Più passa il tempo che sto rinchiuso in casa e più mi preoccupo. Il motivo della mia preoccupazione è però diametralmente opposto a quello che presumo sia il motivo che rende agitato e insofferente il resto dell’umanità. Mi sto seriamente chiedendo quale sia il mio vero carattere e chi io in realtà sia. Fin da piccolo ho avuto il sospetto di essere fondamentalmente una persona solitaria che per qualche strano motivo vive benissimo con se stessa. Ho sempre sofferto in modo quasi fisico la ressa, la confusione e il mio sogno è sempre stato quello di poter finire un giorno su una spiaggia solitaria di qualche isola tropicale ad ammirare i tramonti ed a pensare al senso della nostra esistenza senza dover ascoltare il bercio di persone che per la maggior parte di esse non avesse niente da dirmi. Addirittura non mi ha generato mai alcun tipo di ripulsa il pensiero di finire magari in cima ad una montagna a fare l’eremita o di vivere in una caverna fra gli orsi ed i lupi. Poi nella mia vita, anche per il mestiere che ho svolto e per la mia lunga attività di educatore ed istruttore di basket, questo pensiero e questo lato oscuro del mio carattere sembrava fosse stato riposto in qualche remoto cassetto della mia psiche fino a che non è emerso prepotentemente alla luce in questi tempi così strani, peculiari e mai vissuti prima dalla mia generazione di baby boomers dell’immediato secondo dopoguerra.   

Purtroppo più passano i giorni, più la mia sindrome di Duclos-Lassalle (vinse anche una Roubaix, se non sbaglio) – perché non chiamarla così, visto che esiste, ma solo per me? – si aggrava, nel senso che la mia ignavia sta aumentando di giorno in giorno. Oggi volevo scrivere come un forsennato, solo che ho perso un’ora e mezza per fare la spesa e sono tornato a casa distrutto, per cui le mie buone intenzioni hanno subito un duro colpo. Da noi a Opicina abbiamo un solo supermercato, quello della Conad e, ogni volta che ci vado, se ne inventano una nuova. L’idea di base è buona: entra solo chi ha un carrello della spesa. I quali carrelli della spesa sono contingentati, per cui entri solo quando te lo consegna uno che ha finito ed è appena uscito. L’altra settimana ne avevano messi un bel numero, per cui tutto sommato la fila era abbastanza veloce, per quanto la gente pensi di essere in guerra atomica e praticamente svaligia tutto quello che trova. Oggi ne hanno messo una decina e, con circa 15 persone davanti, per entrare ci ho messo un’ora e 5 minuti di orologio. Con tre gradi e bora.

Come state? Se c’è un momento buono per fare questo tipo di domanda, classico stereotipo da convenevole, è proprio questo. Io bene, onestamente, anche troppo. Nel senso che, essendo il classico tipo che è l’esatto contrario di quello che vive per lavorare (“workaholic”), più sto in panciolle, più godo innescando un circolo che per la stragrande maggioranza dell’umanità è vizioso, ma per me è l’esatto contrario nel senso che meno faccio, più mi convinco che il non far niente è una specie di nirvana.

Una volta stabilito nel gruppo il sistema gerarchico, chi comanda e chi obbedisce o, come dicono i serbi, chi beve e chi paga, operazione assolutamente fondamentale, in quanto è totalmente controproducente pretendere che poi in partita il colonnello obbedisca ai comandi del soldato semplice, si può cominciare a giocare a basket.

In ogni impresa umana, dalla più stupida alla più complessa, la prima cosa da fare è stabilire cosa si vuole, cioè quale è il fine ultimo, e poi stabilire un percorso da percorrere passo dopo passo per arrivarci, nel nostro caso avere in campo una vera squadra che possa prima o poi vincere le partite giocando, appunto, da squadra. Il primo imprescindibile passo è quello di inculcare nei giocatori i fondamenti del gioco che si accingono a praticare, cioè a far entrare nella loro testa alcuni assiomi senza i quali qualsiasi costruzione delle loro basi tecniche sarebbe il classico quadro appeso nel vuoto.

E finalmente, a grande richiesta, il primo tomo sul tema degli schemi nel basket. Un tema tanto delicato e assolutamente fondamentale per chiunque voglia solo tentare di capire qualcosa del basket che bisogna partire da molto lontano.

Ho sempre pensato, e devo dire che la cosa mi ha portato solamente vantaggi, che per affrontare un qualsiasi argomento la prima cosa da fare è tentare di capire quale sia la visione d’insieme, cioè di capire cosa si vuole veramente, quale sia l’obiettivo finale, per poter mettere in piedi una struttura di priorità nell’apprendimento delle cose che serviranno per raggiungere l’obiettivo prefisso. Secondo me la priorità, cioè l’ordine nel quale le cose verranno apprese, è assolutamente fondamentale. Un po’ secondo il vecchio, ma sempre valido, principio che una casa viene costruita partendo dalle fondamenta.

In questi ultimi giorni ho letto con molto interesse i vostri commenti che si sono scatenati su tutta una serie di argomenti tutti molto interessanti e soprattutto altamente stimolanti, per cui ho deciso di dire anche la mia. Spero che mi sia consentito.

Intanto grazie per gli auguri, anche se vedere il numero 7 davanti alla propria età è inquietante. A proposito ero a cena con parenti, amici e colleghi festeggiando appunto il genetliaco quando uno degli amici che intanto smanettava sul telefonino per vedere come andasse la Juve (maluccio, per dire così, fra l’altro) si è alzato dalla sedia per venirmi a dire che le agenzie stavano dando la ferale notizia che Kobe era morto. Non è stata una bella notizia e ha condizionato un po’ il resto di tutta la serata. Su questa cosa avete detto tutto voi e a me resta poco da aggiungere se non che sono più o meno d’accordo con tutto quanto avete detto, compreso l’accenno sempre problematico sulla gestione mediatica della faccenda con l’NBA che l’ha cavalcata in modo sublime dal punto di vista dell’immagine, ma secondo me con una buona dose di ipocrisia, nel senso che ha detto tutto quello che la gente, sull’onda dell’emozione del momento, voleva sentirsi dire.

Vorrei ringraziare Llandre per l’eccellente spunto che mi ha dato sull’uso degli schemi nel basket, argomento che si presterebbe ad un trattato di volume enciclopedico e che penso di affrontare presto, ma che per ora lascio da parte volendo per primo affrontare l’argomento più difficile, quello di cui avevo in mente di parlare oggi. Fuori il dente, fuori il dolore, tanto che parlando di schemi la tastiera praticamente scrive da sola senza sapersi fermare.

Prima ancora un benvenuto a Giampi5 e un suggerimento sull’argomento dei neologismi, argomento che, come avete potuto capire, mi appassiona, in quanto inventare parole nuove e bizzarre è stato da sempre, da quando ero proprio piccolino, uno dei divertimenti più appaganti che potessi immaginare (inciso molto meno stupido di quanto sembri: parlando dalla nascita due lingue mi sono trovato da subito a inventare parole “miste” che rendessero meglio concetti che in una delle due lingue erano più calzanti nel contesto – non credo abbia guastato nell’apprendimento di quanto sia importante il “qui bene distinguit, bene docet”).