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Che razza di basket

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Creato Sabato, 27 Agosto 2016 Scritto da Sergio Tavčar

Prima di rispondere a un paio di domande molto interessanti che mi sono state poste qualche sassolino fuori dalle scarpe. Lo giuro, ne parlo per l’ultima volta, perché evidentemente dire milioni di volte la stessa cosa con il risultato fisso e sconfortante di avere la netta impressione di parlare a gente sorda perché semplicemente non vuole sentire è molto frustrante. Che però a me, asino, il bue mi dia del cornuto questo proprio non lo posso digerire. Prendo a esempio il post di Stefano, uno che se non altro mi si è rivolto in tono cortese e educato, cosa che apprezzo tantissimo (anche se poi nel finale ha sbracato un po’, ma è comprensibile…). Se per caso viene dalle mie parti sarei molto contento di andarci a bere assieme una birra dicendoci tutto faccia a faccia (l’unico modo che concepisco per parlare con le persone, per questo mi piacciono tanto le sconvenscion), magari insultandoci a vicenda per poi bere la birra della staffa. Sono ormai più di sei anni che esiste questo blog e non ricordo l’infinità di volte che ho tentato di spiegare a suon di argomenti perché l’attuale NBA non mi piaccia per niente, Fondamentalmente le ragioni a mio avviso sono due: la grandissima popolarità creata a suon di merchandising e propaganda che ne ha fatto uno spettacolo a volte fine a se stesso, cosa che poi rende molto difficile riacquistare la mentalità giusta quando le partite si fanno importanti, ma soprattutto perché il reclutamento ha perso ogni aggancio con il basket propedeutico e formativo dei college. E il divario stridente fra il gioco degli americani uomini e delle americane in queste Olimpiadi è per me la prova definitiva di quanto supposto. Le prove sono lì, basta avere l’onestà intellettuale di considerarle. Per quanto mi ricordo l’ultimo senior prima scelta è stato Tim Duncan ancora profondamente nel secolo scorso, non proprio l’ultimo scemo, e infatti per tutta la carriera è stato un manuale di tecnica e concretezza. Poi solo balzi, direttamente dal liceo per i più forti, da Kobe a Lebron, massimo dopo un anno tipo Melo e via dicendo.

 

