Oggi sarò più breve del solito, in quanto ieri ho sfruttato una serata di buco e per non andare in crisi di astinenza sono riuscito ad andare a giocare uno dei tornei settimanali di bridge che nelle ultime due settimane avevo dovuto saltare. Risultato modesto, sfiga galoppante, ma non è questo il problema, il problema ovviamente è che non ho visto esattamente niente delle gare serali. Tornato a casa ho dato solo un'occhiata al Televideo sloveno (il miglior televideo per lo sport del pianeta, con i risultati aggiornati live e poi raccolti in succinte videate di riassunto) per vedere i vincitori ed ho scoperto con immenso piacere che l'alto è stato vinto alla grande dal mio idolo Uhov, quello che arrivò ad un importante meeting ubriaco fradicio e poi, invece di saltare, si buttò sui sacconi addormentandosi. A proposito di bridge, sapete come si fa in questo sport (ebbene sì, e non si azzardi nessuno a contestare che non lo sia) alla fine dei gironi all'italiana di qualificazione delle grandi manifestazioni internazionali a squadre? Molto semplice: alla fine dei gironi vengono convocati in una megariunione tutti i capitani e si procede alla scelta. La vincitrice di un girone sceglie l'avversaria dei quarti fra le squadre dell'altro girone (tralasciando ovviamente la prima che ha dall'altra parte la stessa simmetrica scelta). Poi la seconda sceglie a sua volta la sua avversaria dalle due che sono rimaste, per cui alla fine il tabellone si compone da solo. È un sistema che è in vigore già da tantissimi anni e sul quale nessuno ha avuto mai nulla di ridire. Se una testa di serie perde inopinatamente nei quarti può solo incolpare se stessa, in quanto era stata proprio lei a scegliersi l'avversaria. Tutto avviene alla luce del sole, per cui non c'è alcun senso a tentare di schivare l'avversaria forte, in quanto lei ti ha nel mirino e ti sceglierà implacabilmente per quanto tu tenti di sfuggirle. Onestamente non vedo controindicazioni a questo sistema e continuo a chiedermi perché non venga usato nelle altre competizioni sportive. Taglia veramente la testa a tutti i tori.

Per rispondere in breve a Guido ed al suo entusiasmo sul fatto che Cernogoraz ha cantato l'inno croato sul podio io onestamente, ma proprio mano sul cuore, non enfatizzerei troppo questo evento. Come imparerai, caro Guido, il cuore dei croati non è rosso, ma è biancorosso a scacchi, per cui se il buon Giovanni non si fosse comportato così penso che sarebbe stato meglio per lui emigrare subito senza neanche passare da casa in incognito. A proposito, malgrado non ci sia la Vlašić, i croati stanno vincendo alla grande il campionato jugoslavo alle Olimpiadi distruggendo letteralmente i serbi che finora hanno fatto solo flop con addirittura Đoković fuori dal podio (anche giusto tutto sommato, perché finora il bronzo di Del Potro è l' unica -!- medaglia argentina). Già due ori, uno pesante in atletica con la Perković oltre a quello di Cernogoraz con in serbo piazzamenti di grande rilievo negli sport di squadra con la pallamano che sta giocando a livelli stellari e finora ha umiliato tutti quelli che ha affrontato (magari ora perderanno con la Tunisia nei quarti...) e con la pallanuoto di Rudić per la quale si sta preparando uno showdown da mega derby con serbi e montenegrini, i quali montenegrini possono andare fieri della loro squadra femminile di pallamano che ieri nei quarti ha battuto con un rigore all'ultimo secondo nientemeno che la Spagna. Slovenia bene con quattro medaglie, un oro, un argento e due bronzi nel solco della tradizione, anche se preoccupa non poco il fatto che l'età media dei medagliati, calcolando anche i 48 anni di Debevec ed i 40 di Čop nonché il fatto che tutti gli altri sono già oltre la trentina, si avvicina in modo preoccupante addirittura ai 37, 38 anni. Il che penso che sia il record olimpico di vetustà per i medagliati di qualsiasi nazione.

Per chi gli interessa oggi mi attende una giornata campale. Purtroppo la TV slovena ha preso le partite in anticipo a scatola chiusa, per cui confermo che le mie due partite odierne saranno le dirette di Russia-Lituania alle tre del pomeriggio e poi a notte fonda USA-Australia. Sul basket dunque ritornerò domani con ben maggior cognizione di causa.

