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Astuzia o fatica

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Creato Venerdì, 11 Maggio 2018 Scritto da Sergio Tavčar

Devo confessare che la mia vena “creativa” è stata molto solleticata dai vostri ultimi commenti, per cui mi sento quasi in dovere di rispondervi. Anche perché sia Andrea-Go che Llandre (che non sia un caso che siano fra i capisaldi imprescindibili di ogni sconvenscion?) hanno toccato temi che mi stanno molto a cuore e che vorrei mettere in correlazione secondo una mia teoria che vale per quel che vale e che desidererei tanto che qualcuno me la discutesse opponendo evidentemente argomenti validi e ponderati, tali da farmi ripensare a quanto sto per scrivere.

Inciso: la cosa che più mi fa venire l’orticaria è quando qualcuno scrive: “è così perché l’ha scritto il professor Tal dei Tali”. Se il professore Tal dei Tali dice qualcosa che se la faccia e se la dica pure, ma a me interessa semplicemente quanto avete da dire voi come soggetti pensanti e raziocinanti, dunque ragionanti.

Parto da lontanissimo. Più passano gli anni e più mi sto rendendo conto di quanto le varie conoscenze umane siano correlate fra loro. Di sfuggita direi che le conoscenze “a scomparti” sono probabilmente inutili, in quanto non riescono a dare il quadro globale di quanto succede nell’umanità e la stessa divisione dell’insegnamento scolastico in materie scollegate fra di loro è una delle ragioni per le quali i ragazzi fanno fatica a apprendere nozioni appese nel vuoto, e dunque, non capendo a cosa serva quanto tentano di fargli imparare, non hanno interesse per le varie materie, per cui non le imparano. Sono però convinto che se un professore forse tanto bravo da spiegare che storia, geografia, climatologia, sociologia e magari anche psicologia se non addirittura chimica, fisica e storia delle scienze sono estremamente più collegate e correlate fra loro di quanto non si possa pensare, l’interesse per la conoscenza aumenterebbe fra gli studenti in modo drastico facendo fare il decisivo salto di qualità verso il desiderio di conoscenza e dunque verso il divertimento nell’imparare. Però i professori dovrebbero essere molto, ma molto bravi e soprattutto dovrebbero avere un’educazione a monte totalmente diversa da quella che hanno adesso, che va esattamente nella direzione (anche per il modo con il quale sono valutati) opposta a quella verso la quale dovrebbe tendere.

Proprio partendo da quanto scritto dai due suddetti amici mi sono messo un giorno in balcone a pensare mentre stavo prendendo il primo sole primaverile. Partendo dall’assunto ormai assodato che la civiltà umana è nata in una precisa regione del mondo, la mezzaluna fertile mediorientale, per ovvie ragioni geografiche e climatiche, ho tentato di trasporre questo fatto a quanto può essere successo nella storia nelle nostre regioni e in genere in tutto il Mediterraneo. Da noi fa molto più caldo che non nel Nord Europa, mi sembra pacifico. La gente però, dovunque stia, deve pur vivere. E per vivere deve lavorare. Nei tempi antichi, per millenni, il lavoro principale consisteva nel lavorare i campi e nell’allevare il bestiame. I campi si lavorano e il foraggio per il bestiame si accumula d’estate, quando la flora cresce e si sviluppa. Però da noi d’estate fa molto caldo e per lavorare si fa molta più fatica di quanto non la si possa fare in climi più freddi. Proprio per questo nelle nostre regioni era fondamentale che la fatica fosse ottimizzata, nel senso che il più capace era quello che riusciva a fare di più facendo la minor fatica possibile. Facendo meno fatica poteva lavorare più a lungo e questo lo rendeva superiore agli altri. Ottimizzare la fatica significa eliminare tutti i movimenti inutili concentrandosi solamente ed esclusivamente su quelli produttivi e dunque questo tipo di capacità era la dote massima che un abitante di queste regioni potesse avere. Trasponendo tutto su un piano sportivo ciò voleva dire che il più bravo era il più coordinato, quello che faceva meno fatica per avere la meglio sugli altri. Da sempre lo sport è stato, in qualità di gioco, la palestra fondamentale per acquisire le doti sia fisiche che caratteriali e mentali per poter poi affrontare al meglio le sfide della vita reale e dunque in questo tipo di ottica era solo ovvio che chi assisteva a giochi sportivi di squadra apprezzasse e considerasse meritevole di successo colui che si imponeva facendo esattamente il meno possibile di fatica. Meno fatica faceva per vincere più diventava l’idolo di tutti. Chiaramente per poter avere successo in questo quadro ambientale e con queste premesse era solo ovvio che il fine potesse essere raggiunto solamente ricorrendo all’astuzia se non direttamente all’inganno.  Così, di straforo: i greci cosa sono, se non mediterranei? Ebbene, qual è il punto chiave di uno dei loro più famosi racconti epici, quello sull’assedio di Troia? E’ il famosissimo episodio dell’invenzione di Ulisse del Cavallo di Troia, grazie al quale gli Achei vincono un’interminabile guerra. E cos’è il Cavallo di Troia se non la celebrazione massima dell’astuzia e dell’inganno?