Sarei contento se qualche studioso (vero) del basket americano mi facesse una lista delle prime scelte che negli ultimi anni non voglio dire che abbiano prodigiosamente risuscitato una franchigia, ma che almeno non siano finite nel dimenticatoio. A parte Curry (che se non sbaglio non era neanche una prima scelta) chi c’è di altri? Forti veramente (insisto non venitemi a dire: si farà, perché uno nell’NBA se ci gioca è già bell’e fatto – nessuna allusione, per favore), di quelli che possano dire di aver calcato le orme di Bird, Magic, Jordan, Barkley, Ewing eccetera. Non riesco proprio a capire come qualcuno non in malafede o accecato da cose oniriche che non capisco possa trascurare questi dati fondamentali. E invece ogni volta che dico queste cose che mi sembrano sensate, ma soprattutto davanti agli occhi di tutti, vengo assalito da gente che apoditticamente dice che non sono vere. Perché? Perché no. E poi sarei io l’integralista. Appunto, farmi dare del cornuto dal bue non lo sopporto. Discussione per me è quando qualcuno mi porta altri fatti o interpreta diversamente quelli che sono a disposizione di tutti senza negarli a priori. Per esempio, continuando: perché nessuno, per nascondersi dietro a un dito, non ha commentato la cosa più preoccupante di cui ho parlato nel commento, che cioè non ci sono giovani forti da nessuna parte in giro per il mondo? Stefano dice che le squadre non USA sono forti perché giocano da tantissimi anni assieme. Appunto, il punto è proprio questo. L’Argentina era una squadra fondata su baldi quarantenni, uno dei quali tipo Delfino addirittura miracolato, nella Spagna la generazione dei miracoli comincia a avere tutta dai 35 anni in su che non sono proprio indice di freschezza, la Francia è al capolinea con i suoi due unici cervelli, Parker e Diaw, gli altri sono solo molto belli da vedere con le loro leggiadre crocchie, l’ Australia stessa non ha presentato proprio nessuno di nuovo, la Serbia e la Croazia (che comunque è bastata per battere a Torino l’Italia) sono da tempo alle prese con un ricambio generazionale che non vuole proprio venire, ma si stanno soprattutto snaturando nel tipo di gioco che aveva reso grande il basket jugoslavo. Dite: vince chi ha più tiro ed è inutile piangere se si perde quando gli avversari imbucano tutto. Verissimo, è una cosa che mi pare assolutamente assiomatica, e lo sto dicendo da sei anni a questa parte (ed è curioso nonché sconfortante che sia visto come uno che queste cose non le sa), tanto che in una serie di post ho avuto discussioni feroci con amici del blog (veri, di quelli che vengono alle sconvenscion) che tentavano di convincermi che è la difesa a vincere le partite, mentre mia ferrea opinione da sempre è che l’unica statistica che conta alla fine delle partite è la percentuale di tiro e in subordine il numero di tiri presi. Il resto del basket fa sì che noi possiamo tirare più tiri aperti degli avversari (prendendo rimbalzi, intercettando, perdendo meno palloni eccetera), ma poi il numero impietoso che suggella le partite è quante volte abbiamo infilato il pallone nel maledetto buco. Altre statistiche fondamentali non esistono. Tornando a Serbia e Croazia, vedere degli ex jugo senza tiro è semplicemente blasfemo. Quando anche un articolo di un esperto su Rolling Stone affermava che in effetti il nuovo gioco dell’NBA è conseguenza diretta della nuova filosofia apportata al gioco proprio dalla grande generazione jugoslava fine anni ’80. E se non segni non vinci, è pacifico. Parliamo delle altre nazioni? Avete visto la Lituania? Spero di no. E le altre? E allora, di grazia, come si fa a affermare che il livello medio del gioco sia stato sufficiente? E’ come se voleste dirmi che la Spagna di otto anni fa o l’Argentina di 12 anni fa con gli stessi giocatori, intanto invecchiati implacabilmente, fossero forti almeno come quelle attuali. Mi dispiace, ma non potrò berla mai. La Lituania aveva Jasikievičius, Stombergas, Šiškevičius. Dove sono ora? E la Grecia di Papaloukas e Spanoulis? Quella che dieci anni fa battè Lebron, Carmelo e Wade nella semifinale mondiale. Tanto peggio delle squadre viste a Rio non doveva essere. Potrei continuare all’infinito, ma non voglio stimolare nervi scoperti con la mia teoria che il resto del mondo zampetta sul posto perché è pieno di giocatori di scuola americana, che ragionano all’americana e che saranno dunque sempre la bruttissima copia dell’originale. Ecco, penso di aver portato argomenti per quello che dico. Certo, quando dopo tanto sforzo qualcuno mi ribatte sprezzantemente che non è così, perché no, lo dice lui, mi saltano i nervi e posso usare termini non eleganti.

Nelle righe precedenti penso di aver risposto perché la Nigeria (ma soprattutto il Senegal, secondo me l’unica squadra africana di enorme potenziale, peccato che sia stata una colonia francese, fosse stata greca…per non dire jugoslava) è semplicemente patetica (VIP, mio fratello Superuomo). Pensate un po’ che la Nigeria ha esportato in Grecia due fratelli e basta. Che però con l’educazione giusta stanno facendo sfracelli. Tecnica e tattica degli americani…io ho visto gente che partiva in palleggio e perdeva la palla per strada, ho visto attacchi che finivano regolarmente con la bomba da otto metri, ho visto giocatori imbarazzanti come Butler (hanno milioni di giocatori fra college di Prima, Seconda e Terza divisione NCAA e NBA, qualcuno meglio non ce l’hanno?) o gli oggetti misteriosi Barnes e Greene (delusione somma), un play senza arte né parte nel ruolo come Lowry, ho visto l’impalpabile DeRozan. Certo qui si tratta di gusti, per cui non attaccatemi su quest’ultima affermazione. Se pensate che la tecnica del basket sia quella messa in mostra dagli americani, liberissimi di pensarlo. Come sono liberissimo io di pensare il contrario, ricordando magari, che ne so, Bob Cousy, Bill Russell o Jerry West.

Certo che gli altri sono molto più scarsi. Perché non fanno mai canestro. Per questo prendono asfaltate. E Colangelo potrebbe anche scrivere il miglior tacere di sempre: potrebbero migliorare, sì, e tantissimo, se solo non venissero risucchiati dalla loro Lega e potessero sviluppare con calma le doti che hanno con il lavoro, con la disciplina, giocando da protagonisti le partite importanti gestendo i palloni che scottano, come hanno fatto i loro predecessori. L’accenno fatto a Hezonja mi sembra altamente significativo.

