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I magnifici sette

Prendo spunto dalla posta di un fedele lettore per cominciare una serie di post dedicati al giochino che sembra tanto attrarre gli appassionati, cioè quello di fare delle top list di ogni possibile cosa, in questo caso di giocatori della storia del basket. Metto subito le mani avanti: questo tipo di giochini mi riesce sempre molto antipatico perchè esclude quello che secondo me, al di là della valutazione soggettiva che è di per sè fallace, è l'elemento fondamentale di ogni classifica, che è il contesto sia sociale che soprattutto temporale. Però in effetti è un giochino a cui è difficile sottrarsi, per cui ci si può anche provare, se non altro per stimolare una riflessione ed anche per alimentare le classiche dispute inutili e stupide da Bar sport che girano attorno a se stesse come una vite senza fine nella quale ognuno ha contemporaneamente sia ragione che torto.

Comincio con l'argomento a me più familiare e cioè la classifica all time dei giocatori jugoslavi, se non altro per scaldare un po' i motori in vista del pezzo forte, quello che sono sicuro scatenerà tutte le reazioni possibili di ogni tipo e genere, dal cinico all'appassionato, dal tecnico all'emotivo, della classifica all time dei giocatori italiani.

L'inizio è facile. Basta andare su questo stesso sito all'intervista rilasciata tre anni fa a Porto San Giorgio al collega Luca Maggitti per sapere su come la penso sui primi tre. Che sono stati: il più bel giocatore che io mai abbia visto in Jugoslavia, quello che sarei andato a vedere sempre, a prescindere, e cioè Mirza Delibašić, il più grande di tutti, quello che ha cambiato il modo di intendere il basket in Jugoslavia, Krešimir Ćosić, ed ovviamente il giocatore che più ha scatenato la fantasia di tantissimi appassionati prima in Europa e poi anche in America, il Mozart dei canestri Dražen Petrović. Almeno per me questi tre sono cementati sul podio e nessuno me li potrà togliere.

Poi c'è il gruppo dei "secundi inter pares" che sono più o meno mezzo scalino sotto i primi tre. Il primo di questi secondi (scusate) è quello che secondo me avrebbe potuto essere il più grande di tutti, ma che per mia somma delusione non lo è stato, parlo di Toni Kukoč. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

L'infranto sogno americano

Eccomi qua di nuovo. Sono molto curioso di vedere se ci sara' qualcuno che si sara' accorto che e' arrivato un post nuovo dopo tanto tempo che non mi faccio vivo. Se c'e' allora vuol dire che veramente eravate interessati.

 

E' cominciata la fase precampionato – a dire il vero sono gia' cominciati i campionati minori, cosa che a me, ma certamente non a voi, interessa infinitamente di piu', visto il mio coinvolgimento nelle vicende della Falconstar di B-2 e dello Jadran in C-1 – che come gia' da qualche anno a questa parte vede le squadre dell'NBA in Tour turistico promozionale in Europa con la gente che si svena per andare a vedere insulse esibizioni che col vero basket proprio nulla hanno a che fare. Pero' non saro' certo io, di professione giornalista, a minimizzare l' impatto, appunto, promozionale, che comunque serve sempre, anzi e' piu' che ben accetto. Quando parla pero' il coach che mi sento ancora di essere, allora chiaramente la situazione e' da voltastomaco puro.

La qual cosa mi porta inevitabilmente a ripensare alla mia attitudine attuale nei confronti del basket americano e di fare un ampio esame di coscienza per tentare di capire le ragioni, e quanto possano essere tanto comprensibili che giustificate, del mio totale rigetto nei confronti di tutto quanto sa di NBA. Alla fine, gira e rigira, arrivo all'inevitabile conclusione che si tratta della classica  reazione dell'amante tradito. Per uno come me che, come dicono poeticamente in Slovenia, ha gia' appeso sei croci all'albero della vita, quando ho iniziato ad amare il basket gli Stati Uniti erano il Paradiso irraggiungibile, il posto dove abitavano i marziani, dove il mio sport raggiungeva vette di quasi platonica perfezione. Ed in effetti era cosi': non dimentichero' mai, quando ancora giocavo, le due partite che giocammo contro l'equipaggio della portaerei Forrestal ormeggiata nel porto di Trieste. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Time out

Non so come ringraziarvi per la vostra assiduità nel leggere queste mie note e riflessioni e spero vivamente di essere riuscito a suscitare l'interesse che volevo nei confronti di temi che ritengo essenziali per apprezzare sempre più questo nostro gioco che continuo, malgrado tutto, a ritenere il più bel gioco (ripeto, sottolineo gioco) di squadra che mai sia stato inventato. Spero dunque che nel futuro continuerete a seguirmi anche per alimentare quei vivaci dibattiti fra di voi che seguo con estremo interesse con la birichina consapevolezza di essere stato quello che ha lanciato il sasso e poi nascosto il braccio.

Sì, parlo del futuro perché adesso per un paio di settimane sia io che il mio "administrator" Tommaso ci prendiamo un po' di pausa. Dal canto mio sarò occupato sia per una serie di presentazioni del mio libro che avverranno a Trieste e Gorizia (se qualcuno del vicinato sarà interessato tutti i dati saranno puntualmente riferiti sul sito) che per le prosaiche necessità del lavoro che malgrado tutto mi ostino a fare ancora. 

