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Da Belgrado all'America

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Creato Martedì, 30 Gennaio 2018 Scritto da Sergio Tavčar

Mi scuso con tutti voi per non essermi fatto sentire per tanto tempo. Ho visto comunque che non vi manco granché, in quanto state discutendo animatamente, ma amabilmente, fra di voi su tanti argomenti, per cui leggo i vostri interventi compiacendomi del fatto che finalmente c’è un sito dove si possono trovare spunti nuovi e discussioni intelligenti e interessanti. Ho pensato comunque che è forse tempo che anch’io dica la mia. Intanto, a mo’ di scusa, devo dire che sono stato anche emotivamente molto lontano da questo sito in questi ultimi tempi, in quanto ero assorbito, ripeto, anche e soprattutto emotivamente, dalla mia quattro giorni di Belgrado nella quale ho presentato la traduzione in serbo del mio libro.

Ho vissuto quattro giornate da sogno, sentendomi importante e riverito, insomma ho partecipato alla festa di Cenerentola, finita, ahimè, appena ho rimesso piede nel tran tran di casa nostra. Già l’idea che il mio libro, scritto per divertimento senza alcun tipo di pretesa, potesse essere tradotto in un’altra lingua, non solo, ma addirittura nella lingua principale della ex Jugoslavia, e che fosse messo in libreria con recensioni sui principali giornali e addirittura comparsate in diretta TV (venerdì 11 mattina alle 8 e 30 sono stato ospite in diretta della versione serba di Unomattina sulla prima rete della Tv nazionale e ho risposto per una decina di minuti, per quanto riuscivo a concentrarmi, alle domande della conduttrice, che era una roba da svenimento totale), e poi con una lunga intervista per il sito di SK (Sport Klub), il trust privato di TV sportive che ha ormai il monopolio dello sport per tutta la ex Jugoslavia, quelli che ci hanno tolto i diritti per il basket, per cui, almeno per questo sport, sono in questo periodo totalmente disoccupato come telecronista. Insomma, una roba da non credere e il ricordo che ne avrò per sempre sarà indelebile, ragion per cui non so veramente come ringraziare l’amico Alessandro Gori che ha organizzato il tutto, e i ragazzi della casa editrice Komshe, Mito, Dušan e soprattutto la vulcanica Jelena. Sarò loro per sempre debitore di un soggiorno praticamente onirico. E in più mi ha fatto molto piacere rivedere Praja che è stato presente alla presentazione (“vengo perché c’è Sergio” – potete immaginare l’orgoglio), in quanto altrimenti non lo avrei potuto vedere, visto che si è totalmente allontanato dal basket, in quanto, come praticamente tutti noi della sua e nostra generazione, in questo basket non si riconosce più, non lo capisce né lo apprezza, per cui per tenersi in forma gioca a tennis ed è anni che non tocca un pallone di basket

Prima un paio di cose non cestistiche. Sulle banane slovene. Criptico: vediamo se avete la fantasia per intuire da dove arrivano i soldi per gli sponsor del Koper calcio, sponsor legati a doppio filo agli affari del porto.

Pallamano Europei e Slovenia (che, con la sottile cattiveria che nutrite nei suoi confronti, vedi diatriba Randolph, vi chiedete dove sia finita dopo il bronzo mondiale dello scorso anno). E’ finita ottava, risultato non proprio esaltante. Motivi? Millanta. Intanto l’assenza per infortunio di alcuni pezzi da novanta, due fra loro assolutamente strategici, il terzino Dolenec, uno dei pochi tiratori da fuori di valore assoluto, e il perno difensivo Gaber, e poi uno svolgimento di torneo da incubo. Prima partita contro la Macedonia, squadra forte, ma soprattutto nelle grazie di coloro che possono, essendo il capo degli arbitri europei un macedone, e infatti la Slovenia, pur giocando male, perde di un gol, 29 a 28, anche e soprattutto a causa di un arbitraggio a senso unico. Seconda partita contro la fortissima Germania: grande partita malgrado l’arbitraggio deferente verso i tedeschi da parte di due disgraziati lituani (!), a cinque secondi dalla fine la Slovenia segna il gol del più uno, baci e abbracci, gli arbitri dicono che non è finita, vanno al VAR (ebbene sì, esiste anche nella pallamano), ci stanno per un quarto d’ora, ritornano in campo e assegnano un rigore a tempo scaduto ai tedeschi perché uno sloveno avrebbe disturbato i tedeschi nella rimessa in gioco della palla a metà campo (a meno di 5 secondi dalla fine! – nella pallamano non c’è lo stop automatico del cronometro in questi casi). Rigore segnato e pareggio finale. Gli sloveni minacciano di andarsene a casa, ma dopo una tumultuosa riunione plenaria del Consiglio direttivo della Federazione a Zagabria (un’ora di macchina da Lubiana) decidono di rimanere (fra l’altro il Presidente della Federazione slovena è Franjo Bobinac che è anche il capo della ditta di elettrodomestici Gorenje, uno degli sponsor principali della pallamano europea). Nella seconda fase (con i risultati della prima da portarsi dietro, dunque partiti per ultimi in classifica in questa seconda fase con tre punti in meno di quanti avrebbero dovuto essere) subito Danimarca, campione olimpico e storica bestia nera slovena (quando due squadre giocano a specchio vince sempre chi è un filino più bravo), e sconfitta di tre, poi Spagna in una partita vincere o perire (e molto importante anche per loro, perché a quel punto erano ancora in piena lotta per uno dei primi due posti) che la Slovenia gioca alla grande e vince 31 a 26, ma purtroppo l’handicap in classifica alla fine non permette di rimontare fino al secondo posto nel gruppo che avrebbe portato alle semifinali. Chi ha vinto l’Europeo? La Spagna, proprio quella battuta di 5. Per dire che, purtroppo per voi, la pallamano slovena è ancora molto viva e vegeta.