Caro Guido da Samobor (a proposito, ci vivi o risiedi in Italia?) non occorre certo spingermi per parlare di Giovanni Cernogoraz. Per noi tutti di TV Capodistria la sua vittoria è stato "lo" evento del secolo. Per chi non lo sapesse l'istriano Giovanni Cernogoraz da Cittanova (l'ultima propaggine istriana sul Quieto del mai nato TLT – Territorio Libero di Trieste) è da alcuni anni il già designato in anticipo, praticamente per acclamazione, sportivo dell'anno della minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Insomma lui è uno dei "nostri" che più non si potrebbe, vero e proprio sportivo eponimo della nostra missione di emittente radiotelevisiva dedicata alle attività della minoranza italiana nell'ex-Jugoslavia. Ed infatti per chi riesce qualche volta a vedere, magari in streaming, il nostro magazine Zona Sport, a Cernogoraz abbiamo dedicato tutta una serie di servizi, curati dal collega Arden Stancich, prima per presentarlo al nostro pubblico e poi per seguire le sue vicissitudini agonistiche con la sofferta qualificazione alle Olimpiadi, dove volevano a tutti i costi mandare l'altro "vero" croato che poi comunque è arrivato anche lui in finale, dunque scarso, onestamente, non era. Ieri mi sono dunque trovato per la prima volta nella vita a fare un tifo feroce contro un italiano d'Italia per parteggiare spudoratamente per il "nostro" italiano che alla fine ha mostrato un paio di attributi al titanio, infilando 24 piattelli su 25 (con una sola canna – non c'è seconda canna in finale, ragion per cui anche un fenomeno come Diamond ha sbagliato spesso) in finale centrando poi tutti i piattelli nello shoot out, anche l'ultimo super malevolo da destra in allontanamento che l'italiano ha sbagliato. Siamo dunque strafelici ed orgogliosi che un esponente di una sparuta minoranza di gente rimasta a casa dopo le vicissitudini susseguenti alla seconda guerra mondiale che ha causato il massiccio esodo degli italiani di Istria e Fiume (poi strumentalizzato a volte in modo anche ignobile dalla propaganda anti-slava di destra, ma che c'è comunque stato ed è stato un dramma immenso) sia riuscito a far entrare nella storia sportiva nel modo più fulgido possibile se stesso e contemporaneamente tutto un popolo di cui in Italia si parla poco, si denigra quasi (come mai non hanno trovato il coraggio di andarsene?), ma che continua a tenere viva la presenza italiana in territori che sono stati storicamente (e, se lo dice uno di sentimenti sloveni, potete credermi) sempre italiani.

Per il resto continua la saga della testa che comanda a tutto il resto. Ultimo fulgido e tragico esempio l'incartamento su se stessa di Jelena Isinbajeva che è ormai un caso clinico. Uno si immagina quasi le sue sinapsi che si sono ormai inguaribilmente attorcigliate provocando connessioni a caso che alla fine fanno andare in tilt la centralina. Non si può spiegare infatti altrimenti come faccia a perdere contro un'americana che vale almeno 30 centimetri di meno. A proposito di americani vincenti (e con sedere panoramico) che dire della vittoria della squadra di calcio femminile con un gol in pieno recupero del secondo supplementare? Mi sono sempre chiesto se è veramente la fortuna ad aiutare gli audaci, o se semplicemente gli audaci sono tali perché fortunati. Gli audaci sfigati vengono infatti eliminati subito per selezione naturale e di loro non si parla, per cui personalmente propendo al 100% per la seconda ipotesi. Del resto lo stesso Napoleone sceglieva i suoi generali fra quelli dotati di maggior fortuna. Quelli bravi, ma sfortunati, non li prendeva neanche in considerazione.

Sempre in tema di testa Walter ha perfettamente ragione a paragonare l'attuale atteggiamento di Federer a quello di "The Rocket". Non ci avevo pensato, ma ha perfettamente ragione. Sono due casi esattamente analoghi. Per quei pochi che non lo sanno, qui si parla di Ronnie O'Sullivan, straordinario artista dello snooker.

Grazie Edoardo per il richiamo alle foto di Gramellini col suo podio olimpico. A parte che ero spanciato dalle risate a vedere il pirla di sindaco appeso come un salame sulla corda con l'elmetto e la bandierina in mano mentre tentava di fare un'entrata spettacolare, mi è piaciuto tantissimo il commento alla foto del bambino che si avvicina estasiato ad Andy Murray, commento che sputtana in modo perfetto la frase idiota profferita da Grillo sulle Olimpiadi. Cosa dirà ora Grillo sulle immagini quasi strazianti di Felix Sanchez che ritorna dall'inferno degli infortuni a dominare una finale olimpica grazie alla sua classe irraggiungibile da tutti gli altri e che si scioglie in lacrime di fronte alla foto dell'amata nonna che piangeva lacrime di gioia mentre il nipote ascoltava sul podio l'inno? "Se non piangi, di che pianger suoli" (o comunque sia la frase del Conte Ugolino), o Grillo?

Inutile: l'atletica è e rimane la regina delle Olimpiadi ed infatti ieri sera ho guardato le gare dall'inizio alla fine, per cui di basket so solo i risultati e comunque siccome devo commentare in differita questo pomeriggio USA-Argentina meno so, meglio è. Del resto uno più di una cosa alla volta non può vedere. E sarebbe stato delittuoso non vedere i due bambini caraibici dominare i 400 metri con Kirani James che è uno di quei fenomeni che uno si chiede come mai debba nascere proprio su uno scoglio sperduto quale Grenada e non da qualche altra parte, e col giovane dominicano che a 18 anni, ancora mingherlino ed apparentemente innocuo, riesce a correre in 44 basso (ma come ha fatto, secondo che regole biomeccaniche?), vince l'argento e preannuncia un epico periodo di futuri scontri titanici con James in una delle discipline più storiche ed affascinanti dell'atletica.

