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Ricordo bene

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Creato Mercoledì, 06 Marzo 2019 Scritto da Sergio Tavčar

Sono finiti i Mondiali di sci nordico che ho commentato a manetta seguendo tutte le gare di fondo e salti con normalmente due telecronache al giorno per 3-4 ore di microfono in mano. Ora ho un paio di giorni di pausa, per cui posso respirare e rifarmi vivo. Dico subito però che non mi sono stancato né spossato, in quanto tutte le gare sono state interessanti, alcune addirittura magnifiche, salvo i salti degli uomini dal trampolino medio che per le condizioni atmosferiche sono state una assoluta lotteria, anche se poi il podio, Kubacky, Stoch e Kraft, lascerebbe supporre che sia stato tutto regolare.

Peccato solo che il fondo sia stato un campionato nazionale norvegese allargato, visto che nel frattempo sono praticamente spariti gli uomini finlandesi, ma soprattutto svedesi. Meno male che ci sono le svedesine, con la ragazzina del ’99 (classe evidentemente benedetta dagli astri) Frida Karlsson che promette di essere la prossima crack di questo fantastico sport (se solo circolassero meno provette e siringhe, come dimostrato dal famoso austriaco colto dalla telecamera in piena pera). Fra l’altro mi chiedo cosa diavolo mangino e che geni abbiano i norvegesi, visto che fanno strage qualsiasi sport facciano. Come dimostrato da Jacob Ingebrigtssen e da Warholm nell’atletica. Per non parlare ovviamente degli sciatori alpini. E sono solo 4 milioni, se non mi sbaglio.

Un paio di parole per iniziare sui vostri commenti politico-storici. Sono molto fiero di tenere questo blog, perché ho letto cose molto sensate e condivisibili, ma soprattutto storicamente fondate. Non sono d’accordo su tutto quello che avete scritto, ma certamente ognuno ha il diritto di avere un’opinione. Basta che sia basata su fatti veri e non inventati. Certo, c’è stato il commento di Visco totalmente stonato, in quanto se la prende nientemeno che con Raoul Pupo, sicuramente il più equilibrato, informato e credibile storico che ci sia in Italia e che abbia studiato a fondo quel periodo. Che ha descritto le cose, volenti o nolenti, esattamente per come stavano. Visco, mi dispiace, ma è stato proprio così, per quanto tu non ci creda. Io vorrei solo aggiungere qualche considerazione personale semplicemente per allargare gli orizzonti e tentare di far passare dall’altra parte, se così posso dire, il punto di vista degli sloveni e dei croati su tutta la questione e su come percepiscono le cose accadute. Di sfuggita, personalmente mi ritengo altamente qualificato per parlarne, sicuramente più di qualsiasi altra persona intanto che non sia di Trieste o comunque della regione direttamente interessata, e non perché mi ritenga più bravo o intelligente, ma proprio per la mia personale esperienza di vita. Come sapete, quando le cose successero stavo nascendo (sono nato triestino e sono diventato italiano a quasi 5 anni) e quando si verificò l’esodo avevo quattro anni e dunque lo vissi di riflesso in prima persona. La mia famiglia, come sapete, è altamente mista: papà sloveno, e dunque da quella parte avevo tutta una serie di descrizioni da una parte delle atrocità perpetrate dagli italiani durante la guerra (confermate peraltro da zio Duilio, fratello di mia mamma, che militò nell’esercito italiano in Jugoslavia durante la guerra) e della guerra partigiana che mi raccontavano i parenti di Dutovlje, paese originario di papà, dall’altra parte mia nonna di parte di madre, Parola di cognome, e dunque italiana con radici chioggiotte, era di Martinščica sull’isola di Cherso, per cui una parte cospicua di parenti di quella parte abbandonò le proprie terre e già da piccolo potei sentire, anche se filtrate dai commenti di mia madre (che, essendo triestina e supplente maestra, si vide scavalcare nelle graduatorie per il posto fisso da tutta una serie di ragazze arrivate dall’Istria, per cui nei confronti degli esuli era tutt’altro che ben disposta – ottenne la cattedra appena nel ’58 subito dopo la nascita di mio fratello), le storie che arrivavano dall’altra parte della barricata. Fra l’altro quella parte della parentela quasi svenne quando mia madre li avvertì che mi avrebbe mandato nelle scuole slovene: “Cossa, ti mandi Sergio nelle scole s’ciave!?”.  

