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C'erano una volta i giovani

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Creato Lunedì, 06 Febbraio 2017 Scritto da Sergio Tavčar

Urge post immediato per ringraziare sentitamente tutti voi che mi avete augurato una pronta guarigione, chiarendo però che dopo il crash iniziale molto spettacolare la situazione si sta pian piano normalizzando e, a parte il gomito avvitato che si muove quel tanto che può ma che non mi fa male, per il resto sono praticamente normale, cioè quello di prima (ognuno interpreti come vuole questa frase volutamente sibillina).

Ne approfitto per chiarire anche qualche concetto sui giovani promettenti che ho asserito non aver visto in A-2. Dico subito che su Moretti jr. non ho elementi sufficienti per dare un giudizio, avendolo praticamente mai visto giocare (non giocando a Bologna in TV praticamente non si vede mai), e non ho problema nel fidarmi di quanto mi dite. Del resto mi ricordo benissimo di quanto Mario Blasone fosse entusiasta di suo padre, di cui diceva che era uno dei giocatori più intelligenti che lui avesse mai allenato e che, se solo avesse avuto un fisico un tantinello più reattivo, sarebbe potuto essere uno dei migliori giocatori italiani di ogni epoca, visto come e quanto capiva di basket. E se il frutto non cade lontano dall’albero, allora non dubito che sia una grande promessa.

 

Il mio discorso è comunque indirizzato verso orizzonti molto più vasti. A me interessa vedere i giovani per vedere quale sia lo stampo, direi quasi l’humus, generale nel quale vengono allevati, cosa viene loro insegnato e cosa recepiscono di veramente importante per il basket di quanto viene loro proposto. Sempre che qualcuno proponga loro qualcosa di veramente importante per il basket, per far capire loro il senso del gioco del basket, per renderli consci di cosa si vorrà da loro in campo una volta che avranno ultimato il loro percorso formativo.

E qui, scusatemi, ma devo andarci giù pesante. Sono totalmente affranto, non trovo altre parole. Comincio con i fisici che vedo. L’Italia ha 60 milioni di abitanti, molti dei quali sono anche figli di immigrati da altri continenti che non possono non rafforzare la già straordinariamente variopinta e in definitiva sana e storicamente tosta infinita serie di genti nostrane. E allora perché tutti questi giovani virgulti sono in definitiva dei bassotti mingherlini? Si parla nell’ottica del basket, ovviamente, non in quella della vita normale, sia ben chiaro. E’ mai possibile che la nazionale italiana abbia due lunghi due di numero e che le varie rappresentative juniores e più giovani ancora non abbiano un lungo promettente che sia uno (o almeno io non ne ho visti – a parte Biligha di cui vi ho parlato due stagioni e mezza fa e che ora sembra che qualcuno stia scoprendo)? Eppure malgrado tutto le condizioni di vita degli italiani negli anni sono migliorate e, se anni fa in Serie A esordivano a 16 anni per esempio Meneghin e poi Villalta diventando subito decisivi, per non parlare di tutta una serie di lunghi fortissimi, per andare in ordine cronologico, dai vari Serafini, Ferracini, Vecchiato al povero Vendemini per finire con Magnifico e Costa, come è possibile che oggigiorno di gente del genere non se ne abbia neanche il sentore? Eppure, se esistevano allora, tanto più dovrebbero esistere oggi. La spiegazione di questo mistero sta secondo me in un’altra constatazione lampante. In Serie A giocano molti (semi) lunghi anche bravi, alcuni molto, ma molto bravi tipo Pascolo o in subordine Polonara passando poi per i vari Baldi Rossi o Zerini per dire di due che mi piacciono che (se sbaglio correggetemi, ma non della serie pelo nell’uovo tipo: ”è stato convocato una volta in uno stage estivo Under 1X - X a scelta fra 4 e 9”, io parlo di gente che in età giovanile era la trave portante delle varie nazionali di categoria) non hanno mai svolto nessun tipo di percorso nelle nazionali giovanili italiane. Sono tutti venuti fuori tardi ognuno in modo diverso, ma sempre dando l’impressione di essere venuti fuori un po’ per caso o per la lungimiranza di qualche oscuro tecnico di provincia. Che è del resto la storia nel recente passato di colonne dell’argento olimpico di Atene quali Galanda o Chiacig. L’unica eccezione che mi viene in mente potrebbe essere quella di Melli (parlo di lunghi o quasi, per cui Della Valle e Gentile sono fuori da questo discorso) che però, per finalmente sviluppare il suo talento cristallino è dovuto – per fortuna sua e della nazionale – emigrare in Germania. Stesso discorso si può fare per Datome che era anche lui un talento spaventoso che però è venuto fuori colpevolmente troppo tardi e meno male che anche lui è emigrato. Gallinari è tutto un altro caso del tutto fortuito essendo di Milano e figlio di un ex giocatore, per cui sotto i riflettori dalla nascita.