Ritardo clamoroso dell'estensione delle note quotidiane dovute a causa di forza maggiore. Proprio di fronte a casa mia hanno lavorato tutta la mattina per riparare una linea aerea, per cui sono stato fino a pranzo senza corrente (avevano messo l'avviso ieri sera, ma di grazia, come fa uno a mettere da parte un po' di corrente?).

Allora oggi solo in breve, spero mi scuserete. Usain è un marziano ed i marziani non possono perdere. Punto. Per cui a Blake sorrideva anche l'orifizio più recondito per essere stato il primo dei mortali, ed infatti ai microfoni di Claudia Angiolini e Fiona May (ma perché sono in due, una sa forse leggere e l'altra scrivere?) non faceva che ridere. Claudia mi scuserà per la battuta, lei è infatti amica mia ed è stata la prima della Redazione Sky a comprare il mio libro.

Federer era svuotato e forse neanche tanto convinto, e come sempre quando questo gli succede gioca a sprazzi. Lui ha da tempo perso il killer instinct e gioca con l'atteggiamento dell'artista: se gli pare di giocare male comincia a farsi schifo a se stesso e si smonta. Dall'altra parte Murray sembrava tarantolato e soprattutto incredibilmente concentrato. Nei momenti chiave non ha sbagliato un colpo, ha avuto due nastri clamorosi a favore nei momenti chiave, Federer ha tirato lunga di un millimetro una vincente sulla palla break, ma soprattutto lo scozzese ha risposto come neanche Agassi ai bei tempi. E, aggiungo, l'atmosfera di tifo da stadio, che ricordava quella fra australiani e croati nell'indimenticabile finale del lunedì fra Ivanišević e Rafter, con bandiere e cori mi è piaciuta tantissimo. Ha dato la stessa impressione di spazzare via per un momento la patina stantia della tradizione, in questo caso di Wimbledon, come lo sketch della regina paracadutista nei confronti della monarchia.

Archiviata la routine della medaglia di Kozmus nel martello, tanto per cambiare ancora una volta con la miglior misura stagionale (parlavamo di vincenti), che ha così chiuso il cerchio delle medaglie slovene, tutte portate da veterani (e le giovani leve?), sono curiosissimo di vedere stasera Brasile-Spagna. Come faranno a mascherare il desiderio di perdere? Parlavo proprio l'altro giorno delle situazioni assurde, da alternativa del diavolo, che offrono i gironi all'italiana al momento dell'ultimo match prima della definizione della griglia dell'eliminazione diretta. Esempio più eclatante non ci potrebbe essere. Anche se, a occhio, è più la Spagna che non vuole vincere, in quanto punta in alto, mentre per il Brasile, che secondo me con meno presunzione ha anche minori ambizioni, sarebbe importante evitare il quarto contro la Francia. Per cui penso che comunque i brasiliani la partita la giocheranno, mentre gli spagnoli faranno finta di aver avuto sfiga.

A proposito di sfiga: io parlo di giornalisti presuntuosi e tuttologi che pensano di sapere anche di sport e, tac, arriva un commentatore e mi spiattella la controbattuta dell'unica eccezione del panorama che conferma la regola, e cioè Vittorio Zucconi. Che, oltre ad essere sommo giornalista, è anche uno che da ogni parola che scrive si vede che lo sport lo ama per quello che è e non per quello che rappresenta, il che è la fondamentale discriminante che secondo me dovrebbe dividere chi potrebbe e chi non dovrebbe mai parlare di sport. Fra gli ultimi ci sono purtroppo anche tantissimi giornalisti che si occupano di sport in attesa di fare il grande salto verso le cose “serie” (?), per esempio quelli così ben tratteggiati nello stesso intervento che dell'evento parlano solo ed esclusivamente dal punto di vista soggettivo dimenticando che l'avversario è in campo esattamente con lo stesso scopo che hai tu. E che non hanno sempre accanto uno Zucconi che possa fulminarli come si meritano.

