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Allenatori di ieri, tennisti di oggi

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Creato Mercoledì, 18 Maggio 2011 Scritto da Sergio Tavčar

Dire la mia stavolta sui temi che mi proponete non è mai stato più facile, perchè avete toccato argomenti che mi stanno a cuore e sui quali penso di avere idee molto chiare (che poi siano giuste, non è affatto detto ed io sono il primo che se ne rende conto) che andrò ad esporre.

Perchè gli allenatori ex-jugoslavi stanno spopolando in Europa? Secondo me la spiegazione è abbastanza semplice e discende direttamente dalle tesi che espongo nel capitolo iniziale del mio libro. Le ragioni sono in sintesi due: la genesi del movimento cestistico jugoslavo agli inizi degli anni '50 deriva da una base estremamente esigua di intellettuali concentrati praticamente in due sole città, Lubiana e soprattutto Belgrado, intellettuali di straordinario livello tipo Bora Stanković, Radomir Šaper, Aca Nikolić, Boris Kristančič, per nominare solo i sommi, i quali già dall'inizio dettero al movimento cestistico un indirizzo peculiare creando la scuola jugoslava del basket reinventando praticamente l'approccio al gioco prescindendo dai canoni fissati negli Stati Uniti e privilegiando le doti delle proprie genti per fare in modo che si avvicinassero al basket nel modo più consono alle proprie capacità ed alle proprie inclinazioni. Insomma tutto il contrario di quanto fatto in Italia. (Per continuare a leggere, clicca sotto su "leggi tutto").

Nel senso che in Italia il basket, succube da sempre di quello che avveniva negli USA, ha ovviamente progredito fino a che il basket americano era avanti (nel lontano passato era di un altro pianeta), però poi, seguendo la perniciosa deriva che ha preso oggigiorno il basket di oltreoceano, si è accodato per inerzia, per cui c'è solo una ristretta manciata di allenatori di vertice che, legati al basket dell'Eurolega, sono stati capaci di rimanere agganciati al treno del basket europeo (che dal mio punto di vista è oggigiorno tecnicamente miglia avanti rispetto a quello americano), mentre per così dire il resto della truppa che ha pochi contatti col basket straniero, e questo vale sempre di più quanto più si va in basso nella scala dei valori delle squadre allenate, per cui secondo una mia cruda persuasione, più bassa è la Lega nella quale allenano, peggiori sono i coach che produce, non per capacità intellettuali, poverini, nè per entusiasmo nè per preparazione formale, ma proprio dal punto di vista della concezione di quello che dovrebbero insegnare, per cui è mia ferma convinzione che il livello tecnico del basket italiano sia destinato nei tempi almeno medi a decrescere via via che usciranno dai vivai giocatori sempre peggio educati. E, aggiungo, il fenomeno è aggravato dalle relazioni che si sentono nei clinic che servono ai coach per fare i punti-patente che ben poche volte vedono parlare coach che se ne intendono veramente, in quanto normalmente c'è sempre la stessa compagnia di giro che si esibisce con risultati quanto meno dubbi.

In Jugoslavia invece il pugno di intellettuali di cui sopra ha da sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti del basket americano, critico nel senso migliore della parola, nel senso che prendevano il meglio che poteva offrire tralasciando le cose che non avrebbero potuto essere trapiantate in un ambiente completamente diverso nel quale mai avrebbero potuto attecchire. Concretamente il basket jugoslavo ha da sempre (fino a che erano avanti, ovviamente) preso da quello USA le novità tecniche ed anche tattiche, almeno all'inizio, tralasciando, anzi facendo quasi il contrario, rispetto a tutte le altre cose. Questo tipo di ''imprinting'' perdura ancora oggi in tutti i tecnici che provengono da quell'area, cosa che ne fa la pattuglia più numerosa di tecnici di vertice in Europa. In breve e riassumendo, gli allenatori ex jugoslavi sono da sempre abituati a pensare con la propria testa, ad essere pragmatici nei confronti delle realtà con le quali si confrontano, ad avere ben precise le priorità del processo di apprendimento, che sono dapprima quelle caratteriali, di disciplina soprattutto prima nei confronti di se stessi e poi nei confronti degli altri, e poi quelle di comprensione del gioco del basket, nel senso che dai giocatori vogliono, anzi pretendono, che anche loro ragionino con la propria testa e che siano capaci di trovare da soli le soluzioni migliori in partita per ogni situazione che si presenti, ed infine pongono l'accento sulle cose veramente importanti, tiro in primis, con tutte le altre cose che vengono a ruota.