Salti con gli sci, disciplina sportiva affascinante per tutti coloro che nello sport vogliono vedere qualcosa di più profondo del solo gesto atletico. A Belgrado in camera leggevo un magnifico libro di un giornalista americano (lo leggevo nella traduzione slovena, per cui non sono sicuro del titolo in italiano, che dovrebbe essere qualcosa come “Il gene dello sport”), David Epstein del New York Times, che approfondisce i legami fra la genetica con conseguenti doti naturali (e su quanto se ne sa finora sull’argomento – dico subito: la conclusione è che in effetti se ne sa molto poco, l’unica cosa sicura è che non se ne saprà mai quanto servirebbe sapere), e l’allenamento, l’ atteggiamento mentale e la propensione all’allenabilità che è invece, incredibilmente, una dote naturale congenita. Per ragioni misteriose esistono persone che con pochi allenamenti progrediscono rapidamente, mentre ce ne sono altrettante che, per quanto si allenino intensamente, progrediscono molto lentamente, se mai lo fanno (si parla proprio di miglioramento atletico, non di acquisizione tecnica di movimenti). Nel capitolo dedicato ai grandi battitori del baseball l’autore si sofferma sul famoso caso, da cui hanno tratto anche una serie televisiva, della lanciatrice di softball che faceva ammattire i migliori battitori della Major League. La spiegazione del mistero è semplice: nel softball si lancia da più vicino e il cervello del battitore semplicemente non riesce a elaborare e poi trasferire in tempo in azione le informazioni che gli giungono al cervello. Per ovvie ragioni chimiche i nostri riflessi hanno una soglia inferiore non superabile, per cui semplicemente, di fronte anche a lanci diversi per impostazione (nel softball il lancio parte da sotto), il battitore non aveva alcuna arma per leggere il tiro, per cui la mazza girava più che a vuoto, a caso. E allora come fanno nel baseball vero? La spiegazione viene dal fatto che, sottoposti a visite oculistiche, tutti i migliori battitori sono risultati avere viste da falco, nettamente sopra i 10 decimi, come li intendiamo noi (per gli esperti: sui 18/20-15esimi), per cui riescono, anche grazie all’esperienza accumulata in anni e anni di allenamento, a vedere e a discernere nei primi istanti di movimento della palla come si muovono le cuciture della palla stessa – la conferma di ciò viene dall’esperimento del lancio di palle senza cuciture sulle quali sono semplicemente tutti inermi, anche i più bravi – per cui reagiscono d’istinto girando la mazza dove loro pensano che la palla arriverà per l’effetto che sono riusciti a leggere in quella brevissima frazione di secondo. 

Ecco, nei salti la cosa è esattamente analoga. Al momento dello stacco dal dente non hai minimamente il tempo materiale per pensare al gesto atletico-tecnico che devi fare (atletico: concentrare in una microscopica frazione di secondo tutta la potenza delle gambe per lo stacco, tecnico: momento dello stacco e direzione da dare agli sci nonché quando e come distendervi sopra il corpo – il tutto complicato dal fatto che ogni trampolino e ogni condizione particolare di vento sul dente e poi sul fondovalle modifica a volte drasticamente questi parametri, magari fra un salto e l’altro nel corso di un’ora), per cui il salto in sé è un affare di puro istinto, o se volete, di sicurezza in se stessi. I durissimi allenamenti, le infinite prove, tutto si risolve alla fine nella fiducia profonda in se stessi di riuscire a fare per istinto la cosa giusta. Insomma, il salto con gli sci è al 70/80% questione di testa. Se ce l’hai, se tutto in quel periodo ti va bene, salti come un dio e neanche tu sai perché. Se non ce l’hai, puoi fare anche i salti mortali che non ti riuscirà mai niente. Una volta in volo saprai subito se il salto ti è riuscito o meno. Prima però mai. Per ragioni misteriose Peter Prevc ha perso l’anno scorso, dopo la caduta all’atterraggio del secondo salto proprio nella prima gara di Kuusamo che senza la caduta avrebbe vinto per dispersione, la sicurezza in se stesso e con ciò i meccanismi gli sono saltati per aria. Il percorso di ricostruzione è difficilissimo e non è detto che riesca. A Stoch, che dopo le prodezze di Soči e uno stop per un’operazione per lungo tempo non è riuscito ad essere competitivo, l’impresa è riuscita. A Schlierenzauer evidentemente no. Prevc è in recupero e prima o poi ritornerà. Non credo però per la Corea, purtroppo. E proprio restando in famiglia, il fratellino Domen, che all’inizio della scorsa stagione spaccava il mondo a neanche 18 anni compiuti, ora sembra un altro saltatore. Esempi del genere nei salti ce ne sono a iosa. Dall’altra parte, sempre in campo sloveno, un Jernej Damjan, che tre -quattro anni fa non se lo filava nessuno e tutti si chiedevano perché non si ritirasse, quest’anno salta in modo straordinario, come non aveva mai fatto in vita sua. Sono i misteri dello sport: per questo adoro i salti, o se per quello, adoro anche il golf che nelle linee generali affronta le stesse problematiche con giocatori che per un periodo imbucano tutto da ogni dove e che magari l’anno dopo faticano nei tornei Challenger. 

