Il canestro nelle tue mani
- Scritto da Sergio Tavčar
Ullalà (o oullalà, come scriverebbero i francesi)! Quanti temi, evidentemente la quarantena ha anche effetti positivi, in quanto non avendo niente di peggio da fare invoglia a pensare e a scrivere, il che non è mai un male, anzi. Son qua e mi getto nella mischia.
Comincio dalla storia del basket e vi butto qua anch’io una citazione, così che non pensiate di avere solo voi il copyright: “Il grande assente era però Isiah Thomas, la guardia che aveva vinto due titoli di seguito con i suoi Detroit Pistons nel 1988 e 1989. (…) Bird fu sorpreso nell’apprendere che Isiah era stato tagliato. Il motivo era però lampante. Jordan aveva messo in chiaro che non aveva intenzione di giocare al suo fianco. Michael non si era dimenticato dell’All Star Game del 1985, nel corso del quale Thomas lo aveva deliberatamente escluso dal gioco, e delle finali della Eastern Conference, nelle quali i Bulls avevano sconfitto i Pistons e Isiah, Bill Laimbeer e Mark Aguirre avevano lasciato il campo a quattro secondi dalla fine dell’incontro per non congratularsi con gli avversari.” (cit. dal libro “Il basket eravamo noi” di Bird e Magic, uscito nel 2011, pagg. 345-346). Questo è il mio piccolo contributo alla vostra discussione sul fatto, arcinoto, che era stato Jordan a non volere Isiah in squadra a Barcellona. Se poi andate a leggere avanti vedrete che anche Bird e Magic erano perfettamente d’accordo sul fatto che quella faccia d’angelo fasullo di Isiah, un bel tipetto anche lui, restasse a casa. Pensavo lo sapessero tutti. Sul tema: il perché scelsero Laettner come unico rappresentante del basket college rimane uno dei misteri meglio custoditi del 20-esimo secolo. Deve essere stato il parto di un segretissimo meeting congiunto fra CIA, NSA e FBI.
Io (non) ballo da solo
- Scritto da Sergio Tavčar
The Last Dance non l’ho visto e non ho nessunissima intenzione di vederlo, soprattutto dopo quanto sono riuscito a capire dalle vostre recensioni. Premessa che parte da lontano: non c’è nessuno al mondo che sappia fare film sullo sport come gli americani (forse gli inglesi, anzi sicuramente gli inglesi, peccato però che tutti quelli che fanno sono psico-socio-introversi con morale annessa e incidono sui marroni, lasciando stare Momenti di Gloria e quel capolavoro assoluto che è la biografia di Brian Clough), ma tutti li fanno sempre secondo lo stesso identico modello da sempre: c’è un gruppo di ribelli e disadattati e, chissà come, arriva uno con metodi strani e anticonformisti che entra nelle loro menti, li redime e alla fine vincono titoli importanti da perfetti outsider. Oppure c’è il genere biografico, storia di un grande atleta che a un dato momento ha delle grosse crisi personali, ma alla fine proprio l’amore per lo sport lo sprona a redimersi e tutto finisce in gloria. Conoscete voi qualche altro canovaccio? Io no. Sia ben chiaro, li guardo quasi tutti, perché sono molto ben fatti, nei momenti chiave i valori veri dello sport sono messi in giusta evidenza, ma è chiaramente come guardare una commedia romantica che sai come finisce appena inizia ed è dunque il corrispettivo cinematografico dell’ “easy listening” musicale.
Per chi suona la campana
- Scritto da Sergio Tavčar
In questi ultimi giorni avete prodotto fra i vostri commenti tutta una serie di veri e propri articoli, per non dire trattati, su un tema che a me appassiona molto, e quando dico appassiona uso apposta questa parola, perché risveglia in me tutta una serie di sentimenti e passioni che, man mano che leggo, mi fanno salire la temperatura come si vede nei cartoni animati quando Paperino diventa sempre più rosso con l’acqua bollente che gli sale fino in testa ed alla fine lo fa scoppiare. Parlo ovviamente dei migranti: sarò anche un’anima candida, ma per me si tratta di uomini, di persone come me e voi, che hanno i loro bisogni, i loro affetti, che hanno famiglie con mogli e figli ai quali vogliono bene come noi vogliamo ai nostri. Trattarli da numeri, quanti possiamo prendere, dove li mettiamo, cosa facciamo di loro, mi fa venire il voltastomaco al solo pensare che l’umanità si sia tanto disumanizzata da solo iniziare un discorso del genere. Soprattutto in Italia, Paese che ha avuto migranti in ogni parte del mondo e che dovrebbe sapere, geneticamente quasi, cosa voglia dire andare in giro al mondo con la pancia dietro al pane, come dicono in Slovenia, e di come si sia trattati una volta arrivati. Si migra perché in casa propria non si può più vivere, non certamente per andare ad inquinare una sofisticata e opulenta civiltà, la stessa civiltà fra l’altro che per secoli ha brutalmente sfruttato quegli stessi popoli, se non li ha direttamente sterminati come hanno fatto i vari Cortes e Pizarro o anche i vari Padri Pellegrini o Custer, se è per quello.