Un bilancio sulle gare di nuoto finite ieri? Non credo che al largo pubblico (mi allargo...) interessino dati statistici sul numero di medaglie, record mondiali abbattuti, eccetera. Fra l'altro questi dati si possono reperire su qualsiasi sito che parli di Olimpiadi. Faccio dunque un paio di considerazioni generali che possono servire anche da punto di partenza per capire quale sia lo stato di salute del nuoto attuale. Intanto: livello stellare. La cosa più sconvolgente è che solo tre anni fa a Roma, in piena orgia di paperette gonfiabili che tenevano a galla anche barili quali Bernard trasformando il nuoto da sport raffinato di tecnica, acquaticità e doti idrodinamiche in esibizione di forza bruta che prendeva a schiaffi l'elemento più prezioso che ci sia sul pianeta, vennero stabiliti primati che sembravano battibili solamente dopo un numero enorme di anni. Ed invece a Londra tutti i tempi delle varie gare erano immediatamente paragonabili a quelli di Roma, tanto che a volte ci si dimenticava dell'enorme differenza fra le basi di partenza per le prestazioni nei due casi. Il ritorno al costume normale, tecnologico quanto basta che però mette tutti più o meno su uno stesso piano, ha inoltre avuto un'altra virtuosa conseguenza, e che cioè ritornano ad emergere (in tutti i sensi, visto che parliamo di acqua) i veri talenti per il nuoto, fra i quali penso che i più fulgidi esempi vengano dai cinesi: Sun Yang e Ye Shiwen sono marziani, mentre a me piace un sacco anche come nuota la giovane sprinter Tang Yi. Sicuramente fenomena è anche la Franklin che però è un mostro soprattutto dal punto di vista fisico, tanto che penso che sarebbe fortissima qualsiasi sport facesse. La Schmitt la conosciamo da tempo: di lei penso che abbia trovato a Londra la forma della vita, un po' come la Kukors a Roma, per cui la derubricherei dalla lista dei fenomeni. Degli europei nella lista dei fenomeni (natatori, dunque di gente che sembra fatta per nuotare) va inserito di diritto Agnel. E ancora: Le Clos è un altro che sembra nato per nuotare. Eccetera, chissà quanti me ne dimentico. Quello che voglio dire è che il ritorno al costume ha riportato a galla (ancora una volta in tutti i sensi...) i talenti veri per il nuoto che sono andati come schegge e che hanno vinto. Cosa può volere di più un esteta del nuoto come il sottoscritto? Nulla, ed infatti sono estasiato.

Secondo: il livello di vertice è talmente elevato che neanche fenomeni conclamati quali Phelps e Lochte possono fare più quello che vogliono, come facevano in passato. Esemplare l'inizio stentato di Phelps che è entrato in forma solamente negli ultimi giorni e la giornata catastrofica di Lochte che dapprima voleva vincere al risparmio i 200 dorso, ed invece a salvare l'onore USA ha dovuto pensarci Clary che poi è andato a scusarsi ("guarda che volevo farti vincere, però ho dovuto sorpassarti perché se no vinceva il giapponese"), per risparmiarsi per lo show down con Phelps sui 200 misti, nei quali ha subito invece una storica batosta. La stessa Franklin ha stravinto il dorso, però in crawl è stata una delle tante.

Terzo: c'è in atto un incredibile cambio generazionale con l'esplosione di 15 fino a 17enni (anche fra i maschi, per esempio abbiate fiducia in Paltrinieri, vincente se ne è uno – anche lui emiliano come la Rossi, ne parlerò fra poco). In genere comunque tutti i giovani fortissimi sono nati fra il '90 ed il '92, per cui ce li sorbiremo (affettuoso, in realtà ce li goderemo) ancora per lunghissimo tempo. Sulle sensazionali lattanti tipo Meliutyte e Ledecky il giudizio lo riservo per gli anni successivi. Le ragazzine giovanissime traggono vantaggi enormi dalla loro galleggiabilità, per cui bisogna attenderle al varco a maturazione fisica completata (oddio, la Meliutyte mostra tutto meno che 15 anni, visto che già adesso sposterebbe un vagone con una mano, almeno a vederla fuori vasca).

Ed infine un bilancio per nazioni: USA su tutti, come sempre, anche perché non dipendono più solo dal duo Phelps-Lochte che negli scorsi mascheravano moltissimi buchi vincendo da soli valanghe di medaglie in serie. Francia stupefacente con tre ori ed un argento (più un quarto posto) nelle 5 gare della velocità maschile (50, 100, 200 e le due staffette a crawl), e dunque nel settore più storico, nobile e prestigioso del nuoto. Cina che mette in mostra i talenti natatori più limpidi, Giappone con un livello medio strabiliante, peccato che non abbia stileliberisti. Bene l'Ungheria, media la Russia che non ha avuto esplosioni (fra l'altro più o meno spariti i velocisti, da Lobincev a Izotov), ma che ha lo stesso lasciato la zampata con le medaglie della Zueva, della Jefimova e di Korotijškin, catastrofe Italia e soprattutto Germania. Non ricordo Olimpiadi con la Germania che ottiene lo stesso successo dell'Italia: zero medaglie. Ma di grazia, hanno allenatori fenomenali ai quali basta dire che non dopino i loro atleti perché per il resto il mestiere lo conoscono in modo straordinario: perché non li usano? E per finire che dire dell'Australia, un solo oro e anche quello per grazia ricevuta, leggi Olanda che ha avuto di tutte le sprinter solo l'immensa Kromowidjojo al livello che da loro si attendeva (Dekker e Heemskerk non pervenute)?

