Più passa il tempo che sto rinchiuso in casa e più mi preoccupo. Il motivo della mia preoccupazione è però diametralmente opposto a quello che presumo sia il motivo che rende agitato e insofferente il resto dell’umanità. Mi sto seriamente chiedendo quale sia il mio vero carattere e chi io in realtà sia. Fin da piccolo ho avuto il sospetto di essere fondamentalmente una persona solitaria che per qualche strano motivo vive benissimo con se stessa. Ho sempre sofferto in modo quasi fisico la ressa, la confusione e il mio sogno è sempre stato quello di poter finire un giorno su una spiaggia solitaria di qualche isola tropicale ad ammirare i tramonti ed a pensare al senso della nostra esistenza senza dover ascoltare il bercio di persone che per la maggior parte di esse non avesse niente da dirmi. Addirittura non mi ha generato mai alcun tipo di ripulsa il pensiero di finire magari in cima ad una montagna a fare l’eremita o di vivere in una caverna fra gli orsi ed i lupi. Poi nella mia vita, anche per il mestiere che ho svolto e per la mia lunga attività di educatore ed istruttore di basket, questo pensiero e questo lato oscuro del mio carattere sembrava fosse stato riposto in qualche remoto cassetto della mia psiche fino a che non è emerso prepotentemente alla luce in questi tempi così strani, peculiari e mai vissuti prima dalla mia generazione di baby boomers dell’immediato secondo dopoguerra.   

 

In definitiva non sono mai stato così bene sia psichicamente che di conseguenza anche fisicamente (attenzione, non mi vedete, ma in questo momento sto producendo tutti i gesti apotropaici di cui sono a conoscenza) come in questi tempi di forzata quarantena. E il fatto che forse la vita sociale non sia fatta per me è un pensiero che mi turba, e non poco. Del resto il deserto che è stata la mia vita affettiva non può essere stato solo un caso.

A questo uno si pone la domanda fondamentale che non credo abbia mai avuto la risposta definitiva: se il nostro carattere, quello che poi influenzerà tutta la nostra vita, sia una cosa che ci viene trasmessa geneticamente o se viene principalmente plasmato dall’ambiente nel quale viviamo i primissimi anni della nostra vita. Ovviamente ho tutto il tempo per andare a scavare nei più remoti ricordi della mia infanzia per trovare una risposta, ricordi che sono come dei flash emotivi che si legano ad emozioni profonde provate in quel preciso istante. E di solito queste emozioni si provano quando avviene un corto circuito nel rapporto con i genitori, concretamente quando si fa qualcosa che solleva una reazione vigorosa, cioè detto in soldoni quando si fa una cosa sbagliata e si riceve un sonoro cazziatone. Cosa sia giusto e sbagliato lo decidono i genitori e tu ti adegui per forza essendo da loro totalmente dipendente, soprattutto quando i tuoi genitori hanno la dote fondamentale che i genitori devono avere, e i miei per mia fortuna l’avevano, cioè quella della coerenza: a cazzata uguale corrisponde cazziatone sempre uguale, a cosa buona corrisponde sempre la stessa lode. Questo ti mette in mente paletti ben piantati dei tuoi doveri molto prima che dei tuoi diritti che interiorizzi e poi fai tuoi per tutto il resto della vita. E non puoi che dare ragione a quanto diceva sempre mio padre, la persona che a più di 30 anni dalla sua scomparsa mi manca sempre, ogni giorno che passa c’è sempre almeno un momento in cui non pensi: “Cosa farebbe ora papà al mio posto?”, che affermava che l’educazione avviene tutta nei primi quattro anni di vita e a quello che hai sbagliato in quel periodo non rimedi mai più. 

E fra le cose che mio padre mi ha inculcato fin dai primi momenti in cui ho cominciato a rendermi conto di me stesso la più importante è stata quella di tentare di capire sempre e comunque, in questo caso senza mai, per nessun motivo, scendere a compromessi con la propria coscienza, quale sia il reale motivo per cui stai a questo mondo e quale è e sempre sarà lo scopo della tua vita. L’insegnamento fondamentale è stato quello di pensare sempre e comunque con la tua testa, per cui la cosa assolutamente fondamentale per ogni persona che voglia chiamarsi tale è quella di essere sempre se stessa indipendentemente da quello che accade attorno a te e da quello che pensano gli altri. Pensare con la propria testa vuol dire crearsi uno schema di priorità, di cose giuste da fare e di cose sbagliate da evitare, con il fine ultimo di vivere una vita degna dell’unicum che ognuno di noi è. Sei fatto in un determinato modo, hai dei valori che reputi giusti da perseguire, altri che odi e rifiuti, ed a quelli ti attieni sempre. Se nei comportamenti quotidiani è solo giusto scendere a compromessi con gli altri unicum che sono attorno a te e che la pensano in modo magari completamente opposto al tuo deve altrettanto valere che quando il tuo comportamento verrebbe a ledere i valori nei quali credi ti devi fermare. Fin qua sì, oltre no, ne va della mia dignità di essere umano, costi quel che costi. 

