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La storia di Fragolino

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Creato Venerdì, 19 Novembre 2010 Scritto da Sergio Tavčar

I knew it...I knew it...come dice un personaggio della "Bella e la bestia". Lo sapevo che prima o poi avrei letto commenti tipo quello di Matteo. In breve per chiarire un equivoco: questo sito si chiama "sergiotavcar.com" ed in esso vi scrive il sottoscritto. Il che significa che esprime le sue opinioni. Se poi alcuni sono d'accordo, leggono, se non sono d'accordo, vanno da qualche altra parte. Tutto qua. Qui nessuno è Dio, ma vivaddio, viviamo in democrazia e penso che ognuno possa esprimersi. Come per la TV: se il programma non mi piace, esiste sempre il telecomando o cambio canale. Se poi i miei vaniloqui vanno su qualche altro sito o sono argomento di qualche altro forum, non è certamente colpa mia. Evidentemente qualcuno li trova interessanti, altri li trovano provocatori, altri ancora fuori di testa. D'accordo, non c'è problema. Non ditelo a me che trovo assolutamente demenziali tantissimi altri forum. Però una volta che ho letto di cosa trattano, cambio canale e non mi passa neanche per l'anticamera del cervello di intervenirvi, perché interloquire con gente che tenta di convincermi che il sole è verde e che vive su un altro pianeta rispetto al mio più che stupido mi sembra inutile. Il mondo è abbastanza grande per tutti e tutte le opinioni sono legittime. Se pensate che sia un presuntuoso imbecille cambiate sito, ma non venite a casa mia non invitati a dire che faccio schifo. Sarà anche vero, ma come sanno i frequentatori di queste pagine, le mie convinzioni sono ferree e non saranno certamente commenti pseudocanzonatori basati sul nulla a farmi cambiare opinione.

Ancora a Stefano sulla volpe e l'uva: se voglio vedere correre i 100 in 9 e 6 guardo Usain Bolt, se voglio vedere pallacanestro vado a vedere Bodiroga. Se voglio vedere la Pellegrini non vado a vedere il nuoto sincronizzato. Se voglio vedere lo short track non vado a vedere il pattinaggio artistico. E se voglio vedere prodezze atletiche non vado ad un torneo di scacchi. E allora? Sono perverso?

Basta. Mi ero ripromesso più volte di non parlare più dell'NBA, ma ci ricasco sempre. Forse è più forte di me. E allora vi racconto una favola, quasi un apologo che significa tantissimo per me e che sintetizza il modo in cui io concepisco il basket.  (Per continuare a leggere, clicca sotto su "leggi tutto")

36 anni fa nel più recondito paesotto nell'estremo sudest della Slovenia di nome Podgrad (sotto l'Italia si chiamava pomposamente Castelnuovo di Villa del Nevoso) nasceva da una famiglia contadina un ragazzo grande e robusto come una roccia di nome Goran Jagodnik. Durante l'adolescenza si cimentò per la prima volta con lo sport giocando a calcio da centravanti alla Crouch nel locale Plama. Per studiare al liceo dovette trasferirsi a Capodistria dove la sua complessione fisica e la sua statura (2 metri e 02) non passarono inosservati e fu invitato a dedicarsi al basket per il Koper. Fece le varie giovanili e fu aggregato anche alla prima squadra, in quanto tanto lungo e tanto forte, per quanto di basket sapesse niente e soprattutto desse l'impressione che mai avrebbe imparato qualcosa. A 18 anni a fine stagione si aggregò alla squadra amatoriale del Circolo degli Italiani dove i responsabili tecnici (chiamiamoli così), fra i quali l'attuale responsabile del programma italiano di TV Capodistria Robert Apollonio ed il caporedattore dello sport Roberto Siljan, disperarono delle sue qualità e praticamente fece panchina per tutta la durata del campionato amatoriale. Dovendo fra l'altro ingoiare il soprannome di "Fragolino" col quale veniva chiamato (jagoda in sloveno vuol dire fragola). Nel '93 il Koper giocò addirittura la finale per il titolo sloveno (perdendo 3 a 1 contro l'Olimpija) con Jagodnik che in tutta la serie segnò due punti su un rimbalzo d'attacco in gara due. L'anno dopo fece altrettanta panchina e finalmente l'anno dopo la Società fallì e tutti i giocatori divennero liberi.