Basket. Di Milano non parlo più, anche se voi continuate pure a farlo che vi leggo con molto interesse. Semplicemente su Milano penso esattamente quello che ha scritto Buck in fondo al suo ultimo commento. Quando compri giocatori un tanto al chilo e, aggiungo io, quando compri come campioni gente che ha ampiamente dimostrato in passato di non esserlo, e poi fai girare in campo i giocatori come trottole senza che nessuno riesca a capire una cosa che ritengo fondamentale, e cioè chi sarebbe parte del primo quintetto, e soprattutto chi sarebbe parte dell’ultimo quintetto, quello che vince le partite, chi fa cosa, quando e come, quando insomma ci sono in campo quintetti a capocchia (e non può essere solo questione di allenatori, perché l’andazzo è cominciato già ai tempi di Scariolo, che sarà anche lui Mr. Pomata, ma che insomma qualche risultato lo ha fatto, già dai tempi della tripla di Gerald Wilkins a Barcellona che gli impedì con la Scavolini di giocare la finale del McDonald), allora è solo normale che la squadra in questione faccia normalmente schifo e che quando gioca bene è perché quel giorno il caso ha voluto che nella casuale combinazione di quintetti il coach abbia indovinato quello giusto. La domanda comunque è: una volta trovato quello giusto perché poi non insistere andando avanti con quello? Ecco, questa è una cosa che non capirò mai. Potrei capirla solo se il coach fosse uno che per ordini superiori deve far fare a tutti lo stesso minutaggio. Ma è un’eventualità troppo fantascientifica per essere presa in considerazione (o neanche tanto?...).

E infine su Dončić. Io la mia opinione su di lui ce l’ho e la condivido, discutendone anche animatamente, ma sempre nell’ambito di una comune condivisione di criteri, con tutti quelli che secondo me capiscono di basket. Purtroppo da quanto leggo in alcuni dei vostri commenti la comprensione del basket di molti (in Italia secondo me la stragrande maggioranza, anche fra giornalisti e tecnici molto accreditati) è la comprensione di quelli che sanno tutto del dito che indica una luna che loro neppure sospettano che esista, mentre invece è proprio quella luna l’unico criterio secondo il quale si giudicano le capacità di una persona, nello specifico di un giocatore di basket. Per cui non intendo minimamente iniziare la classica discussione fra sordi. Dirò solo che mi fa ridere pensare che abbia problemi atletici. A livello di atletica leggera alla sua età fanno ancora campionati juniores e si prende per scontato il fatto che il fisico sia ancora in pieno sviluppo. Non per niente i migliori risultati un atleta li ottiene attorno ai 27-29 anni, cioè nel caso di Dončić fra il 2026 e il 2028 che mi sembrano ancora lontanucci. E poi io ho visto giocare il padre, di cui lui è fisicamente un clone. Quando si posizionava sotto canestro era semplicemente inamovibile, duro come una roccia. E il ragazzo segue perfettamente le sue orme. Non è veloce? E allora come mai quando parte in contropiede arriva sempre primo lui? Ha 201 cm, di grazia, e con quella statura solo Usain Bolt riusciva a correre con frequenze da nano. E infatti è stato il più grande velocista di tutti i tempi. O volete forse che Luka faccia il Bolt? Ma siamo fuori di testa? Lui deve semplicemente giocare a basket come sa fare. Se poi non lo prendono come prima scelta, dimostrando così che in America a questo punto veramente non capiscono un c…o di basket (molto probabilmente oggidì un Larry Bird finirebbe undrafted: non corre, non salta, e allora? Peccato che come lui a basket finora nella storia non abbia mai giocato nessuno), fanno solo un grandissimo favore soprattutto a lui. Che in questo caso, come ha già accennato fra le righe in un paio di interviste, potrebbe decidere di rimanere ancora qualche stagione in Europa, giocare un basket umano per migliorare quanto ha ancora da migliorare e affinare, far vedere ancora belle cose agli appassionati di un certo tipo di basket come il sottoscritto e poi, ma poi, andare a ramazzare soldi in America prostituendosi in quel non gioco che fanno lì. Se ci va subito non avrò più motivo per guardare il basket in TV.