Quello che se ne evince è che le nazionali giovanili sono deleterie e il lavoro che vi viene svolto è, più che sbagliato, perché per certi versi è comprensibile e tutto sommato anche scusabile, totalmente inutile. Compito delle nazionali giovanili dovrebbe essere quello di scoprire talenti e di permettere loro di sviluppare il loro talento in un ambiente a loro più consono giocando tra coetanei e contro coetanei facendo quello che nei club è impossibile fare, sviluppare cioè le loro doti tecniche e far fare loro esperienza giocando il più possibile. Talenti vuol dire però gente che sposterà equilibri a livello senior e questi sono normalmente i futuri lunghi che si sviluppano in tutti i sensi più tardi, per cui non servono per vincere partite a livello microbi imberbi. Io comincerò a credere nell’utilità dei settori giovanili quando vedrò (come succedeva nella vecchia Jugoslavia - e scusate se sembro agiografico, ma loro lo facevano perfettamente apposta, mi ricordo ancora il lavoro certosino che fece Novosel nella nazionale cadetti con Žižić, scoperto sui monti del Montenegro e recapitato al Beograd fatto e finito, per quanto finito potesse riuscire a essere) una nazionale italiana Under 16 (poniamo) di statura media superiore ai 2 metri, diciamo 2 e 03, che se la da in faccia, che perde con tutti, nella quale però questi giovani giocano 40 minuti crescendo in tecnica, gioco di squadra, ma soprattutto autostima e motivazione. Poi qualcuno riuscirà, la maggioranza forse no, ma intanto ai pochi veri forti ho dato tutto perché in futuro siano utili ai massimi livelli. Se non ci riuscirà nessuno, pazienza, ci avrò almeno provato. E se per generazione allevo 1 o 2 giocatori ho già fatto in abbondanza il mio dovere.

E invece si lavora esattamente al contrario. Per la Federazione sembra che l’importante sia vincere medaglie nelle varie competizioni di categoria, tipo l’ultimo bronzo degli Under 18, facendosi belli di giocatori tipo, appunto, Moretti che sono comunque già travi portanti della loro squadra di club. E dunque che valore aggiunto vi hanno dato? Nessuno. Zero via zero. Ricordo con raccapriccio la nazionale Under 20 di Lignano, formata da non giocatori, nel senso che c’erano 12 ragazzi praticamente analfabeti di basket con un giocatore clamorosamente sopravvalutato quale Fontecchio che a Milano, per la grancassa mediatica che lo accompagna mentre rimane un giocatore fondamentalmente allo stato brado, sta ripercorrendo ad ampi passi la parabola di Gentile (che rispetto a lui ha comunque un talento nettamente superiore). C’era un ragazzo che faceva tutto al contrario rispetto a quanto si dovrebbe fare su un campo di basket, La Quintana, che poi ho rivisto a Capo d’Orlando fare cose nettamente più umane sotto la guida di quel bravissimo allenatore (Di Carlo?) che hanno. Dunque si può, basta saperlo e volerlo.