ComplOtto e mezzo
- Scritto da Sergio Tavčar
Ho seguito con moltissimo interesse il dibattito che si è sviluppato nella sezione commenti al mio ultimo post fra Edoardo e Vladimir da una parte, proto-complottisti che non possono uscire completamente allo scoperto su questo blog viste le opinioni del “tenutario” da una parte e Stefano dall’altra che, e la cosa mi preoccupa, è l’unico a lanciarsi lancia in resta contro questo mefitico sottobosco che si nutre di notizie sparate a un tanto al chilo per avere i famosi 15 minuti di notorietà come diceva Andy Warhol. Ovviamente, per quanto io e Stefano siamo su sponde completamente opposte in fatto di gusti musicali, essendo che a lui appaiono sommi musicisti a me totalmente sconosciuti o che, per meglio dire, quando li ascolto non mi dicono niente e totalmente viceversa, su questo campo siamo totalmente e perfettamente d’accordo.
Lo sport al centro dell'universo
- Scritto da Sergio Tavčar
Pare che per un po’ di tempo almeno non ci dovrebbero più essere problemi con il sito e questa è una buona notizia, sempre sperando che nel frattempo non vi siate abituati ad andare altrove, perché mi dispiacerebbe tantissimo perdere anche solo uno degli amici che in questi anni hanno fatto sì che questo spazio di discussione sia diventato, almeno per me, così interessante e istruttivo.
Sono passati quasi due mesi da quando siamo agli arresti domiciliari (aver sperato solo per un istante che le “autorità” repressive mostrassero almeno un po’ di buon senso e di semplice sale in zucca è stata ovviamente un’utopia – dire polizia dotata di buon senso è un perfetto ossimoro) e non credo ci possa essere qualcuno che osi dire che dopo tutto questo tempo siamo rimasti gli stessi. Non può essere vero, per tutta la serie di palesi motivi oggettivi che tutti noi siamo vivendo e che ci hanno totalmente cambiato la prospettiva sotto la quale vediamo le cose. Personalmente la cosa che mi ha sconvolto e alla quale penso in continuazione è lo sconvolgimento totale della mia prospettiva sullo sport di vertice.
Sport a scuola, una brutta figurina
- Scritto da Sergio Tavčar
L’altra sera, chiacchierando con Claudio Pea (tagliando completamente fuori, e me ne scuso profondamente, il povero Simo Salvador, ma ci siamo lasciati prendere la mano), mi sono molto divertito (e a volte commosso, travolto dai bellissimi ricordi di quando eravamo ancora giovani, entusiasti e molto attivi), ma appena finita la diretta ho provato molto imbarazzo pensando ai poveri ascoltatori che si erano sorbiti una confessione fiume e mi chiedevo fino a quando avevano resistito, poverini. E sono rimasto scioccato quando mi avete scritto che certi eravate arrivati fino alla fine. Non posso credere. Io mi sarei fermato molto prima e proprio non riesco a capire con quali attributi al titanio siate riusciti in questa impresa. Vi ringrazio comunque di cuore, perché evidentemente abbiamo detto anche cose che la maggioranza di voi reputa giuste. A proposito, Cicciobruttino: il discorso sul rugby non l’ho cominciato io (mio padre avrebbe commentato questa scusa: “trova ti una mejo!”), ma poi non potevo certamente abdicare alle mie convinzioni in merito che tutti voi ben conoscete e spero che per questo non ce l’abbiate troppo con me. Inutile: sono nato e cresciuto con una mentalità prettamente balcanica. Come detto: per me lo sport è divertimento, presa in giro e creatività e non è certamente un’operazione militare di commandos. E infine, Franz: il nome del giocatore di Rieti mi è tornato in mente ovviamente nel momento stesso in cui mi sono scollegato: si chiamava Blasetti.
Sovranismo e Corona
- Scritto da Sergio Tavčar
Mi ha colpito il commento, che non so di chi sia, postato da Gabriele sul fatto che prima del Covid eravamo in un altro mondo rispetto a quello nel quale stiamo vivendo ora. E’ esattamente quello che provo anch’io se mi rivolgo allo spettro di interessi che ho maturato in questo ultimo periodo rispetto a quelli che avevo prima. E penso che la stessa cosa stia succedendo a tutti voi, almeno a giudicare dalla profondità dei commenti che postate e dalla discussione sui massimi problemi dell’umanità che state producendo. A proposito, prima di continuare, suppongo che in fatto di discussione sui massimi sistemi della religione siamo arrivati alla fase finale della saturazione, quella cioè nella quale sta cominciando a suonare sempre lo stesso disco rotto che da parte di ognuno ripete sempre le stesse cose, per cui, non so se siete d’accordo, penso che sia ora di darci un taglio. Anche se, pensando a quanto stanno perpetrando nel nome della “religione” (virgolette d’obbligo) i pazzi fanatici predicatori del sud degli Stati Uniti che a costo di morire vogliono a tutti i costi i fedeli in chiesa, penso che ci sarebbe ancora molto da dire sull’asimmetria stridente fra come stanno al mondo i fanatici e quelli che non lo sono. E si può essere fanatici solo se si ha fede in cose che non si possono provare… Però, ripeto, prego, diamoci un taglio.
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