Sono fermamente convinto che questo tipo di atteggiamento sia alla base di tantissime espressioni anche culturali e di costume diffuse in tutto il Mediterraneo. Per esempio la corrida spagnola che oggigiorno fa inorridire i benpensanti per la gratuita tortura sul povero toro. Nei tempi passati, quando l’animalismo era un concetto totalmente alieno alla mentalità della gente che vedeva gli animali esclusivamente quale fonte di cibo o di lavoro gratis, nella corrida succedeva la sublimazione assoluta di quanto ho detto sopra. Nel momento chiave e più sacro del rito, la corrida essendo secondo me un rito a tutti gli effetti, rimaneva il matador da solo contro la forza bruta, feroce e preponderante dell’animale, e riusciva a prevalere sfoderando esclusivamente la sua astuzia e le sue capacità mentali facendolo sfinire costringendolo con le “finte” della muleta a compiere continuamente il “peccato” principale e più temuto da quelle genti, e cioè il fare fatica per nulla. Poi, quando non poteva più essere pericoloso, il toro veniva “matato”, ma quello era tutto sommato il finale inevitabile che in realtà non aggiungeva più nulla a quanto successo nell’unico momento veramente importante, quello dell’ “1-contro-1” fra uomo e toro.

Con questo tipo di retaggio ambientale e culturale stratificatosi nelle coscienze delle genti per centinaia di generazioni mi sembra solo ovvio che le genti mediterranee interpretino il basket, sport splendido (come anche il calcio, che sia ben chiaro, e che è uno sport molto più nobile in realtà di quanto non lasci supporre l’accozzaglia di cretini congeniti che si spaccia per tifosi organizzati e che inquina questo sport) proprio perché si presta ad essere interpretato in tantissimi modi, molto diversi l’uno dagli altri, in modo del tutto peculiare, praticamente agli antipodi rispetto al modo con il quale viene interpretato lì dove fu inventato, e cioè in America, luogo di origini e abitudini anglosassoni, dunque dell’Europa del Nord e dunque ancora con attitudini mentali e caratteriali nei confronti del lavoro totalmente diverse, se non opposte, a quelle nostre.

Conseguenza di tutto questo è la cosa che Llandre non riesce a capire e che si rifiuta, lui che ragiona con la mentalità anglosassone (sei forse di origini svedesi? – scherzo: qui sarebbe da aprire tutto un altro capitolo, su cioè come tutta l’Italia del nord, cioè quella continentale, sia molto più legata alla mentalità centroeuropea, sia per clima, tradizione che storia e che dunque ben poco c’entra con tutto quanto detto sopra), di ritenere possibile, che cioè uno giochi con intenti diversi da quelli che lui ritiene primari e unici, che sarebbero quelli di vincere. I Balcani sono la regione del Mediterraneo europeo che hanno avuto la storia più tribolata con l’invasione e l’occupazione turca che ha impedito lo sviluppo sociale e anche culturale e scientifico che hanno potuto avere le altre due grandi penisole mediterranee, quella iberica con l’impero spagnolo e le conquiste portoghesi, e quella appenninica con l’insediamento in essa del centro religioso del mondo con tutto quello che ciò comporta, per cui sono rimasti, brutalmente detto, più primitivi e dunque molto più legati ai retaggi basici ambientali e culturali risalenti ai millenni citati prima. Nel gioco e nel basket in particolare questo retaggio storico si esplicita in modo clamoroso. La partita è vissuta quasi come un rito di iniziazione, nel quale è fondamentale scoprire prima e celebrare poi il più capace di tutti, che sarebbe, come detto, quello capace di prevalere facendo la minor fatica possibile. Se uno è grande e grosso e ti schiaccia in testa è comunque uno che otterrà la totalmente insignificante vittoria in quella particolare partita, ma che poi nella vita reale sarà inutile, in quanto schiacciando ha fatto fatica e dunque potrà lavorare per poco tempo, non solo, ma anche per quel poco di tempo consumerà molta più energia rispetto a chi è più furbo e capace. Il massimo della libidine per uno spettatore balcanico di basket è vedere il più piccolo di tutti che con una finta sotto canestro mette a sedere tutti i lunghi e segna in sottomano, rigorosamente facendo ostentatamente il minimo possibile di fatica. Tutto il resto, risultato compreso, è contorno irrilevante.

In questo contesto è perfettamente comprensibile, e qui rispondo a Andrea-Go (anche Llandre è in realtà Andrea, dunque il suffisso –Go elimina ogni possibile confusione), che gli sportivi mediterranei siano, proprio per le loro origini storiche e per le capacità affinate in millenni di selezione naturale, mediamente molto più coordinati rispetto a tutte le altre popolazioni europee. E’, come detto, una mera condizione di sopravvivenza pura e semplice. Ragion per cui sembrano molto più lenti rispetto agli altri, rispetto a quelli cioè che possono permettersi di fare gesti inutili e dunque più fatica che alle loro latitudini non nuoce, anzi, detto pedestremente, riscalda. Per questo sembrano anche più lenti di piede, ma credetemi, non lo sono. Qui entra in gioco anche l’attitudine mentale della minor fatica possibile. Se non serve, i piedi non si muovono. Se in attacco faccio 8 su 8 da tre, perché fare fatica in difesa contro avversari che non la mettono neanche nella vasca da bagno? Llandre, spero che tu mi creda se ti dico che Dončić, volendo, può difendere su chiunque, basta che lo voglia. Tanto più che si dimentica spesso e volentieri, o addirittura non lo si prende neanche in considerazione, probabilmente per non abbattere definitivamente gli attaccanti scarsi, che il miglior difensore, il leggendario Michelino insegna, è solo chi è anche un grande attaccante. Solo chi è un grande attaccante può leggere le intenzioni dell’avversario che si trova di fronte, semplicemente chiedendosi cosa farebbe lui se fosse al suo posto, e dunque può annullare il vantaggio intrinseco che ogni attaccante ha nei confronti del difensore, quello cioè di poter fare la prima mossa. Se il difensore legge in anticipo la mossa che intende fare l’attaccante, può anticiparlo e dunque difendere con successo. Se, essendo scarso in attacco, non riesce a capire quale possa essere la mossa dell’attaccante, sarà sempre battuto anche se atleticamente è Usain Bolt. E’ assolutamente inevitabile.