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Insieme aperto

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Creato Martedì, 14 Maggio 2019 Scritto da Sergio Tavčar

Scusate se mi allargo un tantino, ma comincia a serpeggiare in me il malsano dubbio che questo blog sia letto anche da persone che non pensavo lo facessero, che anzi pensavo che non sapessero neanche che esiste. Intanto ho sentito il buon Trigari nominare il coach del Barcellona correttamente Pešić per tutta la partita, e poi mi piacerebbe pensare che Fanelli e De Pol possano essere stati contagiati da quanto scritto qui quando hanno fatto la cosa più semplice e ovvia e che ogni telecronista dovrebbe fare per principio, e cioè andare dal giocatore con un cognome la cui pronuncia si presta a qualche dubbio rivolgendogli la semplice domanda: “Ma tu, scusa, in realtà come ti chiami?”. E, Skuer mi perdonerà, ma non credo che questa sia una cosa particolarmente da presunti “intellettualoidi”.

In merito vorrei fare un’altra prova, tentare di far passare l’idea che il centrocampista serbo dell’Arsenal si chiama in realtà “Kolascìnatz”. Chissà, se riesce anche questa, allora il malsano dubbio potrebbe quasi diventare certezza.

 

Tornando a Pešić ringrazio soprattutto Buck per la disamina che ha fatto sui coach dei playoff (e non delle Final Four, come mi è scappato nella furia di scrivere) che si è rivelato incredibilmente molto più buono di me nel giudicarli. So benissimo, anche per diretta pluriennale esperienza, quanto sia difficile fare il coach, ma dall’altro canto questi dovrebbero essere il top del top, per fare i coach prendono una barca di soldi, e dunque non credo che sia crudeltà giudicarli in modo severo. E dunque tornando al nostro e dopo aver visto gara cinque contro l’Efes il mio giudizio nei suoi confronti, espresso l’altra volta, viene semmai riaffermato e confermato. E’ vero che se metti in campo un quintetto di difensori non hai attacco e che se metti in campo un quintetto di attaccanti non hai difesa, ma la bravura di un coach, ripeto per la milionesima volta, perché mi sembra che questo sia il concetto assolutamente basilare secondo cui deve essere valutato il lavoro di un coach, si riflette nella sua capacità di mettere in campo un quintetto equilibrato, nel quale le virtù di ognuno dei giocatori vengano esaltate al massimo mentre le carenze vengano altrettanto bene mascherate. In definitiva devo avere buoni difensori che in attacco avranno un ruolo di puro e semplice supporto e buoni attaccanti, il cui lavoro difensivo dovrà essere integrato dal lavoro degli specialisti che in attacco non rendono. Ancora più terra-terra: in difesa non metterò mai, neanche sotto tortura, il mio miglior attaccante a difendere sul più forte giocatore avversario, e dunque per me un accoppiamento Larkin-Heurtel è una bestemmia cestistica, e altrettanto non esiste che in attacco i tiri decisivi me li prendano Ribas, Oriola o Claver o chi per loro.  Chiaro, potranno farlo se rimarranno completamente soli quando la difesa avversaria si sarà concentrata sui miei attaccanti più forti, ma mai, anche qui neanche sotto tortura, quali go-to-guys. E infine, ciliegina sulla torta, se contro una squadra che palesemente fa del tiro da tre la sua soluzione strategica collasso continuamente a centro area (avendo paura di chi? Di Dunston? O addirittura di Pleiss? – volevo scriverlo l’altra volta, ma me ne sono dimenticato, che per me l’ LVP – dove “L” sta per least – dei playoff era proprio lui senza ombre di dubbi) lasciando che loro tirino indisturbati da ogni dove, allora, scusatemi, ma ho sbagliato tutto. Quando allenavo, visto che avevo sempre squadre fisicamente di molto inferiori rispetto a quelle con le quali mi toccava scontrarmi, le occasioni per vincere in un campionato si contavano sulle dita di una mano. E se perdevo uno di questi match mi veniva un magone sconfinato che mi mandava in paranoia, perché se c’è una cosa che non concepisco è quella di perdere contro una squadra inferiore alla mia. In questo caso il Barcellona è, comunque la si metta, più forte dell’Efes e dunque averci perso (sulle cinque partite, cioè in una serie lunga nella quale hanno fondamentale importanza le panchine – perché cavolo non ha mai giocato Blažič?) è ancora più grave.