Il fisico ed i centimetri però rimanevano e Jagodnik ebbe un'offerta da Polzela, piccola località della Stiria slovena poco sotto Celje che aveva un'ottima tradizione di basket ed all'epoca anche una buonissima squadra con stella assoluta l'ex centro dello Zadar Petranović (da Polzela provengono i fratelli Udrih, il più vecchio Samo ed il ben più noto Beno). Il coach di Polzela era Boris Zrinski, bravissimo istruttore che sapeva lavorare benissimo con i giovani. Era molto più scarso in panchina come se ne accorse la nazionale slovena quando lui ne fu il coach, ma per lavorare in palestra era formidabile. E Jagodnik cominciò finalmente ad imparare: a tirare, a palleggiare, a giocare anche fronte a canestro, insomma, dai e dai, riuscì col duro lavoro a ritagliarsi un ruolo importante nella squadra.

Tanto importante che alla fine del secolo scorso arrivò addirittura un'offerta per andare a giocare all'estero e precisamente al Turk Telekom di Ankara dove giocava l'ex Olimpija Ivica Jurković. Forse fece però un passo leggermente più lungo della gamba perché giocò poco e dunque quando l'ex play di (super) riserva della nazionale Valter Jeklin, che intanto si era trasferito in Polonia, gli propose di venire lì dicendogli che era il campionato giusto, nel senso che non era particolarmente competitivo, ma che per quanto gli ingaggi non fossero astronomici le squadre erano serie e pagavano regolarmente, non ci pensò su due volte e si aggregò al Prokom. Fece tombola, perché il suo progresso tecnico, nonché di esperienza ed autostima, crebbero di pari passo con quello della squadra approdando alla fine addirittura in Eurolega. E quale metaviglia fu per tutti a Capodistria vedere "Fragolino" diventato uno dei giocatori chiave dei polacchi, non solo, ma anche temibile tiratore da tre punti!

Finita l'esperienza polacca Goran iniziò tutta una serie di peregrinazioni che lo portarono nei posti più disparati, tra Russia, Svizzera, Repubblica Ceca, addirittura Italia per un mese a Scafati. Sempre però portando con sé serietà, impegno e professionalità da ragazzo molto intelligente che si è sempre reso conto di essere un miracolato del basket, attività che mai avrebbe pensato potesse dargli da mangiare.

Quando, approdato al Hemofarm in Serbia, un grave infortunio lo tagliò fuori per quasi tutta la stagione 2008-09 sembrò che la carriera fosse finita. Doveva però ancora venire il bello. Il coach della nazionale Jure Zdovc (un altro stiriano) lo chiamò in nazionale per gli Europei in Polonia, nei quali non solo giocò, ma anche molto e bene, tanto che la favola sarebbe perfetta se solo la sua incredibile tripla dall'angolo nei minuti finali contro la Serbia in semifinale fosse servita a vincere la partita come sembrava al momento (però dall'altra parte c'era Teodosić...).

E finalmente, dopo tanto peregrinare, alla tenera età di 36 anni, ma fisicamente integro, Goran Jagodnik è approdato anche alla massima squadra slovena, l'Olimpija che, chissà come, con lui in squadra potrebbe anche qualificarsi dopo più di un lustro di figuracce per le Top 16 (tocchiamo ferro). Ed intanto ha vinto il premio quale MVP dell'Eurolega per il mese di ottobre.

"Robi, pensavi mai che il tuo panchinaro del Circolo sarebbe stato un giorno l'MVP dell'Eurolega?" "No, Sergio, mai. Anzi ero quasi certo che non avrebbe mai giocato ad alto livello."

Cosa ci dice questa favola? Forse niente. Forse che dove si vuole, si può. E che forse il talento non è solo correre e saltare, ma avere una gran testa. Mason Rocca?