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Il mostro della sconvention

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Creato Sabato, 06 Luglio 2013 Scritto da Sergio Tavčar

Innanzitutto grazie di cuore a quelli che siete venuti al nostro raduno che spero diventi tradizionale e che magari (mi rovino!) possa allargarsi ad altri amici che saranno sempre e comunque i benvenuti: Personalmente ho vissuto una bellissima giornata e le cinque ore e mezza (!) che siamo stati insieme sono letteralmente volate. Dai vostri commenti mi pare che l'abbiate apprezzato anche voi e la cosa, inutile nascondermelo, mi fa immensamente piacere.

Sul resoconto di quanto ci siamo detti vorrei però mettere alcuni puntini sulle "i" anche per chiarire quanto ho affermato e che, come è anche normale, è stato riportato in modo succinto e dunque fatalmente impreciso. Allora comincio. Sulla Jugoslavia del '96 la mia opinione rimane quella riportata e che cioè avrei scommesso qualsiasi cosa sulla vittoria ad Atlanta della Jugoslavia completa di una decina di punti su "quelli" Stati Uniti. Sarebbe stata fra l'altro una partita fra due selezioni NBA, perché Petrović, Divac, Kukoč, Rađa e Danilović erano (o lo erano stati pochissimo tempo prima) all'epoca giocatori attivi e molto importanti nelle loro squadre. Pardon, Petrović non c'era più, ma se solo lo sciovinismo americano gli aveva impedito di giocare l'All Star game del '93 immaginarsi quale sarebbe potuto essere il suo impatto, anche di carisma, tre anni dopo. In più c'era Paspalj che nell'NBA ci aveva giocato, anche se per una sola stagione prima di essere tagliato per ragioni tutto sommato extrasportive. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

E in più gli altri giocatori che Leo ha nominato che, scusate, ma erano l'esatto contrario di cessi. Insomma, la squadra aveva un talento e una profondità di panchina che non aveva nulla da invidiare (anzi!) a quella americana, e in più era una squadra vera, con giocatori che giocavano assieme da una vita, moltissimi di loro addirittura dai tempi delle giovanili (Mondiali juniores Bormio '87). E ancora: l'età media di quella squadra sarebbe stata attorno ai 28-29 anni, l'età perfetta per essere ai vertici tanto atletici quanto tecnici. Contrariamente agli americani, i cui giocatori di maggior talento e impatto (Robinson, Stockton, Malone) erano già nettamente oltre la 30-ina e all'inizio della loro parabola discendente (erano ancora fortissimi, comunque, sia ben chiaro). La conferma di quanto dico viene proprio dalla finale che ricordo benissimo avendola commentata. Avete letto i nomi della Serboslavia che si oppose agli americani. Giocatori veri cinque: Divac, Paspalj, Đorđević, Danilović e Bodiroga. Gli altri, Rebrača e Savić, sì anche lui, in primis, erano sì bravi giocatori, ma privi dell'esperienza e anche tutto sommato del talento necessari per giocare a quei livelli (Berić e Lončar per esempio erano due che proprio non c'entravano). Dei cinque bravi Paspalj era già in fase calante (anche a causa della sua vita fuori dal campo), per cui resse un tempo andando in debito di ossigeno per tutto il secondo tempo. Danilović indovinò la più brutta partita della sua vita (2 punti! - cito a memoria, ma il dato è talmente eclatante che non posso non averlo ricordato bene) non mettendola neanche in un barile. Bodiroga era bravissimo, ovviamente, ma non aveva ancora il carisma per essere un leader. Rimasero gli altri due con Divac che all'inizio del secondo tempo, a partita praticamente pari (già un miracolo incredibile!), fu, non si sa mai, preso di mira dagli arbitri che gli fischiarono contro una sequela di falli assurdi, per cui dovette uscire per falli prima della metà del secondo tempo, al che la squadra si squagliò letteralmente. Il risultato finale fu dunque quello che fu, ma sicuramente anche del tutto incongruo rispetto a quanto aveva mostrato il campo. Purtroppo ovviamente quanto detto non ha nessun tipo di riscontro obiettivo, dunque io rimango della mia opinione, gli adoratori dell'NBA a prescindere della loro, per cui amici come prima.

