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Che razza di basket

Prima di rispondere a un paio di domande molto interessanti che mi sono state poste qualche sassolino fuori dalle scarpe. Lo giuro, ne parlo per l’ultima volta, perché evidentemente dire milioni di volte la stessa cosa con il risultato fisso e sconfortante di avere la netta impressione di parlare a gente sorda perché semplicemente non vuole sentire è molto frustrante. Che però a me, asino, il bue mi dia del cornuto questo proprio non lo posso digerire. Prendo a esempio il post di Stefano, uno che se non altro mi si è rivolto in tono cortese e educato, cosa che apprezzo tantissimo (anche se poi nel finale ha sbracato un po’, ma è comprensibile…). Se per caso viene dalle mie parti sarei molto contento di andarci a bere assieme una birra dicendoci tutto faccia a faccia (l’unico modo che concepisco per parlare con le persone, per questo mi piacciono tanto le sconvenscion), magari insultandoci a vicenda per poi bere la birra della staffa. Sono ormai più di sei anni che esiste questo blog e non ricordo l’infinità di volte che ho tentato di spiegare a suon di argomenti perché l’attuale NBA non mi piaccia per niente, Fondamentalmente le ragioni a mio avviso sono due: la grandissima popolarità creata a suon di merchandising e propaganda che ne ha fatto uno spettacolo a volte fine a se stesso, cosa che poi rende molto difficile riacquistare la mentalità giusta quando le partite si fanno importanti, ma soprattutto perché il reclutamento ha perso ogni aggancio con il basket propedeutico e formativo dei college. E il divario stridente fra il gioco degli americani uomini e delle americane in queste Olimpiadi è per me la prova definitiva di quanto supposto. Le prove sono lì, basta avere l’onestà intellettuale di considerarle. Per quanto mi ricordo l’ultimo senior prima scelta è stato Tim Duncan ancora profondamente nel secolo scorso, non proprio l’ultimo scemo, e infatti per tutta la carriera è stato un manuale di tecnica e concretezza. Poi solo balzi, direttamente dal liceo per i più forti, da Kobe a Lebron, massimo dopo un anno tipo Melo e via dicendo.

 

Il vero basket è quello USA (ma non quello che pensate voi...)

Per cominciare innanzitutto mi scuso con chi avrebbe avuto voglia di sentire le mie opinioni olimpiche per farmi vivo solo adesso. Le ragioni sono molteplici: alcune, diciamo così, strutturali, altre contingenti. Quella strutturale fondamentale l’ha individuata molto bene Franz nel suo lungo contributo che mi vede fra l’altro d’accordo al 99% (non dico 100 per non dargli troppa soddisfazione): leggendo i commenti che venivano via via postati e che hanno visto un profluvio di trionfanti peana da parte degli estremi adoratori del basket NBA che purtroppo continuano a voler creare proseliti su questo sito invece di sbrodolarsi sui siti occupati dai loro simili e che sono riusciti a far tacere a suon di bombardanti contro-commenti in stereofonia tutti coloro che volevano in qualche modo ragionare (a parte Edoardo che, mi scuserà, ma più di qualche volta si mette sul loro stesso piano con ciò solo dando fuoco a ulteriore benzina), mi è semplicemente passato qualsiasi tipo di voglia. Io spero che i silenziati siano solo dormienti e che continuino a leggere quanto scrivo perché in questo modo posso sperare di non essere da solo sul mio pianeta che, mi sembra, sia sempre più su qualche lontana galassia, visti i commenti anche su autorevoli giornali che mi danno la straniante percezione di aver visto tutt’altra cosa rispetto a quella che è stata, almeno nella percezione comune. Mi consolo un po’ pensando che durante le Olimpiadi tutti si ritengono esperti di tutto, di tiro con l’arco, di judo, di badminton, per cui si ritengono anche esperti di basket pur avendo visto solo qualche partita di tanto in tanto, ma come consolazione è estremamente magra, se quella che ho percepito è la sensazione generale su cosa sia e dove stia andando il basket attuale.

Il doping in fumo

Un breve intermezzo per mettere alcune cose in chiaro, visto che l’argomento è serio e sono contento che ve ne rendiate tutti conto e ne siate preoccupati. Alcuni commenti all’ultimo post non mi sono piaciuti, ma non certo per colpa vostra, visto che quanto ho scritto poteva essere interpretato come una mia ammissione che la lotta al doping sia senza speranza e che dunque tanto varrebbe legalizzarlo.

Un’idea del genere è quanto di più lontano possa esserci dalla mia mentalità. Quello che volevo sottolineare nel mio intervento precedente è che sull’argomento c’è più che un velo uno spesso strato di ipocrisia falso-buonista che ricopre tutto e che fa ragionare la maggior parte della gente per stereotipi con ciò ottemperando al meglio a quanto i fautori della “Nacht und Nebel” (uso apposta questa espressione forte di sinistra memoria per ribadire che a mio avviso si tratta di criminali tout court) si propongono, cioè di ammantare tutto il discorso in un velo di nebbia e frasi fatte e di creare così una perfetta arma di distrazione di massa. Insomma mi premeva di fare una fotografia intanto per fissare le cose come sono e per poter dunque cominciare a ragionare partendo dalla situazione reale e non da quella edulcorata e melensa che ci propongono i media, soprattutto quelli che sono molto vicini alle stanze del potere sportivo.