La chiusura è emblematica, come diciamo noi a Trieste Stefano non poteva non metterci la doppia pezzetta. Vincono per i passi…Quando uno esordisce nel commento sull’arbitraggio scrivendo letteralmente: “aggrapparsi all’arbitraggio sarebbe patetico” gli sembra di essere stato molto chiaro e che su un punto del genere la discussione sia chiusa. No, bisogna riaprirla per dimostrare che Tavčar è prevenuto. Cavolo, basta leggere il mio post! Se poi qualcuno vuole affermare che gli americani i passi non li facevano, si riguardi i filmati delle partite perché le immagini sono estremamente eloquenti.

E poi il finale che più mi ha dato fastidio: il tirare in ballo il basket jugoslavo per suggerire che, se anche loro fossero infatuati dall’NBA (ma chiaramente non lo sono, perché sono obiettivi al massimo), saremmo comunque pari, perché io e miei amici saremmo infatuati dal basket jugoslavo. La Jugoslavia ha prodotto il miglior basket extra USA (allora gli USA erano ancora fuori concorrenza) in due periodi, con l’ultimo che si e’ concluso con la dissoluzione della Jugoslavia stessa e con la morte di Dražen Petrović or sono più di 20 anni fa. Da allora ne è passato del tempo. Qualcuno mi dica, per favore, in quale recondito angolo di uno qualsiasi dei miei post si annida la prova che io sia infatuato a prescindere dal basket jugoslavo. Quanto detto sopra su Serbia e Croazia dovrebbe bastare, non mi sembra di essere stato particolarmente apologetico con lo stato dell’arte cestistica da quelle parti. Su Teodosić il mio post di commento agli ultimi europei, quando scrissi letteralmente che Teodosić non sa palleggiare, non mi sembra proprio il commento di uno che sbava per quel giocatore. Per cui, per favore, questo tipo di pseudo-stilettate gratuite risparmiatevele per qualche altro sito, o blog, o forum al quale partecipate. Qui non attaccano.

Mi ha colpito la risposta infuriata di un commentatore all’articolo su un giornale belgradese riportato da Edoardo. L’articolo scriveva più o meno con le mie stesse parole, come se l’avessi scritto io, quanto vado dicendo senza problemi da almeno una trentina di anni e che reputo una verità storica, squallida e rivoltante senza alcun dubbio, ma che nella mia percezione non può essere discussa perché i fatti sono quelli che sono e le cose si sono svolte proprio nel modo descritto con una messe monumentale di testi e testimonianze storiche. O come disse il Professor Vittori rispondendo alla domanda su quali fossero secondo lui i limiti umani nell’atletica: “Fino a che le prime scelte degli americani neri saranno fagocitate dal basket e dal football non lo sapremo mai”. La sfuriata mi ha letteralmente sconvolto e mi sono chiesto quali possano essere le ragioni di una simile rimozione violenta di una storia inconfutabile tirando in ballo addirittura la pretesa che la selezione naturale non può fare le cose che tutti noi altri pensiamo siano successe. Selezione naturale. Alla faccia! Qui si è trattato di una selezione forzata altamente artificiale, né più né meno come quella che ha permesso all’umanità di creare dal nulla rose addirittura nere o comunque di tutti i colori, di selezionare diversissime qualità di vini, di semi di grano resistenti a tutta una serie di malattie (senza diretta manipolazione genetica), di alberi da frutta, di una miriade di razze canine, dagli alani ai chihuahua, partendo da un lupo qualsiasi, di tipi diversissimi di razze bovine da carne o da latte, di gatti di tutti i tipi. Insomma quando l’uomo si è dato da fare in questo campo ha raccolto sempre grandi risultati. Forse, anzi senza forse, il naturale moto di ripulsa verso una manipolazione del genere deriva dal fatto che oggetto di essa siano stati uomini e donne in carne e ossa. Che però all’epoca in cui queste cose avvenivano erano considerati esseri a livello subumano, una specie a metà circa fra il gorilla e l’uomo bianco. Per cui, per quanto la Costituzione americana sia in proposito molto chiara (“All men are born equal”), nessuno si poneva alcun tipo di problema visto che, appunto, non erano “humans”. Il problema secondo me non era allora, ma è adesso. Ci sono infatti ancora troppe parti del mondo, e nessuna in particolare ne è immune, che contro qualsiasi tipo di evidenza ritengono che la cosa sia assolutamente vera. E dunque il resto del mondo si sente in dovere di essere particolarmente politicamente corretto, per cui una persona imbecille di pelle scura viene descritta con perifrasi delicate per non voler passare per razzista. Ora è mia profonda convinzione che, più passano gli anni, più si rafforza, la condizione media dell’umanità intera sia l’imbecillità (come sospettava già De Gaulle). La quale imbecillità ha però un grande vantaggio: è estremamente democratica, per cui non conosce differenze di sesso, razza, religione, attitudini sessuali e tutte le altre categorie in cui l’umanità viene artatamente divisa (normalmente per tentare di dimostrare alla pene di segugio che noi siamo meglio degli altri, cosa ridicola), ma è spalmata in modo totalmente lineare. Per cui anche le persone di pelle scura hanno la stessa percentuale di imbecilli di ogni altro gruppo umano, per cui dire che Cassano ha la testa vuota mentre Balotelli ha problemi caratteriali, mentre in effetti sono esattamente ambedue allo stesso modo grandissime…l’avete capito, è per me anormale, quasi perverso. L’umanità secondo me sarà normale solo il giorno in cui dando un giudizio su qualcuno l’ultima cosa a cui si penserà sarà come appare. Sarà insomma, come disse Einstein, semplicemente razza umana e basta.