Capitolo Shaq con la provocazione di Franz e della sua maglietta. Devo dire di sfuggita che vista la sua complessione fisica e quella di Shaq proprio non sono riuscito a vedere il nesso fra i due e l'abbinamento sembrava un tantino surreale, per non dire stridente a livello del comico. Non me ne voglia, Franz, ma una piccola ritorsione per il colpo apoplettico che mi ha fatto venire me la deve permettere. Come detto alla sconvenscion e, penso, anche su questo sito, a suo tempo avevo una rubrica sui Giganti del basket intitolata "Ce l'ho con" (come bene sanno i partecipanti, viste le vecchie copie portatevi da Leo con alcuni dei miei pezzi) e il primo che scrissi era dedicato proprio a Shaquille O'Neal. Ce l'avevo con lui perché mi sembrava (e penso, tanti anni dopo, di aver avuto ragione su tutta la linea) che i Grandi Fratelli della comunicazione dell'NBA l'avessero scelto come testimonial principale della deriva che intendevano dare al basket di casa loro, quella di sport sempre più "nero", se mi permettete l'espressione sperando di non essere tacciato di razzismo, e dunque sempre meno sport di "finesse", ma sempre più sport da forzuti scaricatori di porto. Con annessi breakdance, mastodontiche radio portatili, cuffie e rap vari. A me già allora faceva agghiacciare la sua clip nella quale propagandava le sue priorità agonistiche e che invece io avrei voluto tanto che fosse: "Do you want me to shoot?" "Yes, please" "Do you want me to pass?""Yes, very please" "Do you want me to dunk?" "Who on earth cares!!" con annesso pernacchione. E invece la sua dichiarazione di intenti era tutto il contrario e vi si è attenuto pervicacemente per tutta la carriera, per cui Shaq è forse l'unico giocatore fondamentale per le sorti della sua squadra della storia che non sarei andato mai a vedere neanche gratis. Perché per me era l'antitesi del basket che avrei voluto vedere.

Su Shaq sono dunque prevenuto e ve ne do atto. Facendo un discorso più ampio la prendo molto alla larga. La natura (o Dio, fate voi, a me va bene tutto) ha dato al basket nella storia tre mostri. Nel senso latino di esseri fuori dall'ordinario, di veri e propri "freak", come dicono gli anglosassoni.