Due brevi considerazioni finali. Mi fa immenso piacere che ogni gara confermi quanto continuo a ripetere da tempo in modo incessante in questi miei post. Che cioè tutti i successi sportivi (e non solo) nascono dalla testa. Tutto il resto viene (molto) dopo. Se vale per tutti gli sport del globo, perché maledizione non dovrebbe valere anche per il basket, sport tutt'altro che acefalo? La testa è fondamentale nel sollevamento pesi, immaginarsi nel basket, dove il pensare in campo è una delle cose più importanti. Ultima dimostrazione di ciò quella incredibile macchina che è Jessica Rossi. Non credo di aver mai visto in vita mia atleta più vincente. Al limite del surreale, metafisico quasi, la risposta alla domanda: "cosa hai pensato quando hai sbagliato l'unico piattello della tua gara?" "mi è venuto da ridere". Solo chi ha in testa un paio di marce in più può rispondere in questo modo.

Sugli USA di basket infine ha detto tutto Enrico nel suo intervento al post di ieri. Non ho esattamente nulla da aggiungere.

 

Intanto, scusatemi, vorrei esordire oggi con una nota che riguarda solo noi di TV Capodistria e quei pochi che riescono ancora a vederci. E' stato un immenso piacere ieri seguire la nostra diretta di atletica leggera con la telecronaca del collega ed amico (dalla seconda media! - sono, ridendo e scherzando, 50 anni) Sandro Vidrih, rientrato per l'occasione dalla sua meritata pensione. Devo dire che mi sono un tantino commosso ricordando tutti i tempi passati con le nostre improbabili trasferte in tandem tanto tempo fa nei luoghi più impossibili dell'ex-Jugoslavia. Sono passati tantissimi anni, però concedetemelo (o almeno fate finta di farlo), rimaniamo una coppia che tutto sommato un po' di storia, per quanto marginale, l'abbiamo fatta.

Stasera finisce il nuoto, però io continuo con le mie telecronache. Domani finale di tennis e poi, la settimana prossima, basket a go-go dai quarti fino alla finale finendo con la cerimonia di chiusura. Devo confessare che ho già goduto questa settimana e sicuramente per la prossima, se possibile, dovrebbe essere ancora meglio. L' unica cosa che mi dispiace un tantino è che non abbiamo in programma partite di basket femminile, perché mai come stavolta mi sembra che il basket in gonnella abbia fatto in questo ciclo olimpico un tale salto di qualità. Si vedono partite nelle quali a volte si dimentica del tutto che a giocare sono ragazze il che, penso, sia il massimo complimento che si possa loro fare. Il livello atletico è cresciuto in modo incredibile ed inoltre le ragazze giocano in modo più disciplinato, didascalico quasi, per cui seguire le loro partite è una continua lezione anche dal punto di vista tecnico. A proposito, qualcuno di voi smanettatori frenetici della rete potrebbe trovarmi notizie sulla 20-enne Liz Cambage, australiana di evidenti origini aborigene, una che sembra Sabonis giovane per il fisico, la mobilità e la morbidezza della mano che ieri contro le russe si è concessa una tranquilla schiacciata in penetrazione centrale oltre ad aver seminato il panico nella difesa avversaria ed aver stoppato tutto lo stoppabile nel raggio di tre metri.

Serata intensa quella di ieri che ha rischiato di rendermi strabico. C'erano infatti in contemporanea le gare di atletica e nuoto, per cui, mentre preparavo la sintesi da mettere in onda in seconda serata, con l'altro occhio guardavo la meravigliosa volata della regina Tirunesh Dibaba (avete notato che aveva un altra maglia rispetto alle compagne che erano lì per farle da scudieri?). Intanto in piscina succedevano cose turche con Phelps che vinceva il suo terzo oro consecutivo nella seconda disciplina dopo i 200 misti, con il record della Franklin (si limitasse al dorso forse sarebbe meglio sia per lei che per noi), l'esplosione della Ledecky (che, annotalo Maurizio, ha due settimane in meno rispetto alla Meliutyte) ed infine il coup de theatre (francese obbligatorio) con il trionfo del piccolo Manaudou, immediatamente abbracciato dalla sorellona in lacrime. Straordinario e, dai, diciamolo, commovente.