A proposito, e mi sto accorgendo di essere lunghissimo, per cui rimando a fra brevissimo la risposta alla bellissima e più che stimolante domanda di Pado sul basket femminile in Jugoslavia perché sarebbe delittuoso liquidare la questione in poche parole, racchiudendo la storia moltissimi aspetti sia sportivi che sociali di grande interesse e anche sorpresa, vorrei concludere la questione appena affrontata con una considerazione che, spero, mi sia perdonata, ora che ho spiegato con grande sincerità e convinzione quali siano le mie opinioni in merito, in quanto avrà nel suo sottofondo un tono cinico e politicamente altamente scorretto che probabilmente urterà più di qualcuno, Fate allora conto che parli uno di qualche centinaio di anni fa, quando non si ponevano problemi del genere, quando cioè solamente le menti più progressiste e aperte potevano concepire l’idea che, forse, guarda mai, i neri potrebbero essere umani praticamente quasi quanto noi. Ricordate che all’epoca i “musi gialli”, cinesi e giapponesi, erano considerati quasi subumani anche loro. E infatti i russi furono distrutti in una guerra navale per averli sottovalutati. Per non dire degli americani che non riuscivano a credere che i musi gialli fossero in grano di produrre aerei da caccia micidiali quali gli Zero, nettamente superiori a qualsiasi caccia della grande USAF. E questo solo 80 anni fa. Per dire.

Allora; vi siete mai chiesti perché le isole caraibiche dominino nello sprint in atletica? Io sì, tantissime volte. Ferma restando la storia della violenta selezione artificiale praticata sugli schiavi che venivano destinati alla monocultura che si praticava su quelle isole, la coltivazione della canna da zucchero, la cosa che più mi ha incuriosito andando un po’ più nel dettaglio è il fatto che i picchi assoluti dei talenti dello sprint arrivano dai territori che sono stati sotto dominio inglese. La Giamaica per prima, dove chiunque si metta a correre è fuori concorrenza per il resto dell’umanità, ma anche Trinidad e Tobago, Bahamas, o isolotti insignificanti tipo Grenada, Saint Kitts e Nevis, Barbados, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadines e chi più ne ha, più ne metta. I francesi hanno dominato su Guadalupa e Martinica, tantissimi ottimi sprinter sono arrivati da lì, ma anche in base al loro numero molto ampio rispetto agli isolotti vicini, tanto forti non lo sono mai stati. Gli spagnoli hanno avuto Cuba e metà Hispaniola (lasciamo stare da parte Haiti, poveracci, che hanno ben altri problemi: se uno è denutrito, non potrà mai diventare atleta): per le condizioni di assoluta superiorità anche numerica sugli altri avrebbero dovuto dominare, cosa che non è mai successa se non per un breve periodo quando a Cuba lo sport era trattato come attività di vetrina tipo DDR e dunque lo Stato si impegnava al massimo. Lasciati da soli, hanno un po’ mostrato la corda. Insomma: che anche in queste cose gli inglesi, da colonizzatori sommi, ne sapessero più degli altri?