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Mi Alma perdida

Non so quando queste righe vedranno la luce, in quanto il mio administrator è in vacanza in Argentina, incredibilmente connesso molto precariamente (che il mio esempio, dai e dai, abbia creato la base per qualche riflessione controcorrente? Se fosse così, sarebbe troppo bello), per cui non ci sono realistiche possibilità fino a domenica 31 che questo testo venga messo in rete.

Posso dunque prendermela comoda e non parlare di attualità, se non agganciarmi per un istante a quanto riportato da Walter nei commenti sugli eventi di due settimane fa, pieni di straordinari successi che per me si sono completati (oltre alla goduria per la vittoria della Juve, sia per la vittoria in sé, sia per la perversa soddisfazione di vedere strangolati in gola ai gufi antijuventini tutti i latrati vomitanti odio che si sarebbero esalati in caso di eliminazione – poi ha perso anche l’Inter, il che in sé mi lascia freddo, ma pur sempre come conseguenza gli interisti, almeno loro, avranno, spero, il pudore di non aprire più bocca, visto che non gli conviene) con la doppia vittoria a Vikersund della squadra slovena sabato e del redivivo Domen Prevc domenica sul trampolino di voli più grande che ci sia al mondo.

Ricordo bene

Sono finiti i Mondiali di sci nordico che ho commentato a manetta seguendo tutte le gare di fondo e salti con normalmente due telecronache al giorno per 3-4 ore di microfono in mano. Ora ho un paio di giorni di pausa, per cui posso respirare e rifarmi vivo. Dico subito però che non mi sono stancato né spossato, in quanto tutte le gare sono state interessanti, alcune addirittura magnifiche, salvo i salti degli uomini dal trampolino medio che per le condizioni atmosferiche sono state una assoluta lotteria, anche se poi il podio, Kubacky, Stoch e Kraft, lascerebbe supporre che sia stato tutto regolare.

Nomi da dimenticare

Volevo accennare anch’io alle irresponsabili e farneticanti parole neo-irredentiste pronunciate domenica a Basovizza. E finché Salvini dice che nelle foibe vennero gettati i bambini come a Auschwitz…va be’, si sa, un fascista rimane tale e dunque che dica certe cose non meraviglia, ma che il Presidente del Parlamento europeo si lasci andare a esclamazioni totalmente grottesche e fuori dal mondo nell’anno del signore 2019, a 74 anni dalla fine della guerra (per la prospettiva storica: dalla fine della guerra sono passati tanti anni circa come ne passarono dal Congresso di Berlino all’inizio della seconda guerra mondiale, dunque un bel po’ di tempo con tante cose che sono successe in mezzo, che ne dite?), questo onestamente non me lo sarei aspettato neanche negli incubi notturni da indigestione. Però avete detto tutto voi, e soprattutto lo ha fatto in modo eccellente il corrispondente di Severgnini, per cui io aggiungo solo che purtroppo le cose a mio avviso non cambieranno mai per una semplice ragione: che in Italia sono state dimenticate, o volontariamente rimosse due cose fondamentali: 1) che la guerra sul fronte italo-jugoslavo l’ha cominciata lei e che 2) poi questa guerra l’ha persa senza se e senza ma con la rotta dell’8 settembre.

Lingua dominante

Un invito a nozze del genere non l’avevo mai ricevuto. L’avete voluto voi e dunque non lamentatevi se adesso dalla mia tastiera erutterà un vulcano di parole. L’argomento è ovviamente quello delle lingue, sulla facilità o meno che hanno alcune genti di impararle meglio e prima (e alcune di essere proprio negate) e da ciò anche la presenza o molto più spesso assenza totale di cultura generale che dovrebbe permettere a chi parla in un microfono di essere perlomeno credibile quando pronuncia cognomi (o parole) straniere.

Danko e Kamenko

Devo dire che sono rimasto spiazzato dalla vostra discussione sulla meccanica del tiro e mi accorgo di essere ormai un reperto da museo. Ai miei tempi infatti si ragionava in modo del tutto diverso e, viste le cose sulle quali si discute oggi, come ha magistralmente spiegato Llandre, siamo in due galassie diverse che non possono comunicare in nessun modo.

Allora, per chi fosse interessato, farei un po’ di storia e riandrei agli oscuri tempi passati spiegando anche un po’ il mio background, o, se volete, l’humus cestistico nel quale sono cresciuto. In epoca pre-tecnologica, quando i numeri erano solo quelli che ti dicevano se alla fine della partita avevi vinto o avevi perso, e dunque si andava a lume di naso, il tiro aveva una sola caratteristica fondamentale: se entrava o meno. Se entrava spesso, allora tiravi bene e dunque nessuno ti diceva nulla, se più spesso usciva, allora avevi un problema e dovevi lavorarci. E la cosa era ancora più importante se il giocatore non aveva un talento naturale per il tiro.

Tiriamo le fila

Vedo con molto piacere che la discussione si è accesa su tutti i fronti, per cui a questo punto dico anche la mia. Prendete queste righe che seguono come un commento al pezzo del blog, o meglio un commento ai vostri commenti.

Mi è piaciuta molto la discussione sul termine di “tecnico”. La tronco subito, perché il signore venuto a casa mia era, appunto, un tecnico telefonico, in quanto l’inconveniente era sulla linea con conseguente tilt del router, o come cavolo si chiama. Se avessi avuto bisogno di un informatico non avrei chiesto aiuto a Franz, in quanto ce l’ho in casa ed è mio fratello che è un matematico specializzato in reti di computer, per cui lo fa di mestiere.

Sono molto contento e soddisfatto che gli esperti di rugby non mi abbiano massacrato e deriso e che sia riuscito a dire qualcosa di sensato. Walter: so benissimo che sei molto suscettibile sull’argomento, ma assolutamente non volevo sottovalutare l’importanza delle doti individuali, che sono tanto più importanti in sport proprio come il rugby, in quanto solamente chi ha in testa una marcia in più può fare qualcosa di sostanzialmente diverso in termini di creatività rispetto alla massa, sempre rispettando gli strettissimi obblighi di un gioco di squadra a 15 giocatori.

Scelte individuali

Con Franz e Llandre ci vediamo ad ogni sconvenscion, siamo amici, ci vogliamo bene e ci stimiamo, Franz addirittura mi ha dato una mano decisiva quando mi si era fulminato Internet mandandomi a casa un bravissimo tecnico, insomma non so da che parte prendere e come presentare quanto sto per scrivere. Forse per mettere le mani avanti proporrei una minisconvenscion fra noi tre in un futuro il più prossimo possibile per dirimere le nostre questioni e dircele tutte in faccia a sei occhi davanti a un buon bicchiere di quelli giusti.

Il minicommento di Llandre sul passaggio nel quale afferma di non essere d’accordo su quanto sostengo in merito alla cultura del playground e le ragioni che espone devo confessare che mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia e la mia faccia è immediatamente diventata di un bel rosso paonazzo. Poi mi sono calmato un tantino quando Llandre ha articolato meglio il suo pensiero sull’ovvia obiezione di Edoardo-Hawkeye. Però il problema di fondo rimane.

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