In merito ancora la mia brevissima su Obradović che non riesco a capire perché stia tanto antipatico a Lofoten, tanto da fargli scrivere pure falsità storiche, o peggio ancora, da fargli scegliere con certosina cura le uniche possibili o presunte defaillance della sua carriera. Gli ricordo solo che quando vinse con il Partizan (è ovvio che per vincere la Coppa Campioni qualche bravo giocatore devi comunque averlo, nessuno crea miracoli dal nulla, e lui per l’occasione ne aveva tre, di cui due campioni, inutile ricordarne i nomi, più Rebrača e stop) era al suo primo anno in panchina e, come ricordato giustamente da qualcuno, il vero miracolo lo fece quando vinse con la Juventud. Sfido chiunque a vincere la Coppa Campioni con quella squadra e già quella prodezza basta e avanza per descrivere e illuminare un’intera carriera. Ricordo solo quanto mi disse Jaka Lakovič quando gli feci una lunga intervista per Zona sport in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Doberdob-Doberdò del Lago, comune in provincia di Gorizia dal quale è originaria la sua famiglia e che lo ospitò per molti mesi durante la breve guerra per l’indipendenza slovena (all’epoca aveva 13 anni): “Quando sono arrivato al Panathinaikos dal Krka ci sono arrivato da capocannoniere dell’Eurolega e pensavo di essere un giocatore già arrivato, fatto e finito. Ebbene, per tutto il primo anno con Žele qualsiasi cosa facessi sia in allenamento che in partita era secondo lui sbagliata ed è stata una tortura infinita, un cazziatone continuo. Ebbene a questo punto non mi crederai se ti dico che in quel solo anno ho imparato di basket molto più di quanto non avessi imparato fino a quel momento e io, per quanto riguarda la mia carriera, sarò sempre eternamente grato a Žele per quanto sono riuscito a fare.” 

E per finire con il tema degli allenatori penso che sia giusto ricordare anche da parte mia Arnaldo Taurisano che in realtà non ho mai conosciuto né ci ho parlato, ma che come Guerrieri o il “Barone” Sales, o ancora Bianchini, ha fatto parte di quel ristrettissimo gruppo di allenatori italiani che erano anche persone di straordinaria cultura generale e specifica ed inoltre erano galantuomini dei quali ormai si sta un po’ perdendo lo stampo. Ma colgo anche al balzo la vittoria della Virtus in Coppa UEFA per ricordare, cosa che non feci in modo molto vergognosamente colpevole a suo tempo, Alberto Bucci, straordinaria persona che ho conosciuto in una bellissima serata da Puiatti a Mossa, e con la quale abbiamo legato in modo spontaneo in pochissimi minuti e che mi ha totalmente affascinato per il suo approccio alla vita e non solo al basket, vista la malattia che lo stava divorando. Veramente spero che, in qualche modo, sia stato lui da lassù a fondamentalmente mettere il tappo sul canestro della Virtus sia in semifinale che in finale, visto che ambedue le squadre avversarie non riuscivano a segnare neanche per sbaglio. 

Ovviamente sull’NBA non riuscirete ad estorcermi qualsiasi tipo di commento, perché ogni cosa che posso dire potrebbe incriminarmi. Quando in una Lega fra tempi regolamentari e supplementari quattro volte su quattro a punteggio pari (!!) l’ultimo tiro in attacco è una bomba sconsiderata da metà campo o quasi, o quando in una Lega che secondo i suoi più eminenti filosofi tipo il marziano di Llandre si basa sulla potenza devastante del tiro da tre una squadra vince gara sette di una serie di semifinale di Conference tirando da tre 4 su 26 e vince solo perché gli avversari hanno fatto 2 su 19, allora non c’è imbonitore al mondo che potrebbe convincermi a dare un’occhiata anche di sfuggita ad obbrobri del genere. 