La conseguenza di questo schema comportamentale nella realtà di ogni giorno si traduce in un pedestre vivi e lascia vivere. Sempre avendo in mente che ognuno di noi è una persona unica che non ha corrispondenza con nessun altro essere umano su questo pianeta è solo ovvio che riconosci anche agli altri la loro unicità e la rispetti. In questo contesto è gratificante ed è in effetti il bello della vita confrontarsi continuamente con altre opinioni e altre concezioni del perché e per cosa stiamo su questo mondo sempre però attendendosi che l’altro pensi dal suo punto di vista esattamente la stessa cosa e che dunque rispetti il tuo schema di valori per quanto non li condivida o addirittura ne abbia di diametralmente opposti. 

Potete dunque capire facilmente quale sia il mio atteggiamento nei confronti dei profeti e degli apostoli, di quelli cioè che tentano in tutti modi di convertirti alle cose che loro pensano siano giuste. Evidentemente non li posso soffrire neanche fisicamente. Sono stato educato a non rompere i coglioni al mio prossimo, per cui esigo, voglio, pretendo che non vengano rotti a me. E qui, mi dispiace, entra in gioco il discorso della fede. Che, e nuovamente mi dispiace dirlo (anzi, non mi dispiace per niente, anche se so che mi creerò molti nemici), è un concetto, per l’educazione che ho ricevuto, che razionalmente non riesco in nessun modo non solo a comprendere, ma neanche ad afferrare. Non riesco a concepire come possa una persona normale, che pensa con una testa capace e intelligente, a credere in qualcosa che non può in nessun modo essere provata. Chiaro, non può essere provato neanche il contrario, ma ciò non cambia il discorso. Detto in breve Dio può secondo me sia esistere che non esistere, tutto è possibile, ci sono cose che sfuggono a qualsiasi tipo di nostra comprensione, ma da qui a dire che c’è per forza ce ne corre. Se proprio vogliamo dare un senso alla nostra spiritualità che è importantissima, visto che è la cosa che ci distingue dagli altri esseri viventi nell’universo, penso che da questo punto di vista l’unico tipo di religione che abbia un senso è il buddismo, perché almeno parte dall’uomo per arrivare al trascendente e non fa il contrario come fanno tutte le altre fedi sedicenti rivelate.

Per me qualsiasi persona che tenti di impormi dei modi di comportamento perché “è così, lo dicono le Sacre Scritture” è una persona che onestamente non considero neppure perché lo considero tout court un deragliato di testa. Lo dici tu, senza alcun straccio di prova, che sono Sacre. Se per me sono cose scritte da qualcuno in vena di fake news chi di noi ha ragione? Posso averla io come tu, ma penso di essere scusato se penso, anzi sono convinto, che credere in quanto si può provare che esiste sia comunque molto più razionale. Tutto qua. Certo, un uomo chiamato Cristo come un altro chiamato Maometto sono sicuramente esistiti, hanno fatto e detto cose che sono tutte giuste e lodevoli, ma da qui ad arrivare ad una fede cieca in loro ce ne corre. Ce ne corre tanto che, ripeto, non riesco neanche a concepire come ci si possa arrivare.

Però non è qui il problema. Come detto io vivo e lascio vivere e posso tranquillamente convivere con il fatto che ci sono persone che credono in cose strane e per me incomprensibili, ma finché non mi vengono a rompere le scatole lo facciano pure. Se questo dà loro modo di anestetizzarsi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza (che, ahimè, inutile fare finta di niente, si sta avvicinando in modo ineluttabile a larghe falcate anche per il sottoscritto) buon pro’ loro faccia. Non ho nulla in contrario. Sono però violentemente e visceralmente contrario al fatto che una particolare setta religiosa possa impormi per decreto comportamenti che lei reputa giusta, ma che io personalmente reputo una pura superstizione. Detto in breve non riesco a capire come possa mai, in un mondo moderno, una particolare setta pretendere di avere qualsiasi tipo di parola ufficiale in uno Stato, formato da persone di tutti i tipi che hanno ognuna le sue proprie certezze, le proprie priorità e le proprie esigenze, e che dunque per forza per funzionare deve essere totalmente laico e neutrale di fronte a qualsiasi credenza che pretende di avere basi nel soprannaturale. Con la conseguenza che quando una religione prende in mano il potere, l’Iran e tutte le satrapie arabe lo insegnano, instaura un regime che è quanto più lontano si possa concepire rispetto ad una democrazia. Aggiungo subito per prevenire la classica, stucchevole e stereotipata obiezione dei religiosi fondamentalisti che nel novero delle “religioni” annovero tranquillamente anche il comunismo di tipo sovietico. Ci sono Marx e Lenin rispetto ad una non meglio precisata entità soprannaturale, ma la sostanza non cambia.