Presentazione del libro a Trieste

Sergio Tavčar presenterà il suo libro "La Jugoslavia, il basket e un telecronista - La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria" giovedì 23 settembre alle ore 19 al Campo Primo Maggio, in Strada della Guardiella 7 a Trieste. L'evento è organizzato in collaborazione con l'Unione Sportiva Bor. L’autore ed il libro saranno introdotti dal presidente dell’US Bor, Igor Kocijančič.  Seguirà un dibattito libero anche su temi non necessariamente inerenti al basket. Per informazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Si tratta della seconda presentazione del libro dopo quella tenuta a Staranzano ad inizio settembre.   copertina

In difesa dell'attacco

Vi capita mai l'impressione di parlare con un muro? Di essere cioè alle prese con gente che conferma in pieno il detto che non c'è sordo peggiore di quello che non vuol sentire? Ebbene, a me sta capitando proprio in questi giorni in merito alla famosa diatriba sull'attacco e la difesa. Allora chiarisco una volta per tutte il mio pensiero sull'argomento e, giuro, non vi ritornerò più neanche sotto tortura. Non potrebbe smuovermi neanche la minaccia di costringermi a vedere per intero una partita di regular season dell'NBA. Per dire.

Allora chiariamo subito. Ho fatto l'allenatore per più di 20 anni, dal minibasket ad una puntata in Serie D (anni '70, roba forte, tipo C-1 di adesso) e sarei un perfetto imbecille se non sapessi che senza difesa non c'è basket vincente. La cosa mi pare talmente ovvia che non mi sembrava neanche bisogno di menzionarlo. Il mio punto è perfettamente un altro ed è qui mi sembra di trovarmi di fronte ad un muro di incomunicabilità totalmente invalicabile.

Chissà, forse partendo da molto lontano riesco a farmi capire. Allora: cos'è che spingeva a suo tempo un bambino a prendere all'oratorio in mano un pallone da basket? (Oggigiorno c'è il minibasket al quale i bambini vengono spinti a viva forza, dunque il discorso cade – già questo sarebbe altamente significativo del fatto che il basket italiano è impiantato su basi perverse – ma lasciamo stare). Lo prendeva per darlo ad un compagno di giochi dicendogli: "Dai prova a fare canestro che ti mostro come te lo impedirò?" Oppure tentava di buttarlo nel canestro lui provando soddisfazione intensa quando ci riusciva? Parlo per esperienza personale: mia mamma era maestra di ricreatorio, straordinaria invenzione triestina per i bambini, e mi ricordo ancora, avrò avuto cinque o sei anni, il momento in cui, avendomi una volta portato con sé visto che non aveva dove lasciarmi, riuscii per la prima volta nell'impresa di fare canestro. Provai una gioia immensa e gratificante al massimo. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

All'attacco, finchè Durant

Finiti i Mondiali il sottoscritto è per un paio di giorni in ferie, momento di decompressione e di stacco (molto momentaneo) col basket. Ciò nondimeno penso sia opportuno fare un piccolo bilancio di quanto abbiamo visto in Turchia. Intanto: non si è visto del gran basket. La ragione è semplicissima: mancavano tantissimi ottimi giocatori, anzi, diciamo di più, mancava forse la maggior parte dei migliori giocatori al mondo. Salvo uno, ovviamente Kevin Durant che infatti, con buona pace di coloro che, grazie alla vittoria degli Stati Uniti, hanno vissuto orgasmi multipli, è stato di fatto quello che da solo ha fatto vincere gli americani. Sembrava il classico forte delle categorie giovanili che spopola nei campionati di categoria segnando come e quando vuole contro avversari palesemente inferiori nonché impotenti nel tentativo di fare qualsiasi cosa per fermarlo. Cosa che per chi ha sia giocato a basket che allenato è la sensazione più deprimente che si possa provare e già essa da sola vale una ventina di punti in più per l'avversario. Quando infatti lui rifiatava o, lodevolmente, tentava di coinvolgere i compagni, la compagine USA si incartava in tiri fuori da ogni logica, ogni tanto provava a giocare di squadra, ma alla fine prorompeva l'istinto da campetto dei giocatori americani moderni con tutto quel che ne consegue, leggi casino disorganizzato. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Cose turche (dopo Turchia-Serbia)

Volevo oggi chiarire una volta per tutte la mia attitudine verso il basket americano, perche' anche dai commenti sembra che tutti diano per scontato che io sia un antiamericanista per principio e che disprezzi tutto quanto arrivi dall'altra parte dell' oceano. La vera situazione e' pero' molto piu' complicata ed appunto oggi volevo fare gli appositi distinguo per spiegare tutto.

 

Volevo. Ma non ci riesco. Sono troppo triste. Come sono triste ogni qualvolta il basket viene ucciso, il risultato di una partita viene stravolto, l'ingiustizia trionfa sovrana a causa dell'arbitraggio. Vi risparmio la tiritera che arbitrare il basket e' difficilissimo (piu' che vero), che gli uomini sono fallaci e tutte le menate del caso. A me interessano i casi in cui gli arbitraggi sono pilotati da coloro che possono con l'unico precipuo scopo di far vincere una squadra su un' altra per puri calcoli politici. In tutte queste manovre gli arbitri sono quelli che c' entrano di meno. Sabato per Turchia – Serbia sono stati designati tre arbitri sudamericani, stesso criterio usato nel quarto contro la Slovenia. La Slovenia, tenera e travolta dalla gragnuola di triple dei turchi, non poteva costituire avversario probante, per cui l'arbitraggio e' passato inosservato. Sabato no. I serbi, da bravi balcanici, eredi di una dinastia che ha comandato a lungo nel basket europeo anche a livello politico, si erano preparati in modo ammirevole dal punto di vista psicologico nei confronti di un arbitraggio che sarebbe stato altamente sfavorevole, per cui hanno tenuto i nervi a posto per tutto il match pur subendone di cotte e di crude al limite, se non spesso ampiamente oltre, dell'impudenza col giocatore turco che, dopo aver picchiato a man salva per un paio di minuti, faceva un'odiosa sceneggiata sul fallo che ogni tanto erano costretti a fischiargli. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")