Allora, sarà brutale, ma è così: per sloveni e croati l’esodo degli italiani dall’Istria è più o meno un effetto collaterale della guerra, per loro in realtà poco significativo. Mi spiego: per loro i veri drammi sono stati quelli interni, e cioè la feroce guerra civile con stragi inenarrabili che sono successe durante la guerra, ma soprattutto dopo, quando i comunisti titini, ebbene l’ho detto anch’io, passarono alla più brutale delle vendette. In questo contesto le foibe sono state il metodo usato dalle nostre parti, vista la presenza delle strette e profonde cavità carsiche che si offrivano in modo perfetto per lo scopo. Altrove sono state usate caverne naturali, ma soprattutto miniere dismesse, e proprio qualche anno fa in Stiria hanno scoperto una miniera stracolma di scheletri di guardie bianche (belogardisti) slovene e di ustaša croati fatti fuori appena passato il confine dopo esser stati consegnati alle autorità jugoslave dagli inglesi dopo essersi arresi alle autorità alleate in Austria. Scoperta raccapricciante, in quanto l’apertura della miniera era stata chiusa da una spessa colata di cemento e ancora adesso non sono riusciti neanche a capire quanta gente possa esserci dentro. Più vanno avanti negli scavi lungo i rovi della miniera, più scheletri trovano. E di queste miniere ce ne sono molte. Certo, i numeri in questo caso non dovrebbero avere importanza (come dice Chaplin nel finale di Monsieur Verdoux? “Una persona uccisa è un omicidio, 10 persone uccise sono una strage, 100000 persone uccise sono una statistica”), ma è comprensibile che per il grande pubblico di quelle parti siano questi gli eventi che veramente scioccano. Per non parlare che anche in Slovenia, pur essendo passati tanti anni, ancora adesso non si può parlare di ricomposizione dei torti subiti da una e dall’altra parte e si continua, come in Italia, a guadagnare punti politici rivangando di continuo quei tempi. In questo contesto che nelle foibe ci finissero anche italiani per gli sloveni e per i croati era solo normale. Facevano parte della popolazione, anzi erano in maggioranza, dunque quello che succedeva dappertutto per forza coinvolgeva da queste parti anche gli italiani. Che, fra l’altro, essendo proprio italiani, erano, questo è innegabile, molto più sospetti in partenza rispetto agli altri. Però che vi sia stata una pulizia etnica come tale è totalmente antistorico visto il contesto generale. Proprio l’altro giorno l’amico e collega Flavio Dessardo mi raccontava quanto gli aveva raccontato un conoscente croato che aveva avuto parenti finiti in foiba solamente perché anticomunisti e cristiani. Li legavano, li portavano davanti a una cappella campestre raffigurante la Madonna, puntavano la pistola alla tempia, dicevano: “Vediamo se la tua Madonna ti salva!” e sparavano a bruciapelo. Questo per dire dei tempi e del quadro generale. Poi, come visto, ognuno percepisce le cose secondo la sua storia personale e dunque rimane della sua idea. Per cui io dico sempre: pensare a una memoria condivisa in situazioni come queste è un’utopia totalmente irrealizzabile. E non vedo neanche perché dovrebbe esserci, onestamente. Per fare un esempio banale: Waterloo rimarrà fino alla fine del mondo per i francesi la parola eponima per indicare una disfatta, mentre per gli inglesi Waterloo (Station) e Trafalgar (Square) saranno per sempre uno dei momenti più luminosi di tutta la loro storia. Ma non per questo francesi e inglesi dovranno odiarsi per l’eternità. L’unica cosa, più che importante fondamentale, è rispettare e onorare tutte le memorie anche se sono diverse dalle nostre.

Ecco, per quanto mi riguarda, con questa ultima considerazione smetto di parlare dell’argomento e vi lascio in riflessione quanto appena scritto, pur sapendo che susciterà probabilmente un putiferio. Ho tentato solo di descrivere quanto la gente pensa e l’ho fatto apposta in modo chiaro e crudo per rendere al meglio possibile l’idea. Poi, come detto, ognuno continuerà, come è solo normale, a pensarla magari in tutt’altro modo.

