur ovviamente non avendo le prove - anche se secondo me da qualche parte ci sono - capace di inscenare una cosa del genere solo per meri fini di potere), vediamo i famosi “atleti neutrali autorizzati” che sono il trionfo supremo dell’ipocrisia più sublime (tutti sanno che sono russi, però bisogna tutti fare finta di non saperlo, anche loro stessi: cosa ci può essere di più ipocrita?), insomma per continuare a credere nella regina dello sport bisogna in effetti avere molto pelo sullo stomaco o essere degli inguaribili idealisti, due cose che comunque in me stranamente abbastanza convivono, per cui, pur turandomi il naso, l’atletica la guardo volentieri. In merito al doping un fatto accaduto in Slovenia e che sicuramente non conoscete, non essendo stato riportato dai giornali italiani, ma che è troppo divertente, se non fosse tragico. Venerdì scorso è arrivata la notizia dal TAS di Losanna della conferma della squalifica per uno dei soliti steroidi della triplista russa Ana Pjatih (scusate, ma i nomi slavi sono abituati a scriverlo, appunto, alla slava), per cui vengono cancellati i suoi risultati passati e dunque la triplista slovena Marija Šestak (serba di nascita, di nome Marinović, trasferitasi in Slovenia per ragioni di cuore, avendo sposato il 400-entista Matija Šestak, e successivamente naturalizzata – molto bene, fra l’altro, in quanto sentendola parlare in sloveno uno giurerebbe che è nata a Lubiana) si trova consegnata (ormai postuma, visto che ha smesso) la medaglia di bronzo dei Mondiali di Osaka 2007. Dove era arrivata quinta, ma dapprima avevano squalificato la greca Devetzi, sostituita dalla Pjatih, ora squalificata a sua volta, per cui finalmente terza (per ora?) è lei. L’anno dopo a Pechino, pur saltando 15 e 03, misura con la quale avrebbe vinto a Londra, fu appena sesta, però…fra squalifiche varie è intanto risalita al quarto posto, per ora, e, come ha riferito lei stessa, il suo amico allenatore serbo (rimasto eroicamente vivo per mancato suicidio dopo la più grande ingiustizia della storia perpetrata ai danni della sua protetta Ivana Španović a Londra) le ha detto, scherzosamente, ma neanche tanto: “Marija, guarda che la tua gara di Pechino è ancora in corso!”.

Casi del genere, che onestamente tolgono all’atletica ogni credibilità che possa avere, assieme a cose che accadono solo perché ci sono tanti soldi in ballo, tipo la presenza di Usain Bolt palesemente rotto per una sceneggiata che è durata una settimana intera, mi fanno pensare che anche l’atletica, come il nostro basket e come praticamente tutti gli sport di vertice, stia diventando sempre più un “circensis” a uso e consumo dei gonzi. Però, fino a che si vedranno scene commoventi come quella di Ghazal, l’altista siriano, quando si rende conto di avere vinto una medaglia, meriterà comunque guardarla. In breve, fino a che ci sarà un atleta che compete per il gusto di farlo, perché ama farlo, perché gli piace, lo sport meriterà di essere guardato.

Passo al basket che proprio alla vigilia degli Europei dimostra quanto stia andando sempre più a escort. Intanto la notizia ferale che ho letto per la prima volta proprio nei vostri commenti, della ventilata (o è già sicura?) nuova regola sull’infrazione di passi. Talmente vomitevole che mi rifiuto di commentarla. Quando metteranno pedane elastiche nel pitturato per permettere alla gente di schiacciare meglio? Ormai siamo su quella deriva lì. La seconda notizia ferale viene dai casi Teodosić e soprattutto Adetokunbo, nei quali è ormai lampante il controllo assoluto e irreversibile che l’NBA ha sul basket mondiale. E che sarà sempre più spietato, in quanto più soldi genererà più attirerà dal Vecchio continente tutto quello che sa in qualche modo giocare a basket. Insomma, siamo alla presenza di un vero e proprio boa constrictor che amalgamerà tutto il movimento cestistico mondiale a quello che succede nell’NBA. Che di anno in anno mi piace sempre meno.

Intanto agli Europei le squadre saranno più o meno tutte mutilate dei loro pezzi migliori, per cui onestamente non vedo chi potrà vincere e, sempre detto onestamente, non è che poi mi importi molto, mancando appunto la consapevolezza che chi vincerà sarà l’espressione del migliore basket d’Europa. No, sarà semplicemente l’espressione di chi ha avuto meno assenze. Oddio, a questo punto viene da pensare che forse, vista l’assenza di tante stelle, vincerà chi giocherà più di squadra, cosa sempre giusta e buona, per cui vedremo. Saprò dirvi alla fine se mi sarà piaciuto o meno.

