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Un passo indietro

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Creato Sabato, 01 Settembre 2012 Scritto da Sergio Tavčar

Vorrei per iniziare lanciare un'idea che mi è venuta durante uno dei miei momenti di ozio oraziano (inteso come poeta latino). Se per esempio la sconvescion settembrina dovesse avere successo, perché non pensare più in grande per l'anno prossimo (lo so, mi allargo, ma concedetemi un sogno)? Se qualcuno di voi avesse un bel posto dove andare in Italia, in posizione più verso il centro (senza esagerare, il mio raggio massimo sarebbe una roba tipo Bologna) per favorire una maggiore affluenza, visto che la salute regge ancora e la macchina per ora (si spera ancora per qualche anno!) riesco a guidarla senza problemi, non avrei problemi a venirci. Insomma, se qualcuno pensa di poter organizzare un raduno assolutamente senza pretese (se no mi arrabbio, e forte) nel quale l'unico scopo sarebbe quello di passare ore in piacevole chiacchierata, ci faccia un pensiero e poi sappia dire.

Leggendo i vostri commenti al post precedente ho avuto reazioni di vario tipo. Quella generale è stata positiva, perché ho l'impressione che pian piano la discussione sul valore dei giocatori si stia molto lentamente spostando nella direzione giusta, e cioè quella della valutazione in primis delle loro doti caratteriali che, come ben sa chi mi legge, sono un chiodo fisso del sottoscritto. Nel senso che è mia granitica convinzione che senza queste doti caratteriali (intelligenza, etica del lavoro, senso della responsabilità, umiltà e coscienza dei propri limiti come anche dei propri pregi, equilibrio emotivo, capacità di convivere con gli altri, e soprattutto il desiderio continuo di migliorarsi rendendosi benissimo conto che nella vita mai si arriva alla conoscenza assoluta, insomma le famose tre "c" di Diaz Miguel) uno non può neanche cominciare a pensare di diventare un atleta di spicco in qualsiasi sport. Per cui mi fa molto piacere che pian piano si comincino a valutare i giocatori secondo questi criteri, per me assolutamente fondamentali. C'è stato però un commento che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia e che, devo dire, mi ha mandato direttamente in orbita, quello in cui uno dice che l'intelligenza non c'entra con il talento. Ma come, uno si impegna tutta una vita per far passare questo basilare, elementare, cristallino ed inconfutabile concetto, ed improvvisamente è costretto a leggere vaccate colossali del genere! Poi, devo dire, rileggendo, il mio cieco furore si è un po' (ma non molto) placato, in quanto mi è sembrato di capire che il commentatore sia stato un tantino impreciso in quello che voleva dire. In definitiva, se il discorso si limitasse all'intelligenza specifica nei confronti di quella generale al limite potrei essere quasi d'accordo. Intanto, cos'è l'intelligenza? Se lo sapete ditemelo, perché, per quanto sia un argomento che mi appassioni da sempre, una definizione accettabile di cosa sia l'intelligenza non l'ho mai né letta né sentita. Forse perché ci sono vari tipi di intelligenza: quella basata sulla capacità di osservazione ed analisi, poi quella quasi opposta della capacità di assemblare le informazioni veramente importanti per metterle assieme in un quadro di sintesi, quella un po' cibernetica di trovare subito le sequenze logiche di un qualsiasi evento per poter prevedere gli sviluppi immediati (le famose sequenze logiche dei test), ed infine l'intelligenza forse più nobile, quella creativa, che in ogni manifestazione della vita vede cose che gli occhi normali non vedono interpretandole in modo originale e scoprendo così cose sempre nuove e mai pensate da altri prima. Più sicuramente tante altre ancora, ma questi erano solo un paio di esempi. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Il campo cestistico è ovviamente talmente ristretto e specifico che richiede doti di intelligenza che vanno bene per quel campo, mentre tante altre "intelligenze" nel basket non servono a nulla. Del resto tutti noi abbiamo avuto a che fare con compagni sia di squadra che di campetto che nella vita erano stimatissimi professionisti estremamente capaci nel loro lavoro, certuni addirittura scienziati affermati, che però giocando a basket sembravano (e lo erano, limitatamente al basket) totalmente imbecilli. E, di converso, ci sono esempi anche ai massimi vertici di persone assolutamente normali nella vita, se non addirittura a volte incapaci di "arrivarci" assieme agli altri se non molto dopo, dopo estenuanti spiegazioni, che invece in campo sembravano "vedere" attraverso gli avversari, che riuscivano a capire qualche frazione di secondo prima cosa avrebbero fatto, per cui in ogni momento trovavano miracolosamente la soluzione giusta. Sono esempi estremi che potrebbero corroborare quanto affermato dal commentatore citato sopra. Sono però anche esempi da prendere con le molle, perché si tratta di casi limite sia in un senso che nell'altro, per cui secondo me continua a valere la regola generale che l'intelligenza, comunque si manifesti, è un valore imprescindibile per poter coltivare qualsiasi speranza di affermarsi. E, comunque, se ci pensate, anche nei casi estremi citati sopra ci sono cose da prendere in grande considerazione: nel caso degli scienziati negati per il basket non mi è mai successo di constatare che queste persone non fossero perfettamente consapevoli (essendo intelligenti) dei propri limiti, per cui l'intelligenza comunque serviva loro per non fare cose di cui sapevano di non essere capaci. Come nell'altro caso, chiamiamolo così dell'"idiot savant", qualsiasi tipo di istinto non poteva mai riuscire a fargli fare il definitivo salto di qualità, e cioè quello di diventare il leader della squadra. Normalmente c'era sempre qualcun altro che doveva pensare per lui. Insomma per farla breve l'argomento è complesso con tantissime sfaccettature, per cui tagliando la testa al toro potrei tornare alla banale considerazione onnicomprensiva che comunque, qualsiasi cosa si faccia nella vita, essere intelligenti non guasta mai.

