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Dober Dan

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Creato Mercoledì, 05 Gennaio 2011 Scritto da Sergio Tavčar

Durante le feste ero molto preoccupato, in quanto pensavo che sarei stato a corto di argomenti per il pezzo successivo. Alla faccia! Intanto siete stati voi molto bravi a suggerire tantissimi argomenti di quelli che mi stanno a cuore, leggi regolamenti ed interpretazioni degli stessi, dopodiché c'è stato ovviamente il botto dell'avvicendamento sulla panchina di Milano, sulla quale è stato richiamato nientemeno che il mio vecchio amico Dan Peterson.

Cominciamo dal commento su quest'ultima notizia, anche perché ho ricevuto alcuni mail privati che mi invitano a dire la mia sull'argomento. Parto come sempre da lontano con un aneddoto. Circa 15 (quindici!) anni fa feci per la mia trasmissione su Capodistria una lunga intervista a Peter Vilfan (inutile che a degli esperti spieghi chi sia stato – anche se ora è solo il suocero di Iljevski), reduce da alcuni mesi sulla panchina dell'Olimpija, da lui subito abbandonata d'accordo con la società per evidente incompatibilità di carattere con i giocatori. Off the record mi disse: "Sergio, non puoi credere, ma è stata l'esperienza più frustrante della mia vita. Intanto volevo dare un po' di freschezza al nostro gioco provando a dare più libertà creativa ai giocatori. Ebbene, la prima volta che ho detto loro di giocare liberi e di inventare qualcosa hanno cominciato a correre come galline senza testa. Nessuno aveva la più pallida idea di cosa avrebbe dovuto fare: ormai se non imponi loro lo schema da fare sono come pesci fuor d'acqua. Per non parlare degli allenamenti: una volta finito l'allenamento non c'era nessuno che rimanesse in palestra a tirare a canestro, a provare qualche fondamentale oppure a giocare tre contro tre. Sparivano tutti immediatamente a fare pesi". (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Questo succedeva in Slovenia (ex Jugoslavia) 15 anni fa. Con una facile estrapolazione si può agevolmente supporre quale sia la situazione oggigiorno in Italia. Quello che voglio dire è che il problema non è certamente Dan Peterson. Lui è stato un grande coach, personaggio quanto basta, intelligente in abbondanza per cavalcare l'ambiente di una metropoli abituata sempre al meglio e soprattutto in cerca ossessiva di personaggi, tecnicamente preparato. Anche l'età non è certamente un problema, anzi semmai è un vantaggio. Il coach non deve certamente correre in campo, deve farlo fare ai suoi giocatori. Lui deve solo dire loro come si gioca. Uno dei più grandi allenatori italiani di sempre, Elio Pentassuglia, a causa della sua "robusta" costituzione fisica, allenava seduto. Ciò non toglie che abbia allevato una serie impressionante di grandissimi giocatori. Il coach deve avere mente, non fisico. E poi giustamente quando uno impara a nuotare o ad andare in bici, poi non dimentica più.

Sì, però è cambiato il basket, si dice. Come sa benissimo chi legge questo sito o mi conosce di persona, io contesto violentemente questa frase. Il basket assolutamente non è cambiato, i canestri sono sempre lì, per muoversi bisogna palleggiare, il tiro è sempre lo stesso, si gioca sempre in cinque contro cinque. Per cui uno che conosce il basket non ha problemi ad insegnarlo. Il problema angoscioso è: a chi? Chi è veramente cambiato, come anche raccontato nell'aneddoto, sono i giocatori. Scusatemi, ma continuo a fare il vecchietto del Muppet Show, ed insisto a dire che i giocatori odierni sono interpreti di un gioco che ha le stesse regole del basket, ma che basket non è più. Più o meno tutti vengono allevati secondo schemi che privilegiano lati tutto sommato insignificanti se non fuorvianti della formazione tanto tecnica che caratteriale, mentre ignorano del tutto cose che sono fondamentali per sapere a cosa si stia giocando, quali sono gli scopi che ci prefiggiamo, quale insomma è la vera essenza del gioco che stiamo praticando. Secondo me questa è una cosa molto più grave della palese carenza di fondamentali palesata dai giocatori moderni, in quanto se uno capisce l'essenza del gioco può, anzi normalmente vuole, allenarsi e perfezionarsi nei fondamentali, mentre se uno pensa che le cose importanti siano altre, non ha motivazioni per allenarsi sui fondamentali, dunque non li imparerà mai. Per non parlare del concetto di gioco di squadra, di quali sono le priorità in un gioco di squadra, eccetera, che oggigiorno sembrano essere cose ormai totalmente dimenticate.

Ecco, in un ambiente del genere temo che Dan Peterson avrà delle difficoltà enormi, spero per lui non insormontabili. Immaginate il buon vecchio coach che ai suoi tempi aveva alle dipendenze gente come Meneghin e D'Antoni, per non parlare dei vari Gallinari, Boselli bros., Pittis o Premier, che ora avrà a che fare invece per esempio con un Melli che è un talento della madonna, ma che in fatto di basket vero, secondo gli schemi del basket moderno, sembra di un altro pianeta rispetto ai suoi predecessori, tanto che la lingua cestistica da lui parlata suona probabilmente come un dialetto sioux alle orecchie di uno come Dan.

Tornando al mio aneddoto iniziale non vorrei proprio che Dan Peterson si trovasse come a suo tempo si trovò Vilfan alle prese con i giocatori dell'Olimpija, lui che con loro aveva addirittura ancora giocato, e che dunque avrebbe dovuto essere molto più in sintonia con i tempi. Vero, Vilfan è sempre stato, come tutti i campioni, uno molto "talebano" nei confronti delle sue convinzioni, del tutto sprovvisto del necessario pragmatismo, confinante col paraculismo, che devono avere i coach di squadre di vertice, assemblate con giocatori che vengono da ogni dove e che molte altre motivazioni rispetto a quelle di portare a casa ogni mese una pesante busta paga non ne hanno. Da questo punto di vista Dan Peterson è in una botte di ferro, sia per le sue capacità che per il sostegno che la società, che si è tanto esposta nei suoi confronti, dovrà necessariamente accordargli, sia per il supporto mediatico che gli è stato tanto generosamente offerto. Ripeto: il problema non è lui. È la gente alla quale dovrà dare direttive e consigli. Saranno dettati sicuramente tutti dal suo leggendario buon senso, definizione riduttiva che nasconde una grandissima comprensione del basket "the way it is", cioè di come è nella sua essenza. Lui l'essenza la conosce, ma di chi di grazia degli altri suoi giocatori, ad eccezione ovviamente di Mason Rocca, si può dire altrettanto?