È Stato il doping

Prima di tutto due risposte a domande che mi avete posto negli ultimi commenti. A Luca67: Bruno Petrali ha compiuto l’anno scorso i 90 anni, giubileo che è stato celebrato con un articolo a tutta pagina dal quotidiano della minoranza italiana nell’ex Jugoslavia, La Voce del Popolo. Bruno (all’anagrafe Dante, poi per sempre Bruno per via della sua capigliatura corvina) è stato infatti, mentre faceva per hobby le telecronache per Capodistria, per lunghi anni Presidente del Teatro stabile italiano di Fiume. Aveva infatti un passato da notissimo attore-cantante, e infatti nei primi tempi a Capodistria veniva spesso a fare le telecronache direttamente da Abbazia dove si esibiva d’estate con il suo complesso (con clamorosi inattesi, ma forse neanche tanto, visto il suo regime di vita all’epoca, abbiocchi durante la trasmissione). Subito dopo la guerra era uno dei due cantanti confidenziali (una specie di Teddy Reno) più famosi di tutta Jugoslavia. Attualmente è ovviamente da tantissimi anni in pensione, vispo e arzillo, tanto che per esempio un giorno mi ha chiamato per telefono per vedere se funzionava lo Skype che gli aveva installato il figlio. “Bruno, auguri, come la sta?” ”Mah, cos’ te vol che te digo, se tira avanti, fazzo qualcosa, ogni tanto vado a pescar, qualche cossa se trova sempre”. Grandissima persona. Eravamo veramente una bella compagnia, a Capodistria, modestia a parte.

...che si credono aquile

Innanzitutto un grande grazie a tutti quelli che siete venuti alla sconvescion e mi avete fatto passare un bellissimo pomeriggio. È sempre bellissimo vedersi in faccia, vedere facce nuove che magari non condividono le tue opinioni (grazie, Flavio Vincentvega), ma con i quali è sempre un piacere discutere, soprattutto faccia a faccia (appunto), secondo me unico modo nel quale si può discutere fra persone civili. Visto il luogo dove eravamo fra l’altro sarebbe stato quasi impossibile non trascorrere un grande pomeriggio, per cui un sentito grazie a Andrej Vremec e al padrone di casa Benjamin Zidarich che ci ha accolti come tutti fossimo vecchi amici in visita. Eravamo in venti, numero record. Evidentemente le persone intelligenti al mondo sono molte di più rispetto a quelle che il mio cosmico pessimismo suppone che ci siano.

Da Praprot a Messina

Per prima cosa le informazioni importanti. Allora: sconvenscion sabato 9 di luglio con inizio come sempre e continuazione a oltranza. Stavolta finalmente posso garantirvi una giornata da non perdere assolutamente, per cui gli assenti avranno torto marcio e rimpiangeranno amaramente di non essere venuti. La loceiscion è grandiosa: trattasi dell’osmica Zidarich di Praprot-Prepotto che non solo produce il proprio vino, ma lo esporta in varie parti del mondo, Giappone compreso, essendo il proprietario considerato uno dei produttori più rinomati della nostra zona. Prima di sederci a tavola Vremec, amico del proprietario (e te credo, ogni qualvolta apre è più o meno sempre lì, scherzo ma non troppo), ci ha organizzato una visita alla cantina che è una specie di grotta carsica artificiale di cinque piani sotterranei, nei quali viene prodotto il vino, e che già da sola, potete credermi, merita la visita. Insomma trattamento completo e, ripeto, chi mancherà non saprà mai cosa si sarà perso. Per quanto riguarda il come arrivarci, come sempre uscita Sistiana, direzione Aurisina, poi San Pelagio e infine Prepotto (Praprot in sloveno, nome ovviamente originale del paese). Una volta arrivati in paese l’osmica, essendo una attrazione locale, è facilissima da raggiungere.

Specialmente due

Comunicazione di servizio: l’idea sarebbe di fare la sconvenscion nel fine settimana che finisce con domenica 10 (mi sembra) di luglio. Se a qualcuno interessa (penso di sì, almeno ai fedelissimi) si tenga libero per quel weekend.

Su Michael Jordan rimango in modo ferreo su quanto ho scritto nel post precedente. Negli anni ’90 a Capodistria avevamo i diritti dell’NBA e dunque facevo le telecronache di tutte le partite, una per settimana di regular season più tutte le partite più importanti delle serie di playoff, per documentarmi ovviamente guardavo l’NBA dove potevo, e inoltre ogni settimana curavo la versione per TV Capodistria del magazine dell’NBA (traduzione e doppiaggio, in sintesi), per cui non accetto proprio da nessuno che mi spieghi come giocasse Michael Jordan.

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