Ho visto qualcosa dell’Italia, non molto. E questo non molto è dovuto al fatto che, per quanto mi sforzassi di guardare il gioco degli azzurri, dopo un po’ di tempo il dito andava automaticamente al telecomando e guardavo piuttosto qualche telefilm. E ciò perché, per quanto mi sforzassi e per quanto tentassi di seguire con attenzione le spiegazioni tecniche sugli schemi dell’Italia di Flavio Tranquillo, non riuscivo proprio a capire cosa cavolo l’Italia volesse fare. Cosa volete farci, io sono ormai un fossile del passato che, guardando uno sport di squadra, si sforza di capire quale sia la strategia generale, quale sia il tipo di gioco che la squadra vuole praticare, come si inseriscano i singoli in un progetto del genere, insomma vuole vedere un “gioco”. Che nel caso dell’Italia non ho visto. E la cosa mi sconvolge perché, come più volte detto e ribadito con convinzione, conoscendo l’uomo da quando allenava le giovanili di Venezia prima ancora che andasse alla Virtus, ho una grandissima considerazione di Ettore Messina, che reputo una perfetta combinazione di conoscenza tecnica e di importanti doti pragmatiche che hanno sempre fatto sì che nelle sue squadre i giocatori venissero usati per quello che sapevano fare e non veniva loro chiesto di spingersi in campi a loro alieni, mentre ora vedo una squadra palesemente alla ricerca di un qualcosa che non si sa cosa sia, che non si sa, se esiste, come potrà essere raggiunta né quale percorso intenda fare per eventualmente raggiungerla. Mi sta sempre più venendo un angoscioso dubbio che per adesso provo a reprimere, imputandomi un’avversione per tutto quello che è NBA tale da farmi perdere la possibilità di un ragionamento obiettivo. Ma ve lo esprimo lo stesso: e se fosse che il buon Ettore sia ormai da troppi anni in America e si stia dimenticando di come ragionano i giocatori europei, e dunque anche italiani, e di come loro pensano una squadra debba essere diretta, nel senso di come debba essere allenata, costretta a eseguire gli ordini della panchina senza se e senza ma, e dunque pensi di allenarli, anzi qui va veramente a pennello l’espressione dirigerli, come si fa nell’NBA fondamentalmente dicendo loro: “qui c’è il pallone, per non scontrarvi in campo tu vai di qua e tu di là, per il resto arrangiatevi”?  Con ciò creando semplicemente anarchia, totale mancanza di gerarchie logiche e funzionali al massimo rendimento, quintetti a capocchia, insomma che faccia coscientemente tutto quello che senza volerlo Repeša ha fatto in questi anni a Milano.  Uno che mi fa un po’ pena è il povero Pascolo che si starà chiedendo se era possibile che in Nazionale potesse rivivere la stessa situazione vissuta a Milano chiedendosi contemporaneamente cosa abbia fatto di male per meritarsi un simile destino.

Comunque non mettiamo limiti alla Provvidenza, in quanto neanche la concorrenza è granché. In definitiva penso che, con i talenti in attacco sempre più rari sotto qualsiasi latitudine, vincerà chi difenderà meglio, tradotto in soldoni, chi avrà più motivazioni e voglia. Che sono l’unico vero motore che abbia mai alimentato una qualsiasi difesa decente. Come ci dicevano i nostri giurassici allenatori: “In difesa si lavora, in attacco ci si diverte.” Una volta si odiava faticare, per cui l’enfasi era sulla seconda parte della frase, oggi si è dimenticato di come ci si possa divertire, in quanto per divertirsi bisogna sapere giocare a basket, per cui l’enfasi è, ahimè, sulla prima parte. Parentesi: il che è poi la ragione di fondo per la quale guardo sempre meno basket. Certo, la difesa è fondamentale: però trattandosi di lavoro non vedo perché dovrei godere a vedere gente che lavora. Sarebbe come se uscissi per strada a guardare con voluttà gente che spala per strada o trivella. Loro faticano ancora più, molto più, dei cestisti, eppure nessuno paga il biglietto per andarli a vedere come invece si pagano salati biglietti per andare a vedere una rappresentazione teatrale o un concerto.

E infine breve risposta a Andrea (Llandre, per chi non viene alle sconvenscion) che si chiede perché non si agisca contro i violenti. Per la semplice ragione che, andando sempre più verso lo spettacolo, tipo wrestling controllato, i violenti sono caratteri immancabili di qualsiasi spettacolo, perché solo se i cattivi sono veramente cattivi i buoni possono emergere. Per cui sono perfettamente funzionali allo show, anzi ce ne saranno sempre di più. Del resto, quanti spettatori di meno avrebbe l’hockey se la gente sapesse per certo che non assisterà a qualche bella e spettacolare scazzottata? Il principio è quello.