Tutto questo dopo aver sofferto e gioito per King Roger. Volevo morire quando sul primo match point ha sotterrato una volee che ai bei tempi avrei messo in campo anch'io, ma poi i dei del tennis sono stati con lui con la bordata di Del Potro aggiustata dal nastro per il colpo dell'apoteosi. Nel doppio Llodra e Tsonga hanno vinto 18 a 16 al terzo. Murray ha battuto Đoković dopo una lotta titanica. Finale maschile replica di quella di Wimbledon di un mese fa. Finale femminile Serena-Šarapova, come a dire un altro straclassico. Per arrivare a queste finali da sogno ci sono state lotte titaniche. Ma non dicevano che i ricchi e viziati tennisti erano alle Olimpiadi per sbaglio? Che per loro vincere un Masters 1000 era più importante di un successo olimpico? E allora perché hanno lottato con una tale ferocia? Scusatemi, ma io continuo a pensare che lo spirito olimpico sia ancora ben vivo e che puoi essere ricco sfondato quanto vuoi che, se sei un atleta vero, quando indossi la maglia della tua nazione senti qualcosa che normalmente non senti, un di più che solo chi lo provato penso che possa descriverlo. A proposito sono trasecolato quando i soliti giornalisti prestati da tutti i campi allo sport (ripeto, mi dà un fastidio terribile quando di sport sono chiamati a discettare cani e porci – io non mi sognerei mai di andare a dare lezioni a giornalisti specializzati, che ne so, in economia, per cui non tollero che giornalisti di altri campi vengano a spiegarmi lo sport) hanno storto il naso per il fatto che i campi del sacro Wimbledon sono stati invasi da truppe colorate. Ma, maledizione, il trucco è proprio lì! Stavolta non gioca Roger Federer o Andy Murray, ma giocano Federer, SVIZZERA, e Murray, GRAN BRETAGNA. Ma come si fa a non capirlo? La stessa cosa era fra l'altro capitata al ciclismo con la gara in linea disputata col coltello fra i denti e la cronometro per la quale Wiggins avrebbe barattato tutte le sue vittorie (meno quella al Tour, non esageriamo) in cambio del trionfo davanti alla sua gente.

Per finire due parole sugli atleti vincenti e per confutare quanto scritto da uno di voi, secondo cui avrei asserito che tutti gli sloveni (slavi è sbagliato nonché ignorante, sarebbe come a dire latini per italiani) sarebbero perdenti. Kauzer è un perdente, non certamente la Žolnir, non certamente lo sparatore Debevec, alla sua terza medaglia olimpica a 50 anni ed alla ottava Olimpiade (!! - due le aveva fatte ancora con la maglia jugoslava), e certamente non il campione olimpico uscente del martello Primož Kozmus, il quale dopo il titolo mondiale di Berlino si era ritirato, poi ha pensato di rientrare per le Olimpiadi, ha cambiato coach, non ha combinato un tubo non riuscendo a lanciare mai oltre i 77 metri, alla fine si è stufato, ha licenziato il coach, è andato in ritiro da solo nella Repubblica ceca, ha ritrovato gli automatismi, è arrivato alle Olimpiadi e, pam, ha sparato al primo lancio di qualificazione una bordata oltre gli 80 metri ritornando poi tranquillo in albergo. Lui in tutta la carriera ha sempre fatto il primato stagionale nella massima competizione dell'anno. Un po' come faceva la Simeoni. Ecco, questi sono i vincenti.

 

 