Ragion per cui cambio argomento e per finire vorrei aprire un dibattito sul caso più significativo e a lungo termine più importante per tutto lo sviluppo futuro dello sport in genere, che è ovviamente il caso della sospensione di Caster Semenya del quale tanto si è parlato, ma non stranamente su queste colonne. L’argomento è scottante e si presta a sbrodolamenti pseudo politicamente corretti e retorici da far venire il latte alle ginocchia, anche quando questi ragionamenti sono in fondo determinati da un corretto modo di pensare in generale o di principio, ma capisco che le varie sensibilità possano essere diverse, per cui ognuno la pensa a suo modo e, sono pronto ad ammetterlo, nel suo ha magari ragione. Per stimolare un dibattito nel quale mi interessa (veramente, non è una frase di cortesia) conoscere le vostre opinioni di persone pensanti e intelligenti, dico la mia.

Parto da lontano e prendo le cose dalla porta di servizio. Immaginate per un istante che il dominatore mondiale dei 400 metri di atletica Van Niekerk, colto da un impeto incontrollabile di autodistruzione, decidesse di segarsi le gambe all’altezza delle ginocchia per poter correre con le molle con le quali correva Pistorius. Secondo voi a quanto porterebbe il record mondiale sui 400 metri? A 36-37 secondi? Secondo me non molto di più. E a questo punto per poterci gareggiare contro cosa dovrebbe fare il resto del mondo? Non avrebbe che due scelte: o tutti si auto-amputerebbero per poter essere competitivi o semplicemente smetterebbero di correre (possibilità ben più probabile) lasciando Van Niekerk a correre da solo con ciò effettivamente uccidendo i 400 metri piani maschili quale disciplina dell’atletica leggera. 

Il caso della Semenya è secondo me, al netto di ogni implicazione personale, anche morale se volete, esattamente uguale. Lei, la Niyongaba e la keniana di cui non ricordo il nome, semplicemente presentandosi in pista, uccidono quella che dovrebbe essere la base assoluta e fondamentale di ogni competizione sportiva, e cioè l’equità competitiva. E in qualsiasi disciplina sportiva, quando non c’è equità competitiva, non c’è per definizione competizione. E quando non c’è competizione, la disciplina stessa muore. Qualcuno potrebbe dire che c’è per esempio il caso di gente che nasce con un tasso di ematocrito molto più alto e che è dunque favorita nelle competizioni di durata. Certo, ma in questo caso si tratta di persone che appartengono, per così dire, allo stesso insieme e non sono elementi di un insieme diverso. Ad esempio non credo che ci sia nessuno che sostenga che gli atleti degli altipiani africani, essendo nati in altura e dunque dotati, geneticamente quasi, di doti di resistenza ben superiori a quelle delle genti nate in pianura debbano essere per questo banditi (a parte forse qualche organizzatore di Trieste) dalle competizioni. Nel caso della Semenya siamo invece in presenza di un elemento (scusate il crudo linguaggio matematico, ma lo faccio apposta per tentare di presentare il problema al netto di qualsiasi implicazione, diciamo così, sentimentale) che appartiene ad un altro insieme rispetto a quello della stragrandissima maggioranza delle donne di tutto il mondo e che proprio per questo altera l’equità competitiva di qualsiasi competizione riservata al sesso femminile. E proprio per il bene dello sport femminile che ritengo la decisione della IAAF stranamente, almeno dal mio punto di vista visto quanto hanno fatto in passato, estremamente giusta e equilibrata. In definitiva quanto detto a mente calda dalla Guida a suo tempo e che tanto scalpore ha sollevato è secondo me semplicemente giusto, per quanto crudele possa sembrare. Mi dispiace, ma per me il bene di tutto il movimento sportivo di più di 3 miliardi di ragazze di tutto il mondo ha la precedenza assoluta sul bene di una singola signora sudafricana. 

Come detto, il dibattito è aperto e vorrei tanto sapere cosa ne pensate voi.