Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Un gioco da ragazzi

Stampa
Creato Lunedì, 25 Ottobre 2010 Scritto da Sergio Tavčar

Interessante: il post sulla lista all-time italiana è arrivato a 15 commenti, il post successivo che era inteso come miscellanea e con solo un accenno al problema del basket giovanile ha scatenato ben 32 commenti (finora). A questo punto ad uno viene il dubbio che si sia toccato un nervo scoperto e che fra di voi ci siano molti più addetti ai lavori di quanto vogliate far trapelare sotto la maschera dell'appassionato qualunque. Se così fosse, lo volesse solo Dio, perchè vorrebbe dire che ancora qualcuno che tenta di ragionare esiste, è un essere materiale e non virtuale, un marziano fatto umano "vero", insomma.

E allora, visto che interessa, parto da molto lontano con la precisa consapevolezza che non arriverò fino in fondo se non scrivendo un romanzo (magari a puntate, che ne dite?). Dire che i vostri commenti sulla constatazione lapalissiana che facevo tempo fa sul fatto che il basket è un gioco che comincia dalla soddisfazione di fare canestro per poi costruirvi attorno tutta l'impalcatura organica che prevede ovviamente anche la difesa, ma solo come effetto e certamente non causa delle motivazioni che portano un bambino ad avvicinarsi a questo sport, constatazione che mi pareva tanto ovvia da averla espressa praticamente en passant, mi siano rimasti sullo stomaco è dire molto poco. Dove in realtà mi siano rimasti, leggermente più in basso cioè, lascio alla vostra fantasia arguirlo. E onestamente mi hanno dato molto da pensare. A proposito scopro di giorno in giorno che questo blog è anche clamorosamente interattivo, cioè ricevo un feedback estremamente interessante che funge da stimolo a riflessioni sempre più articolate. Alla fine sono arrivato alla conclusione che proprio qui sta il peccato originale della penuria di talenti che c'è attualmente nel basket italiano. Ricevo da molti amici ragguagli su come funzionino i corsi per coach in Italia. O loro mi raccontanto balle, o siamo a livelli già demenziali. Roba da non credere. Quantità di ciarpame inutile, anzi pernicioso, nessuna attenzione ai problemi veri che coinvolgono l'attitudine mentale, la psiche, le motivazioni, l'intelligenza, la capacità di apprendere specifiche abilità motorie attraverso un processo di tipo ludico, la completa castrazione di ogni creatività, in parole povere una totale assenza di conoscenze base di pedagogia. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Un'attività qualsiasi può dispiegarsi nel suo pieno potenziale solo se riscuote l'interesse di chi la pratica, se cioè scatta il meccanismo per il quale l'apprendista si pone in continuazione la classica domanda del bambino: "perchè?". Perchè questo movimento sì e quest'altro no? Perchè così segno e perchè invece così mi incarto? Ed ancora: quale è il fine ultimo del gioco che pratico? Fare canestro? Fare spettacolo? Essere vestito alla moda? Se è fare canestro, cosa che ad ognuno dovrebbe essere molto chiara, allora il modo migliore per arrivarci è fare le cose che servano allo scopo. E fin quando i canestri non verranno giudicati per l'impressione artistica, arrivarci in modo semplice e diretto è l'unica via maestra percorribile.

Ancora: un principiante è agli inizi, tavola intonsa che bisogna riempire. Dunque che capisca subito quello che si vuole da lui (fai canestro, maledizione!) è fondamentale. Ogni processo di apprendimento funziona a tappe. Mio padre recitava sempre una massima di un suo professore al liceo: "dal facile al difficile, dal semplice al complesso, dal concreto all'astratto". Ogni casa si costruisce su fondamenta che più sono profonde e radicate, più su di esse si possono costruire grandi edifici. E le fondamenta sono nel basket la comprensione di quello che si vuole inculcando pochi, ma semplici concetti. Rincoglionire i bambini con concetti che semplicemente non capiscono è delittuoso. Ripeto: per prima cosa il bambino deve capire che scopo del gioco è segnare, secondo che è un gioco di squadra e dunque se non segna lui, ma segna un compagno va altrettanto bene, terzo che dunque dopo la soluzione individuale esiste il passaggio al compagno smarcato, quarto che per liberarsi ci vuole tanto il palleggio quanto soprattutto il gioco senza palla, bisogna cioè sapersi smarcare, eccetera con ultima avvertenza che la stessa cosa che vogliamo noi, cioè fare canestro, lo vogliono anche gli avversari, per cui è molto utile fare in modo che il loro compito sia reso il più difficile possibile, e dunque in questo sport bisogna, ahimè, purtroppo, che ci volete fare, anche difendere. E che difendere bene diventa fondamentale quando il nostro gioco in attacco vacilla. Anche perchè se, maledizione, gli avversari ci stanno soffocando con la loro difesa, intanto dobbiamo fargliela vedere che non siamo da meno (che diamine, e chi sarebbero questi che hanno l'ardire di voler vincere contro di noi?) e poi perchè, una volta finita la partita dopo una fatica bestiale fatta in difesa, ci sediamo e tentiamo di capire perchè mai abbiamo penato tanto in attacco, perchè se solo lì avessimo giocato meglio, non sarebbe stato necessario lavorare come bestie e non divertirci affatto in difesa, cosa che leggermente sta sulle palle. O almeno dovrebbe, in ogni "sana" squadra di basket. Attitudine questa che porta a focalizzare il vero problema: perchè cavolo non facevamo mai canestro e soprattutto facevamo tutti tiri sbilenchi? Bisognerà dunque la prossima volta essere più bravi nello smarcarci, essere più veloci, più reattivi, dovremo saper leggere meglio la loro difesa, dovremo in definitiva essere più svegli, magari intelligenti (si può dire?) rispetto alla volta scorsa.

Per finire per adesso, accorgendomi in effetti di non aver neanche incominciato, solo un freschissimo aneddoto risalente a sabato scorso, quando alla partita dello Jadran (Qubik Caffè, nei tabellini) ho incontrato Franco Stibiel, secondo me il più bravo istruttore di basket mai nato a Trieste (ed infatti per vivere ha fatto di tutto meno che l'istruttore di basket in una squadra di vertice – anche questo significa molto), scopritore e primo allenatore fra gli altri di Vecchiato e Tonut. Il quale Franco, mentre (imbeccati da una constatazione di mio fratello che ai vertici mondiali ci sono in panchina per la massima parte nonnetti) parlavamo di come i giovani allenatori non capiscano un'assoluta mazza di cosa sia in realtà il basket, mi ha fulminato con una battuta straordinaria. "Sai Sergio, oggigiorno tutti insegnano il penetra-e-scarica, ma non c'è più nessuno che insegni il penetra-e-segna."

Meditate, gente, meditate.