Giornata assolutamente di routine quella di ieri. Gli americani sono ritornati a fare gli americani in vasca, anche se qui ci sono molte cose che inducono ad importanti riflessioni e lo farò in fondo, le italiane hanno spazzato via il mondo nel fioretto a squadre (ma come fanno?), gli inglesi (pardon, britannici) stanno dominando i Giochi del Commonwealth di ciclismo su pista, i cinesi sotto ogni bandiera (anche se quelli migliori se li tengono in casa) stanno terminando il loro campionato interno di tennis tavolo, sono cominciate le splendide finali di canottaggio (va be' che è stato solo bronzo, ma che dire della quarta medaglia olimpica di Iztok Čop a 40 anni dopo aver vinto la prima nel '92?), gli americani del basket hanno messo in piedi il circo di Pechino (attenzione, detto in senso elogiativo!) contro i poveri nigeriani, nel tennis i migliori stanno facendo sul serio e per le medaglie se la giocheranno fra di loro (potenza di Wimbledon), insomma assolutamente niente di nuovo sotto il sole. Per cui vorrei dire qualcosa sul famoso biscotto del badminton, vicenda che mi ha incuriosito e che non sono riuscito a capire, per cui sul caso in se stesso non riesco proprio a dare un giudizio. Nel senso che non sono riuscito a cogliere il lato fondamentale di tutta la vicenda, e cioè il "cui prodest" latino. Mi sembra di aver capito che le cinesi non volevano incontrare le connazionali nell'eliminazione diretta, ma per organizzare combine bisogna essere in due, segnatamente devono collaborare gli avversari. Ora di coppie coinvolte ce n'erano addirittura quattro con interessi incrociati che non sono riuscito a sviscerare. Mi limito dunque a fare qualche considerazione generale. I pragmatici anglosassoni odiano il "round robin" o girone all'italiana (guarda caso, non si chiama girone alla tedesca, o svedese...) proprio perché prima dell'eliminazione diretta porta inevitabilmente a calcoli del genere che sono sempre odiosi e nei quali uno non sa come comportarsi, perché si trova davanti alla classica alternativa del diavolo: qualsiasi cosa faccia, non va bene. Pensate un po' all'ultimo caso eclatante che si è verificato agli Europei Under20 di basket in Slovenia. Nel girone eliminatorio la Slovenia era matematicamente prima alla vigilia dell'ultima partita contro la Spagna. Se avesse fatto riposare i migliori (Prepelič, fra l'altro, che si è leggermente infortunato, cosa che lo ha condizionato nei quarti persi contro la Francia) ed avesse perso la partita, per il gioco della classifica avulsa sarebbe passata la Turchia. Ed invece, secondo i concetti classici di sportività, ha giocato al massimo, ha vinto ed ai quarti è passata la Lituania che poi ha vinto il campionato! Per dire come i tuoi risultati dipendano in questo caso in modo decisivo da quello che fanno gli altri (e l'Italia di calcio, attaccata alle radioline per sentire cosa facevano Croazia e Spagna?), cosa che a me da sempre fastidio. Bisogna dunque dirimere una questione fondamentale: in questo caso, quale delle due alternative del diavolo è quella meno odiosa? Secondo la mia scuola di pensiero (che però vale esattamente come quella opposta, perché qui non ci possono essere verità assolute, ma solo concezioni personali) è perfettamente lecito e moralmente accettabile che uno perda se la sconfitta gli reca un diretto vantaggio per la prosecuzione del torneo. Nel senso che uno il torneo lo vuole vincere, dunque ha un fine più che legittimo. Se in una fase qualsiasi dello stesso, segnatamente alla fine della fase a gironi e prima dell'eliminazione diretta che poi taglia la testa a tutti i tori, una sconfitta porta vantaggi reali per il prosieguo del torneo, allora non c'è assolutamente scandalo se si perde. La volta prossima facciano regolamenti migliori. Non è colpa mia se facendo riposare i migliori risparmio energie e contemporaneamente magari elimino un'avversaria pericolosa che poi magari potrebbe crearmi ben maggiori problemi di quella che con la mia sconfitta faccio passare. Concettualmente non vedo differenze dall'averla battuta in un confronto diretto: se la mia avversaria è nella condizione di dover dipendere da me per passare il turno sono cavoli suoi. Poteva giocare meglio prima. Attenzione, però: c'è una differenza abissale fra questo caso e quello che con esso viene confuso, cioè la situazione per cui una mia sconfitta è indifferente rispetto alla prosecuzione del mio torneo e le mie chance di vincere la competizione rimangono le stesse sia che io vinca o che io perda, mentre invece vincere o perdere è fondamentale per la mia avversaria. In questo caso se gioco in modo indolente e perdo adesso sì che sono in grossa colpa perché ho direttamente influenzato l'andamento del torneo danneggiando terzi che non c'entrano. Ripeto: bisogna sempre distinguere bene i due casi e decidere di fronte a quale dei due ci troviamo. Riassumendo: nel primo caso (perdo, ma aumento le possibilità di vincere la competizione) è perfettamente lecito perdere, nel secondo (per me è lo stesso, ma per il mio avversario è questione di vita o morte) allora devo assolutamente onorare la partita e giocare al massimo, proprio per rispetto nei confronti del torneo stesso e delle possibilità degli altri. La soluzione sarebbe ovviamente giocare sempre tutti i tornei ad eliminazione diretta che questi discorsi verrebbero subito a cadere. Bisogna fare però giocare tutti almeno un tot di partite? Benissimo, sono d'accordo, però allora rendiamoci conto che queste situazioni saranno sempre di routine, per cui meravigliarsi ogni volta che succedono cose del genere mi sembra francamente più che ipocrita semplicemente stupido.

Tornando alle considerazioni sul nuoto. Prendendo spunto dalla giornata catastrofica per Ryan Lochte si può già adesso dire che il nuoto ha fatto un clamoroso salto di qualità quando anche un fenomeno come Lochte non può pensare di vincere ogni volta che si presenta in piscina. Come pure Phelps ha dovuto attendere quattro giorni per fare finalmente il Phelps, dopo aver ingoiato bocconi amarissimi. Anche la Franklin dovrà limitarsi a vincere le due gare di dorso rientrando un po' nei ranghi dopo essersi presentata alle Olimpiadi da fenomena paranormale. Voglio dire che il livello generale è tanto alto che neanche i fenomeni possono più fare i comodi loro e nel futuro dovranno scegliere le gare da fare con più umiltà. Il che è buono, tanto buono.