Passando al caso specifico, quello di Belinelli, devo confessare di essere leggermente prevenuto nei suoi confronti dopo quanto mi disse tempo fa una fonte assolutamente affidabile e molto ben informata dei fatti (direbbero gli avvocati) su certi suoi comportamenti durante un raduno della nazionale prima di una partita importantissima. Parlo dunque più in generale per commentare un'affermazione che molti di voi fanno sul presunto completamento, o meglio, più precisa collocazione tecnica che uno riceverebbe andando a giocare nell'NBA. Ovviamente chi mi conosce e segue da tempo anticiperà da solo quanto sto per dire: absolute nonsense, come direbbero gli americani. E ciò per una semplice constatazione dovuta alla definizione stessa del tipo di gioco che lì si pratica, votato alla specializzazione più spinta. Mi sembra solo ovvio che la specializzazione porti inevitabilmente all'atrofizzazione di tante altre doti e capacità che uno potrebbe altrimenti avere e, come nel caso di Petrović e Kukoč, per non parlare di Jasikievičius, o Navarro, o chi altri volete voi, aveva ampiamente dimostrato di possedere giocando in Europa. Chi va in America sa dunque perfettamente a quello a cui va incontro e, dal mio punto di vista, se ci va è solamente per due fondamentali ragioni: o per la barca di soldi che gli danno o perché è, scusate, tanto narcisista da vendere l'anima al diavolo solamente per evoluire su un palcoscenico spettacolare e rutilante. Altre ragioni non ne vedo. Per la mia mentalità rinunciare ad essere sempre se stessi ed alla possibilità di dare il massimo che si ha dentro indipendentemente dalle gratificazioni monetarie che si possono avere è un peccato mortale e chi vende in questo modo l'anima al diavolo ha da parte mia tutta la disistima possibile. So benissimo di essere totalmente controcorrente soprattutto nel mondo moderno, ma che ci volete fare, sono fatto così (e, se posso sommessamente aggiungere, comportandomi in questo modo durante tutta la mia carriera sono arrivato ad un punto in cui posso essere abbastanza fiero di me stesso, pur essendo rimasto sostanzialmente un telecronistucolo di provincia). Poi ovviamente ci sono quelli che sono limitati di natura e che andando in America e lì lavorando duramente sulle uniche doti che hanno possono migliorare e ritagliarsi uno spazio importante, ma ciò non toglie che fossero, appunto, limitati di natura.

Un piccolo commento sul tanto decantato tiro in allontanamento. Che è dal mio punto di vista il rifugio degli incapaci di crearsi tiri più facili e gratificanti. Il "mio" tiro è quello in avvicinamento, esempio classico finta, salto del difensore, passo accanto al corpo saltante e tiretto in controtempo prima dell'arrivo dell'aiuto. "Questo" è il tiro che vorrei sempre vedere e che vedo sempre di meno, almeno da quando ha smesso di giocare Bodiroga. Certo lo step back è un tiro immarcabile, come immarcabili sono i balzi a quattro metri di altezza sopra le braccia protese del difensore, ma tutto ciò ha a che fare con le capacità atletiche, mentre in realtà di tecnico ci vedo ben poco. Tempo fa mi raccontava Matteo Boniciolli che durante uno dei suoi giri di supervisione del lavoro degli istruttori delle categorie giovanili a Trieste aveva visto delinquenti travestiti da istruttori che insegnavano lo step back ai bambini! Prima ancora di insegnare gli altri tiri che dovrebbero essere insegnati. Matteo mi raccontò questa cosa con sommo disgusto per fare l'esempio più plastico possibile delle aberrazioni a cui va incontro una perversa cultura assorbita dall'NBA che percepisce il mondo totalmente al contrario di quanto sia in realtà.

Per finire alcune brevi dagli altri sport. Onestamente mi ha fatto ridere a crepapelle l'episodio dell'alto dirigente della Federciclismo danese che è stato squalificato perché risultato positivo a ben tre sostanze dopanti durante una gara di veterani. Con esempi del genere penso che qualsiasi discorso sulla voglia di pulizia che ci sarebbe in quel mondo viene immediatamente a cadere. Se tanto mi da tanto ormai la cultura dell'aiuto farmacologico è talmente sedimentata negli animi di tutti che qualsiasi tipo di intervento per "combatterlo", a meno che non arrivi da fuori (e gli americani nel caso di Armstrong hanno dimostrato che quando vogliono fare sul serio, lo fanno), è il classico specchietto per le allodole.

Poi ci sono le Paralimpiadi. Chi mi conosce sa che le mie opinioni sono magari sbagliate, ma certamente non ipocrite, per cui su questa manifestazione ho un'idea ben precisa che è anni luce lontana dalla melassa retorica che ci viene somministrata a piene mani con l'unico scopo di lavarsi la coscienza per tutto quello che nella vita reale non si fa per i disabili, per cui se a qualcuno interessa potrei anche eventualmente esporla, ma che sia ben chiaro, se lo facessi potrei espormi a valanghe di critiche, per cui, per favore, su questo punto lasciatemi in pace con le mie opinioni.