Sono ovviamente Wilt Chamberlain, Arvydas Sabonis e Shaquille O'Neal, tre esseri umani di statura abnorme, ma di capacità fisiche neuro-muscolari assolutamente fuori dalla norma anche per dei normotipo qualsiasi (se qualcuno mi chiede dove sono gli altri, tipo Jabbar, dico che loro erano dei fenomenali e leggendari lunghi, erano cioè esseri cresciuti troppo e dunque tutto sommato nella norma). Erano insomma dei dotatissimi piccoli allungati e allargati in misura impensabile. Però come la natura da, così toglie. Chamberlain è sempre stato un bohemien che collezionava conquiste femminili dedicandosi al basket solo quel tanto che bastava per dominare sotto canestro e arrabbiandosi solo raramente, quando sciorinava tutto il suo strapotere dando l'impressione di essere Gulliver che gioca a basket contro i lillipuziani. Di Sabonis sappiamo più o meno tutto, il suo attaccamento alla bottiglia di "hard stuff" che lo ha portato (pare, ma non vorrei rischiare querele) anche ad avere quel terribile incidente al tendine di Achille che l'ha portato da quel momento in poi a giocare praticamente da fermo. Da giovane (ricordo una semifinale Spagna-URSS degli Europei '83 quando le aquile che guidavano la nazionale falce-martellata lo fecero giocare pochissimo) era assurdo: saltava e correva come un grillo e in più con il pallone sapeva fare tutto. Non per niente Red Auerbach fece di tutto per portarlo da giovane (molto prima che venisse scelto da Portland) ai Celtics. I tempi però non erano ancora maturi. Shaq è il più colpevole dei tre, perché non ha mai avuto incidenti né infortuni "veri", era sveglio e molto intelligente, era originario di un'ottima famiglia, per cui non ha neanche la scusa del ghetto e dei problemi giovanili a ciò collegati, insomma aveva tutto per essere il Maradona del basket, ricordato come una leggenda e un mito da tutte le generazioni a venire. L'unico problema per lui è stata la sua filosofia di gioco, come detto totalmente contraria a quella che io reputo ogni giocatore di basket debba avere, quella cioè di migliorare di giorno in giorno, trovando dentro di sé le motivazioni per aggiungere di giorno in giorno qualcosa di nuovo nel suo repertorio facendosi ore e ore di fondamentali in palestra. Il fatto, da qualcuno di voi riportato, che tutti i vari santoni che hanno tentato di migliorargli la tecnica del tiro libero lui non li ascoltava neanche è per me la più grave delle aggravanti possibili. A me vedere il talento unico che la natura ti ha dato sprecato in quel modo fa venire una rabbia cosmica, per cui ogni volta che mi parlerete di Shaq avrete come minimo la "ramanzina", ma la parola giusta sarebbe cazziatone, se si può dirlo, che ho ammannito sabato al povero Franz.

E infine viene citata un'intervista fatta a Dino Rađa che ho letto sul sito della TV slovena che in occasione degli Europei e' andata a cercare campioni del passato per chiedere loro cosa ne pensassero dei prossimi Europei. Traduco letteralmente alcuni passi. All'inizio si parla della famosa finale olimpica del '92 contro il Dream Team.

Intervistatore: Avevate rispetto delle stelle NBA, oppure pensavate di poterle magari battere?

Rađa: La realtà è che noi all'epoca eravamo ancora relativamente giovani, mentre loro sono venuti con tutti i migliori e nessuno contro di loro poteva avere la minima chance. Non erano solo nomi, ma dietro ai nomi c'erano giocatori di straordinario spessore, tutti quanti fra l'altro anche grandi lavoratori.

I: Avevate soggezione nei loro confronti?

R: Può esserci soggezione prima della partita, poi quando questa inizia ovviamente sparisce. Loro semplicemente avevano tre marce in più rispetto a noi.

I: Lei ha affermato anche che le generazioni odierne sono completamente diverse. Dopo la sua ce ne sono venute già un paio. C'è qualcuno che l'ha impressionato di questi più nuovi?

R: Oggi in generale il livello del basket è molto basso. Oggi vinci titoli con un solo giocatore, l'Olympiacos ha vinto quest'anno con il solo Spanoulis, mentre degli altri dubito che avrebbero trovato posto nella nostra squadra. Nell'NBA è lo stesso. Se solo guardate i centri non ce n'e' uno che sappia giocare spalle a canestro (NdT: oddio ce ne sarebbero due, il vecchietto Duncan e "papero" Randolph, però la sostanza non cambia). Tutto è molto squallido. Posso dare l'impressione di sottovalutare, ma questa è la mia opinione e non ho paura di dirla ad alta voce.

I: E sulle generazioni immediatamente successive alla sua? Ci sono stati campioni oppure la decadenza di cui parla è cominciata subito?

R: Penso che il basket in generale abbia perso qualità negli ultimi 20 anni.

I: Seguirà i prossimi Europei?

R: No, me ne starò al mare.

Che dire? Drasticuccio un tantino. Però sotto sotto, ma neanche tanto, ha più di qualche ragione.