In uno stato moderno e civile la religione dunque non deve, secondo me, avere nessun tipo di potere politico, sotto nessuna forma che implichi trasferimenti di soldi pubblici a qualsiasi attività che svolge. Credono in una determinata cosa, benissimo. Vogliono mettere in piedi strutture che propaghino le loro idee, benissimo, sono liberissimi di farlo, siamo in democrazia, ma che se le paghino da soli. Uno stato civile, giusto e solidale deve avere come priorità cose che con la religione proprio nulla hanno a che fare. Deve fare in modo che ogni essere umano che vede la luce del sole abbia in partenza la stessa dignità di essere umano rispetto ad ogni suo simile (ius soli? – mi pare una cosa talmente ovvia che non voglio neanche cominciare a discuterne), il che presuppone che tutti abbiano esattamente le stesse possibilità di dispiegare, una volta adulti, tutte le loro possibilità sia manuali che intellettuali in modo del tutto indipendente rispetto alle condizioni nelle quali sono nati. L’idea stessa che uno nato ricco abbia in partenza più possibilità di emergere rispetto ad uno nato in miseria mi ripugna in modo profondo, perché uno non può scegliere dove e quando nascere. Non solo, ma il minimo della dignità umana per tutti presuppone che tutti abbiano lo stesso diritto alla salute. Ne consegue che per me l’istruzione e la salute, ovviamente oltre all’ordine pubblico, sono, nello stato che io propugno, strettamente, senza deroghe di alcun tipo, di pertinenza assoluta, esclusiva e imprescindibile dello stato. Per cui l’idea stessa di istruzione e sanità privata mi ripugna, la odio in tutta la sua essenza di classismo. 

In una comunità, e lo Stato è la più complessa di tutte, ci sono tantissime attività che hanno come scopo ultimo il bene di tutti. La ricerca medica, farmacologica ed in genere scientifica è il cardine per lo sviluppo sociale e, perché no, economico di una società ed è di importanza cruciale. E mi appare del tutto inconcepibile, ributtante, che questa ricerca possa essere effettuata da privati con lo scopo di guadagnarci sopra. Sulle cose fondamentali per il bene di tutti guadagnarci sopra mi sembra uno sciacallaggio vero e proprio. Ogni Stato nel quale mi rispecchio dovrebbe avere in mano esattamente tutto il campo della ricerca per riunire assieme tutti i migliori cervelli di cui può disporre, pagarli profumatamente, se necessario rilanciare rispetto a qualsiasi offerta che possa essere loro fatta da qualsiasi privato di qualsiasi altro paese meno illuminato, e alla fine dare accesso a tutti a quanto scoperto e poi sviluppato. Il bene pubblico, lo sviluppo della conoscenza e perché no, i nuovi brevetti industriali ripagherebbero ampiamente i soldi investiti.

Tutto il resto poi vada come deve andare secondo le normali regole economiche. Ma la parità di opportunità con scuola, sanità e ricerca tassativamente pubbliche, su questo non transigo. Il tutto ovviamente nel quadro di uno stato laico, totalmente a-confessionale.

Negli ultimi commenti avete sviscerato in modo mirabile, e mi congratulo vivamente con voi per l’altissimo livello di competenza dimostrata, i problemi in fatto di economia e finanza, anche se in fatto di quest’ultima ho capito ben poco. Quello che mi sembra di aver capito è che si tratta di un mondo di squali feroci e famelici nei quali prevale il più spietato nonché il più furbo. Il tutto spostando soldi del tutto virtuali che ogni tanto diventano miracolosamente veri quando spariscono nelle tasche di qualcuno prelevati direttamente dalle tasche di qualcun altro molto più sprovveduto. E questo sarebbe il mondo nel quale vi piace vivere? A me no. Detto fra noi: visto quello che sta succedendo nel faro della democrazia mondiale, nel paradiso nel quale tutti vorrebbero vivere, nel tempio del neo-liberismo che cura tutti i mali della società, e come rispondono alla pandemia del coronavirus facendo in definitiva un censimento di quelli che possono pagare per curarsi, mentre che gli altri si arrangino, vi sembra veramente che quel tipo di società sia la società nella quale vorreste vivere?