Passando alle cose frivole, che però, volendo, in realtà neanche tanto frivole non lo sono, perché andando un po’ più a fondo si potrebbe discutere molto sulla forma mentis delle genti italiche in tutti i campi, e lo sport è quello in cui queste cose vengono molto più facilmente a galla proprio perché passano per definizione impunite essendo lo sport-spettacolo chiamato calcio visto come un’attività collaterale, mi è piaciuto il vostro riferimento alla VAR. A proposito, sono d’accordo con quanti dicono la VAR al femminile per indicare l’attrezzatura tecnica, e il VAR al maschile per indicare le persone, cioè arbitri, che la usano. Secondo me le polemiche che l’accompagnano dimostrano semplicemente una cosa purtroppo arcinota: che l’italiano medio ha un’insopprimibile vocazione per essere sempre e comunque un azzeccagarbugli, un avvocato per il quale il cavillo è la sua stella polare, il tutto peggiorato ulteriormente dalla sua innata inclinazione alla dietrologia più spinta. E la cosa peggiore in tutto questo è che lo stesso team di arbitri, oltre a essere italiani anche loro con la forma mentale appena descritta, si trova sempre e comunque schiacciato dalla consapevolezza che, qualsiasi cosa faccia, ci sarà sempre una larghissima fetta di gente capace di negare qualsiasi evidenza pur di scovare il complotto tipo Spectre che c’è a monte. E allora si vedono arbitri che discutono mezz’ora per decidere se dare o meno un rigore per un fallo di mano che a qualsiasi persona che abbia fatto sport sembra stupido dare, perché nessuno, quando corre e soprattutto si trova fuori equilibrio, ha mai le braccia attaccate al corpo, oppure sono lì un’altra mezz’ora per vedere se il ciuffo o l’alluce valgo era in fuorigioco, oppure ancora annullano un gol per un fallo accaduto a metà campo mezz’ora prima, secondo me massima e più odiosa ingiustizia che il VAR abbia introdotto. Per non parlare poi dei commenti che si sentono in diretta, ma soprattutto nei vari post-partita, nei quali le decisioni del VAR sono vivisezionate in modo morboso con intenti che mi sfuggono, perché mi rifiuto di credere al mio sospetto che il tutto sia fatto per pure e semplici ragioni commerciali nel solco dell’idea che chi urla più forte, ha più audience.  Poi magari uno tira sul palo un rigore all’ultimo minuto, ma di questo non se ne parla neppure. L’attaccante può sbagliare, sfiga, ma l’arbitro mai. Ragion per cui penso che sia assolutamente utopico pensare che prima o poi la gente vi si abituerà e comincerà a comportarsi in modo normale, come accade altrove nel mondo, semplicemente rendendosi banalmente conto che una giustizia assoluta è totalmente impossibile e che comunque è sempre meglio fidarsi del giudizio di coloro che una cosa la fanno per mestiere. Il problema dell’Italia è che si pensa sempre e comunque alla famosa Spectre di cui sopra, per cui gli arbitri sono un’associazione segreta che ha il compito assegnatole dal Grande Fratello di far vincere, o perdere, sempre le stesse squadre, e allora veramente non se ne esce. E secondo me comunque non se ne uscirà mai, anche se il VAR diventasse completamente automatizzato (sì, ma i programmi chi li fa e li immette nella macchina?). 

Ho letto le vostre considerazioni sui telecronisti. Chiaramente ho anche io un’opinione sulla bravura di ciascuno, ma non credo che sia opportuno che ne parli diffusamente, in quanto, essendo anch’io parte del gruppo, è sempre odioso parlare dei colleghi proprio per un semplice e ovvio problema di conflitto di interessi, diciamo così. Solo una cosa riguardo Rino Tommasi. Il 20 di febbraio sono stato ospite della trasmissione Shaker del nostro bravissimo Stefano De Franceschi e lì, dietro precisa domanda, ho detto la mia opinione su Rino Tommasi. Per chi interessa si riguardi la trasmissione sul nostro sito di TV Capodistria.

Prometto che dalla prossima volta parlerò di basket, o forse non ancora, visto che nel frattempo penderete tutti dalle labbra di Franz per la March Madness che, come ampiamente spiegato su queste colonne, e sapete benissimo quanto le convinzioni tauceriane siano ferree e incrollabili, è da tempo che proprio non mi interessa più. E poi comunque Sky non la trasmette più (perché? Qualcuno lo sa?) e allora tanto più non mi interessa. Però il blog è aperto e avete tutta la mia benedizione per parlarne in lungo e in largo, ci mancherebbe. Vi leggerò anch’io, sicuramente. Solo che, Franz, tentare di farmi cambiare idea sarebbe tempo perso. E allora ci sarà probabilmente un altro post dedicato ad un altro tema del tutto non sportivo, ma anche no. L’assist è ovviamente di Llandre che mi invita, da buon rampollo di famiglia di insegnanti e dotato a mia volta di un fortissimo pallino per l’insegnamento, a esprimere le mie opinioni in merito. Che riguardano anche lo sport, ci mancherebbe. Attendetevi per la prossima volta un pezzo fiume, perché so benissimo come comincerò, ma non so assolutamente come, ne quando, finirò.