Per vincere a livello giovanile, come già detto, servono ragazzi sviluppati soprattutto mentalmente ma anche fisicamente, nel senso di maggior velocità sia atletica che mentale, che siano coordinati il prima possibile. E questi sono inevitabilmente quelli che poi rimarranno piccoli e mingherlini. Mentre i lunghi bravi ce li frega la pallavolo che ha radici nella scuola molto più sviluppate rispetto al basket, per cui la maggioranza dei professori di educazione fisica di estrazione volleyistica scopre e indirizza verso la pallavolo i talenti con i quali ha a che fare.

C’è poi tutto il discorso di come anche questi lillipuziani in realtà non sappiano giocare a basket. Ma cosa insegnano loro alla base? Giocare a basket non significa correre come schegge, andare in penetrazione senza sapere cosa fare o tirare tiri del piffero quando gli viene la fregola, significa intanto rapportarsi con i compagni, leggere le situazioni di gioco, avere la soluzione giusta per ogni sfida che si offre, sapere giocare senza palla, significa ragionare insomma sia in attacco che in difesa (sì, anche in difesa si ragiona, cosa che la gente sembra si dimentichi). Io ho un mio criterio abbastanza affidabile per capire se uno è un “vero” giocatore di basket: lo seguo in campo per un po’ di tempo guardando solo lui e se mi sembra che sotto la sua calotta cranica le rotelle girino di continuo tentando in ogni momento di fare la cosa giusta da fare in quel momento, allora quello è uno da seguire perché può uscirne qualcosa di buono. Se invece mi dà l’impressione della gallina decapitata che si muove a casaccio, allora è pressoché certo che quello non sarà mai un giocatore di basket. Cosa che vale comunque per tutti gli sport di squadra. E, scusate, ma di rotelle che girino nei giovani che vedo, anche quelli che avete nominato voi, non ne vedo proprio.

Non voglio con ciò dire che siano casi disperati. Certo che se continuano così lo diventeranno presto, soprattutto se di fronte a millanta cagate (parola sdoganata da Repeša, dunque prendetevela con lui, non con me) in serie poi, quando, come dicono gli sloveni, anche la gallina cieca becca un chicco, cioè per puro sbaglio qualche loro iniziativa va a buon fine questa viene esaltata come espressione del puro talento del Tale. I giovani si educano estirpando i loro errori e questo si può fare solo tirando cazziatoni a raffiche, torturandoli quasi per renderli umili e ricettivi, ma soprattutto per fare loro capire che la via verso il successo è maledettamente difficile e che non ci sono scorciatoie, per quanto si sia stati fenomeni a livello giovanile. Ma per far ciò ci vogliono istruttori veri, che ci tengano ai loro ragazzi motivandoli e facendoli lavorare, ma soprattutto per farli lavorare nella direzione giusta, verso quella che è la comprensione del gioco del basket. Se però neanche gli istruttori, cosa che sospetto, sanno cosa sia veramente il basket, allora il panorama è nero.

Certo poi magari oggi come oggi in Europa di Dončić ce ne è uno solo e non può diventare nessun tipo di pietra di paragone (per rispondere alla curiosità di un commentatore: le partite del Real, se non le vedo in diretta, me le registro solamente per vedere un ragazzo che non pensavo potesse esistere nel 2017 e che pensavo che dai tempi di Dražen o Kukoč mai più avrei visto), ma insomma fare di più si dovrebbe. Se si riuscisse a fare in modo che i prossimi Polonara o Pascolo fossero seguiti da allenatori più competenti già da piccoli, parlo a livello di settore squadre nazionali, non certamente dei benefattori del basket che li hanno scoperti e svezzati contro tutto e tutti, sarebbe molto meglio. Anzi, sarebbe l’unica cosa giusta. Se non sono capaci di fare questo, aboliscano le nazionali giovanili. Nessuno le rimpiangerebbe.

 

Scusate la durezza, ma quando ce vo’ ce vo’.