Parlavate del vice di Obradović . Uno dei miei rimpianti più grandi è di non essere stato presente nel 2007 a Nova Gorica al clinic organizzato in occasione dei campionati europei juniores (va beh, Under 20, ma per me sempre juniores sono, come gli Under 18 saranno sempre cadetti), al quale ha partecipato proprio il personaggio in questione di cui voi saprete il nome, io no. Della sua relazione mi hanno detto meraviglie. Lui è greco, ma ha studiato in Serbia, per cui parla un serbo più che corretto, e proprio in serbo ha svolto la sua relazione. Nella quale ha spiegato dettagliatamente, con tanto di filmati, la preparazione tattica della partita che fa assieme ad Obradović. Il punto chiave è il tentativo quasi spasmodico di capire quali siano i punti deboli di ciascun giocatore avversario. Non tanto quali siano le sue carenze tecniche, ma per esempio quali siano le opzioni più normali da lui scelte nei vari giochi che la squadra avversaria fa. Lui diceva che in ogni gioco arriva sempre un momento nel quale il giocatore che ha la palla fa qualcosa che gli viene meglio e che può assolutamente non essere la soluzione migliore. Compito suo e di Obradović è perciò di preparare la partita in modo che l'avversario questo tipo di opzione non possa metterla in pratica concedendo magari una scelta più pericolosa per la difesa, ma che loro ritengono che l'avversario non sia abituato a considerare. Questo tipo di approccio ha inoltre un importantissimo risvolto psicologico, nel senso che toglie certezze agli avversari impedendo loro in qualsiasi momento della partita di giocare col pilota automatico. Come si vede gli allenatori ''veri'' ragionano in questi termini e non credo che sia un caso che tutte le squadre che giocano contro Obradović giochino male. Uno dice: ''ma la difesa aveva concesso una facile linea di passaggio, dunque è demerito dell'attacco!''. Verissimo, il problema è però che loro avevano capito che quella linea di passaggio il passatore non era abituato a vederla.

Tennis: ho già discusso con amici del tema. Penso che parlare dei migliori di tutti i tempi possa essere considerato solo dal momento in cui il tennis è diventato un gioco globale, al quale arriva gente da tutte le parti del mondo. Penso che fino a che era confinato al mondo borghese anglosassone e dal mondo aristocratico europeo non ha senso parlare di grandissimi, proprio perchè la base era estremamente esigua ed i metodi di allenamento erano primordiali, per cui normalmente chi vinceva era quello che si allenava un pò più degli altri. Ciò non toglie ovviamente che di giocatori di talento sopraffino ce ne fossero, però la domanda è: quanti talenti ancora più sopraffini a quei tempi neanche sapevano cosa fosse il tennis? Penso che di quell'epoca l'unico giocatore che si possa prendere in considerazione sia ovviamente Rod Laver, tanto superiore agli altri e così bravo nel maneggiare la racchetta che un paragone con John McEnroe diventa immediato. Dei giocatori che ho visto io nei miei primi tempi Borg era imbattibile in fatto di testa, Connors imbattibile in cattiveria, Mečir in talento, Lendl imbattibile come etica del lavoro e serietà, McEnroe genio stracompleto debole solo (e non è poco) di carattere e nervi.

Gli anni '90 sono stati secondo me un periodo di decadenza con un solo grande campione, anzi immenso, campione, che è stato Pete Sampras (che però non sapeva giocare sulla terra), per cui anche un giocatore secondo me un tantino inferiore rispetto a quelli del paragrafo precedente quale Andre Agassi è potuto diventare una leggenda. Gli anni 2000 sono sicuramente i migliori della storia del tennis. Federer, Nadal, Đoković e Murray per non parlare di Del Potro ed altri emergenti (per dire, secondo me un giocatore come Berdych avrebbe potuto vincere tantissimo negli anni '90, del resto basti vedere dove è andato a finire Hewitt) sono un quartetto di giocatori completi, che sanno giocare a tennis come gli antichi, che hanno il fisico dei moderni e che hanno la giusta carica nel senso di killer instinct. Per me il più grande di tutti, e lo dicono anche i numeri, rimane Roger Federer che, se lo avrete notato, ha perso tutto il suo spirito di killer una volta ottenuto lo scopo della sua vita, e cioè di vincere a Parigi, e da quel momento in poi, messa anche su famiglia, gioca per divertirsi, per ''morire nella bellezza'', come dicono i serbi, e non più per vincere, differenza fondamentale. Un pò quello che era capitato alla Seleš dopo l'attentato, la famosa perdita degli occhi di tigre. Sono però convinto che Federer, che ha un ego smisurato come solo i grandi campioni possono avere, prima di appendere la racchetta al chiodo ci offrirà un sontuoso canto del cigno, un pò come fece Sampras quando vinse il suo ultimo Flushing Meadows. Insomma Federer non ha più quello che ora, lo dice la Gazzetta, ha Đoković, cioè l'»inat«, parola serba tradotta in modo infausto sulla Gazzetta perchè completamente fuori bersaglio. Inat è la stizza che coglie qualcuno quando si accorge di star facendo brutta figura contro uno che lui reputa inferiore e si impegna anche al di là delle sue capacità contingenti solo per non dargliela vinta. La traduzione molto riduttiva in italiano sarebbe, nel contesto, »ripicca«. Ed è verissimo che quando i serbi »igraju iz inata«, giocano per ripicca, quando cioè si arrabbiano, diventano praticamente imbattibili.