L'immagine che secondo me resterà nella memoria della giornata di ieri è l'espressione stranita, incredula e contemporaneamente angosciosamente triste che aveva Magnussen sia a gara appena finita che poi sul podio dopo aver sciaguratamente gettato al vento l'oro nella gara eponima del nuoto, quella che da sola porta un atleta nella storia. Penso che sia bastato vedere la sua faccia per capire cosa voglia dire per un atleta di uno sport qualsiasi vincere alle Olimpiadi e quanto forte sia ancora, malgrado tutto, lo spirito olimpico, oserei dire l'ideale sportivo del citius, altius, fortius. Oggigiorno delle Olimpiadi soprattutto le ciniche menti italiche di giornalisti di politica, costume, moda e gastronomia, di tutto insomma meno che di sport che vengono mobilitati per parlare di Olimpiadi (a che titolo, di grazia?) vedono il gigantismo, l'invasione degli sponsor con conseguente gigantesco giro di affari anche sporchi, vedono insomma tutto meno quello che fa delle Olimpiadi un evento insostituibile e sempre più necessario nel nostro mondo votato al profitto, alla perdita progressiva di tutti i valori morali più nobili, e cioè la voglia di competere indipendentemente dal guadagno che ne deriva. Il desiderio insomma di essere primi per la semplice immensa soddisfazione di dire a se stessi: in questa cosa sono indiscutibilmente il più forte uomo (donna) del pianeta. Soddisfazione che nessuna montagna di soldi può mai dare. Cosa fra l'altro continuamente confermata dalla schiera di commentatori tecnici di Sky di ogni sport, tutti ex olimpionici del massimo livello.

Chi mi segue avrà già da tempo capito che quello che mi affascina dell'attività sportiva è la connessione fra testa e fisico, quanto cioè la mente influenzi ogni esito di ogni attività umana, connessione che proprio nello sport esplode nel modo più visibile e che probabilmente, se qualche scienziato con meno puzza sotto il naso volesse studiare la cosa in modo serio, potrebbe essere perfettamente indicativa di come una persona può reagire in situazioni meno simboliche, tipo in guerra. Devo correggermi: qualcuno questa cosa l'aveva già capita da tantissimo tempo e cioè proprio gli inglesi che inventarono lo sport moderno con il precipuo scopo di educare le loro elite, appunto, militari a reagire in modo adeguato nelle situazioni di stress, ma soprattutto per scegliere i quadri di comando fra coloro che nello sport mostravano di saper gestire nel modo migliore le situazioni di crisi. Guarda caso poi andarono a dominare il mondo. Come grazie allo sport sapevano scegliere i quadri direttivi tanto in economia che in politica puntando su quelli che nello sport mostravano doti superiori di comando e leadership. Tutte queste cose mi sono venute ieri alla mente nei pochi minuti che dividevano la discesa nel K1 di canoa di Daniele Molmenti da quella del dominatore della semifinale Peter Kauzer, portabandiera della spedizione slovena. I due sono amicissimi, visto che Molmenti di Cordenons per allenarsi è praticamente costretto ad essere sloveno di adozione, nel senso che è sempre con loro su quello straordinario bacino naturale che è l'alto Isonzo, palestra storica della canoa fluviale slovena. Però Molmenti è uno straordinario vincente, mentre Kauzer basta sentirlo parlare per capire in pochi secondi che è esattamente il contrario. Uno che continua a dire: “mi sento il più forte e vado alle Olimpiadi per vincere” è esattamente colui che grida nella notte per farsi coraggio. Uno che va veramente alle Olimpiadi per vincerle non lo dice mai prima, anche perché in realtà non ci pensa. Lui sa quanto è forte, sa che darà il massimo, se poi basterà per vincere lo si vedrà sul posto. Esattamente l'atteggiamento che aveva la judoka Žolnir che prima delle Olimpiadi non aveva detto nulla e poi ha vinto dominando. Kauzer 4 anni fa a Pechino dominò le qualificazioni e poi in semifinale, mentre aveva il miglior tempo, andò a sbattere contro il molo a due porte dalla fine venendo eliminato col nono (!) tempo. Insomma un perdente della più bell'acqua (bianca...). E infatti ieri, mentre in TV tutti tenevano le dita incrociate per la sua discesa, io sono stato investito da improperi di tutti i tipi avendo detto qualche secondo prima che Molmenti poteva dormire sonni tranquilli che tanto Kauzer qualche modo per incartarsi lo avrebbe sicuramente trovato. Ed infatti, dopo aver centrato in pieno la terza (!) porta, si è quasi ribaltato a metà percorso finendo in modo ignobile. Il che conferma ancora una volta che praticamente tutto deriva dal nostro cervello, che uno può essere forte fisicamente e tecnicamente quanto si vuole, ma quando manca la testa (e gli attributi, ed il cuore, le famose tre “C” di Diaz Miguel) manca tutto. C.v.d.

A proposito: scrivo di prima mattina e non ho visto ancora i giornali. Quanti avranno intolato: “Molmenti di gloria”? Spero non tanti. Tornando alle battute datemi una vostra opinione su una che mi è sfuggita ieri in telecronaca: “i cinesi, dopo i vari Zhang, Chang, Wang, Pang, quella che è arrivata terza a Pechino dopo Pellegrini e Isakovič, ora hanno anche questa Tang. Ora, per esplodere definitivamente, manca ancora la Bang”. Al momento mi è sembrata scema da vergognarmi, ma ripensandoci bene poi mi ha fatto addirittura ridere. Voi che ne pensate?